Doveva essere dal “Notaire” in Rue de la Fontaine alle 9.00 del martedì, i clienti sarebbero saliti già nel fine settimana, quindi il viaggio se lo sarebbe fatto da solo.
Prenotò il Frecciarossa in partenza da Bologna alle 15.36 poi un passaggio sull’Eurocity44 a Milano Centrale, l’arrivo previsto poco dopo le 21.30 alla stazione Cornavin, poi una passeggiata fino all’Hotel Marmont, un quattro stelle in Rue du Prince.
La carta d’identità era arrivata il giorno prima, per riuscirci aveva pregato in turco Alina, un’impiegata albanese con marito polacco da poco cittadina italiana, in pianta stabile al Comune di Faenza da una settimana, la quale era riuscita a rilasciare il documento in tre giorni anziché i canonici sette.
Quando lo chiamò per avvisarlo “È arrivata!”, Luì si precipitò da lei con in mano un girasole comprato appositamente per ringraziarla.
Alina arrossì, “non doveva”, “esatto, non dovevo, ma volevo, e rassicura tuo marito, digli che te lo ha regalato un anziano che potrebbe essere tuo zio! Sei stata preziosa!”
Ora che pure il documento era sistemato non restava che andare.
Non aveva idea di nulla circa la geografia del posto, non gli era mai capitato di andare a Ginevra, la Consustanziale Spa stava comprando un immobile proprio lì, Luì era riuscito a chiudere l’operazione di finanziamento qualche mese prima ed ora era il momento della firma.
Una tirata, dodici ore di viaggio andata e ritorno in un paio di giorni, ma in fondo va bene, avrebbe staccato la spina, interrotto la routine e passato una notte in un hotel di quasi lusso a spese della banca.
Luì amava gli hotel, le enormi reception, le receptionist, la sala colazione, la colazione proprio, amava i letti con i materassi alti almeno trenta centimetri, la TV satellitare con trecento piattaforme installate di cui due gratis e duecentonovantotto a pagamento, i bagni ampi e tutte quelle bottigliette di fianco al lavello, che non riusciva mai a capire qual era quella dello shampoo e quale il bagnoschiuma.
Da ragazzo aveva coltivato insistentemente l’idea di gestirne uno di hotel, voleva ristrutturare una pensione di famiglia, solo le stanze, il ristorante lo avrebbe affidato ad un ristoratore professionista, almeno questa era l’intenzione.
Si era pure impegnato nella redazione di un articolato business plan, sulla base del modello “Mettersi in Proprio” che il GrandUff esimio dott. Cavalieri gli aveva insegnato un vita prima all’Oriani.
Il progetto fortunatamente abortì, come finì pure la storia che stava vivendo in quel periodo, lei si voleva sposare e lui pensava a come finanziarsi per comprare armadi e letti per le 25 camere della Pensione Gilda; lei parlava di figli e lui di occupazione media; lei se ne stava andando e lui nemmeno se ne accorgeva, convinto come sempre che tutto fosse acquisito.
Il Marmont era davvero carino, caratteristico, chich e silenzioso, come solo un hotel svizzero sa essere, una roba che Moira (la mandrilla di Porto Recanati del film Vacanze di Natale) avrebbe commentato; “oueeee, caspita, carino qui…”.
Appena salito in stanza si tuffò in vasca, non prima di essersi versato un rosso di benvenuto in un calice di plastica, una roba di un pacchiano mai visto prima, ma quello c’era.
E di arrangiarsi con quello che c’era Luì era specialista.
Fare il bagno in vasca sorseggiando vino rosso è un classico, fa molto film, a volte provava anche a casa, ma essendo provvisto solo di doccia non dava lo stesso sapore.
La tensione stava via via scemando, il forte disagio figlio della settimana prima quando la incontrò di fronte al Conad si stava cronicizzando, come accadeva da molti anni a quella parte, senpre piu velocemente a dire il vero…. l’immagine delle porte automatiche del supermarket che si aprivano e di lei che fuggiva all’interno avevano il gusto dei titoli di coda di un cult movie anni ‘80, se si fosse voltata un attimo credo si sarebbe materializzato di fianco a lui Jerry Calà in persona, per dirle guardandola negli occhi: “…. Sei sempre la più bella..”, mentre Cocciante avrebbe iniziato a suonare il pianoforte appoggiato al bancone del fresco per fare sottofondo.
Il ristorante che aveva prenotato era a pochi isolati da lì, fighi gli isolati, in Italia non esistono, forse nemmeno in Svizzera, ma dirlo fa molto più atmosfera.
“Chez Suzanne” si chiamava, una chicchina con dehor vista Rodano, il calice per il rosso non era di plastica, e già questo era un successo. Ordinò una longeole, una salsiccia IGP composta da carne di maiale e finocchio, solitamente servita con patate gratinate, che decise di abbinare ad un bicchiere di Châteaux Margaux del 2006, pur non essendo certo che sarebbe riuscito ad inserirlo in nota spese.
Camille, la cameriera che si occupò di lui, era una giovane donna sui trent’anni, capelli neri raccolti in una coda di cavallo elegante, lo sguardo reso intenso da occhiaie appena appena accennate e le dita affusolate, davano all’accento francese quel qualcosa di ancora più suadente, fu piacevole ordinarle il caffè, un rhum cuvée e poi il conto, fu meno piacevole il dubbio che la banca non avrebbe mai rimborsato.
Faceva freddo, prima di rientrare in albergo fece comunque due passi fumando un Connubio XXL che faceva molto Steve McQueen, quando in un porticciolo laterale notò una piccola insegna in legno che stava su una porta insolitamente sgarrupata per il luogo, “Madame Mystèr”, si fermò ad osservare meglio, non era un casino elvetico, ma lo studio di una veggente parigina.
Entrò.
…. Segue …

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