PROLOGO

Andava di corsa e aveva fame.
L’appuntamento per l’eco addome era alle 9:00 a Ravenna, non aveva fatto colazione, manco un caffè, tantomeno le tre capsule di spirulina come gli astronauti, doveva fare quelle cazzo di fototessere ad ogni costo ché di lì a quindici giorni sarebbe partito per Ginevra, se avesse presentato alla frontiera una carta d’identità scaduta nel 1998 non lo avrebbero fatto passare, era indispensabile rinnovarla. Sti burocrati.

Andava di corsa e aveva fame.
Il blocco sullo stretto di Hormutz la costringeva a lavorare il triplo di prima, in mezzo a petrolio e gnl c’erano pure pezzi di ricambio per macchine automatiche, dovevano raggiungere Riyad, Abu Dhabi, Doha… città che oggi tutti ne parlano come se ci fossero cresciuti da bambini e fino a ieri manco sapevano collocarle sul mappamondo. Il Conad avrebbe aperto di lì a 20 minuti, colazione al bar lei non la faceva mai, ma a casa stava lui ancora a letto e non voleva svegliarlo, aprire i cereali, scartare i corn flakes, far partire la moka (of course) avrebbe fatto troppo casino. 

Era arrivato in bici, sgonfia, impolverata, con un pedale che perdeva un colpo ogni due pedalate, la chiuse ugualmente perché se gliel’avessero rubata mentre aspettava lo scatto della Photomaton (macchietta per le foto - nda)  non avrebbe fatto in tempo a rientrare. Aveva la barba lunga e le occhiaie pure quella mattina, sarebbe finita come per la patente, l’espressione sulla carta sarebbe stata simile a quella di un terrorista afgano che ogni volta che lo fermava la Polizia lo facevano scendere dall’auto e perquisivano il baule.

Era arrivata in bici, gonfia, linda, solo con un leggero scortico sulla forcella lato destro. Pedalata impeccabile e rapida, la chiuse perché ci teneva, tutto di fretta, alla velocità della luce direi, un po’ spazientita perché na vecchietta col deambulatore stava chiacchierando con la nipote della vicina (le conosceva) proprio in mezzo al vialetto che portava all’ingresso, per evitare la nipote - che le avrebbe attaccato una pezza - circumnavigò il marciapiede e si avviò verso la scalinata principale.

Lei arrivava.
Lui scostava la tendina per uscire dalla baracchina self tessera di fianco ai gradini.
Si trovarono uno di fronte all’altra, entrambi a stomaco vuoto, forse pure con una leggera alitosi, sorpresi nel senso imbarazzante del termine, vagamente intontiti.

Non si vedevano da oltre un anno, almeno non così da vicino.
La vecchietta col deambulare nel frattempo aveva salutato la nipote della vicina: “ciao tesoro”.

“Ohi..”
“Ciao”
“…”
“…”
“Tutto bene?”
“Al solito, di fretta, come tutti del resto …”

A lui tremavano le gambe, la pompa protonica iniziò a produrre succhi gastrici come non ci fosse un domani, un principio di sincope vasovagale stava facendo capolino, la macchinetta aveva sputato fuori le foto da profugo.
Ma che cazzo! Non ci vengo mai qua!”

A lei sudavano le mani, avrebbe voluto essere altrove, a casa ad aspettare che la moka fischiasse, direttamente ad Hormutz a spostare una porta container sotto le bombe.
 “Ma che cazzo! Non ci viene mai qua”,

“Avrei voluto ringraziarti meglio”
“Non era e non è necessario, l’ho fatto perché mi andava, se però avessi saputo avrei evitato”
“Non c’era niente da sapere che non ti avessi già detto”
“Ancora?! Ma dai… andiamo…ma non cambi mai?”

“Mi dispiace..”
“Cosa?”
“Tutto, come sono andate le cose”
“Non è vero”
“Che mi dispiace?”
“Sì”
“E che ne sai? Sempre le tue certezze, dai ora devo andare..”

“Non ti dispiace ora come non ti è dispiaciuto allora, hai solo risolto in maniera spiccia un incidente di percorso e lo hai fatto in modo pragmatico con qualche effetto collaterale che tutti in fondo poi sappiamo gestire”
“E quale sarebbe stato l’incidente di percorso?”
“L’avermi incontrato e l’aver pensato che usarmi per un po’ non sarebbe stato troppo scomodo”
“Stronzo”

“Dobbiamo parlarne ancora? Oggi? Adesso?”
“Tu lo hai fatto, tu hai iniziato, io volevo solo entrare”
“È ancora chiuso..”

Le gambe di lui non tremavano più, i battiti erano aumentati, le parole gli uscivano a scatti, la pressione cardiocircolatoria almeno raddoppiata.
Le mani di lei non sudavano più, lo stomaco le si era chiuso, la fretta era ancora più insistente.

“Sai… sai quante volte ho ripensato a tutto? Quante volte ho cercato una spiegazione, non al perché é andata così ma al perché io mi sono comportato (e mi comporto, anche se questo non lo disse) così. Sei stata la più grande testa di cazzo che io abbia avuto la sfortuna di incontrare nella vita, mi hai usato nei momenti di tuo bisogno emotivo, anche se ti scoccia che lo dica, hai giocato sull’equivoco, hai mentito a più riprese, non ti è mai fregato nulla, onesta solo nel mettere le mani avanti quando eri più lucida del solito, mi hai tradito più volte, hai lasciato che uno di questi si divertisse a raccontarlo in giro, con gli amici, con le amiche, un coglione che non è degno nemmeno di baciarmi il culo, ti tuffavi tra le sue braccia piangendo quando hai saputo della storia di Gigi, e a me dicevi che manco lo sentivi da mesi, mentre io stavo a pensare che potevo fare per aiutarti”
“Non ti ho mai tradito!”
“Si certo, dal tuo punto di vista non era tradimento, io e te non siamo mai stati davvero insieme, è vero”

“Ma quanto sei ingiusto?”

“Ingiusto?! Ingiusto? La prima volta che sei scomparsa hai raccontato a Gigi che ero stato io a mollarti, io che stavo perdendo la testa per questo, oltre a chili e ore di sonno con la stessa intensità di un cliente di Wanna Marchi negli anni ottanta. E non ho mai capito perché lo hai fatto. 
Quando me lo hanno raccontato sono stato a pensarci per giorni, ho pensato che tu volessi prepararti la strada all’uscita allo scoperto che sarebbe arrivata di lì a poco, ho pensato tu volessi fare la vittima per impietosirlo, ho pensato… non lo so che cazzo ho pensato…”

“Smettila, stai sragionando, ti hanno informato male, e tu su questa storia di chi te lo ha detto… dai… meglio che tu taccia e che lo faccia pure io”

“E’ buffo, io e te non abbiamo mai litigato e lo facciamo ora, dopo tanto tempo, senza nessuna ragione e senza nessun senso.
Ma non provo nessuna rabbia nei tuoi confronti, perché in fondo tutto quello che hai fatto te l’ho lasciato fare io”

“Forse avremmo dovuto litigare di più”

“Forse… sicuramente avrei dovuto mandarti a fare in culo”

“Dai ora devo andare, ti direi che mi ha fatto piacere rivederti ma chissà che mi risponderesti”
“Non ho finito, stanno accendendo ora le luci, manca ancora un po’ prima che sblocchino le vetrate e lui sta ancora dormendo, e voglio dirtelo ora che cosa non sono davvero riuscito a spiegarmi, perché è questo che mi tormenta da troppo, e che produce acido cloridrico quando ti vedo, ed è il perché - nonostante la merda che sei stata - non c’è un cazzo di istante, in ogni cazzo di giorno, in ogni stracazzo di notte, da quando io ti ho conosciuta, che non pensi a te e che non senta la tua mancanza, la sentivo quando ti vedevo e la sento ora che non ti vedo più. Ecco cos’è l’assurdo”

Il supermercato aprì, lei non disse nulla, si scostò ed entrò, velocemente, senza voltarsi.
Lui restò un attimo in silenzio, un sospiro, rimise gli occhiali da sole e andò verso la bici sgonfia, dimenticando le fototessere nel cassettino apposito o nell’apposito cassettino, che commutotivamente è la stessa cosa.

Le relazioni umane sono assurde alle volte, anche perché spesso l’uno è convinto di relazionarsi, mentre l’altro sta solo cercando una via di fuga. 
E non lo fa per cattiveria, quasi sempre è solo concentrato su se stesso, sul proprio bisogno o sul proprio dolore, o sulla propria felicità, ed è questo che lo ha portato a raccogliere tutto quel pragmatico cinismo; oppure lo fa perché è nato così, stronzo vero, e anche qui, ancora, non è colpa sua… è solo destino.

E ricorda, una volta sei l’uno, una volta sei l’altro.

La soluzione, l’unica soluzione, sarebbe non relazionarsi mai, ma è giusto farlo? È giusto non correre il rischio di non riuscire più a provare piacere che non sia quel piacere? Domande che ci aiutano a restare sul tema della storia che questo libercolo racconterà.
Diceva il mio Maestro: “l’uomo è un animale sociale, ha bisogno di relazioni, perché le relazioni sono inevitabili e in quanto tali devono essere normate, altrimenti è caos”.
Lui diceva queste cose da accademico, non credo si riferisse al fatto che sarebbe stato necessario scrivere una norma che statuisse:”Art. 1: le teste di cazzo non ti devono mancare mai” - “Art. 2: se ti mancano bevi, così passa” - “Art. 3: non passerà, ma forse ti viene la cirrosi e allora si passerà”.

Perché serve un prologo per una storia così banale? Qualcuno potrebbe chiederselo in effetti, beh credo che serva per due ragioni, la prima è per aiutare chi legge a capire meglio che succederà, la seconda è per aiutare chi scrive a capire meglio che cosa è successo.




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