Capitolo Uno - Ginevra

Doveva essere dal “Notaire” in Rue de la Fontaine alle 9.00 del martedì, i clienti sarebbero saliti già nel fine settimana per poi fermarsi a casa loro, quindi il viaggio se lo sarebbe fatto da solo.

Prenotò il Frecciarossa in partenza da Bologna alle 15.36, poi un passaggio sull’Eurocity44 a Milano Centrale, l’arrivo previsto poco dopo le 21.30 alla stazione Cornavin, quindi a piedi fino all’Hotel Marmont, un quattro stelle in Rue du Prince.

Tutto programmato.


La carta d’identità era arrivata il giorno prima, per riuscirci aveva pregato in turco Alina, un’impiegata albanese con il marito polacco, la madre spagnola, da poco cittadina italiana, in pianta stabile al Comune di Faenza da una settimana, la quale era riuscita a rilasciare il documento in tre giorni anziché i canonici sette.

Quando lo chiamò per avvisarlo “È arrivata!”, Luì si precipitò da lei con in mano un girasole comprato appositamente per ringraziarla.

Alina arrossì, “non doveva”, “esatto, non dovevo, ma volevo, e rassicura tuo marito, digli che te lo ha regalato un anziano che potrebbe essere tuo zio! Sei stata preziosa!”

Ora che pure il documento era sistemato non restava che andare.


Non aveva idea di nulla circa la geografia del posto, non gli era mai capitato di andare a Ginevra, la Consustanziale Spa stava comprando un immobile proprio lì, un direziinale dove avrebbe aperto la prima succursale d’oltralpe, Luì era riuscito a chiudere l’operazione di finanziamento qualche mese prima ed ora era il momento della firma.

Una tirata, dodici ore di viaggio andata e ritorno in un paio di giorni, ma in fondo andava bene, avrebbe staccato la spina, interrotto la routine e passato una notte in un hotel di quasi lusso a spese della banca.


Luì amava gli hotel, le enormi reception, le receptionist, la sala colazione, la colazione proprio, tutte quelle torte fatto a mano, i succhi di mela, di pera, di mirtilli, il burro e le marmellatine, amava i letti con i materassi alti almeno trenta centimetri, la TV satellitare con trecento piattaforme installate di cui due gratis e duecentonovantotto a pagamento, i bagni ampi e tutte quelle bottigliette di fianco al lavello, che non riusciva mai a capire quale fosse quella dello shampoo e quale il bagnoschiuma. 

Da ragazzo aveva coltivato insistentemente l’idea di gestirne uno di hotel, voleva ristrutturare una pensione di famiglia, solo le stanze, il ristorante lo avrebbe affidato ad un ristoratore professionista, almeno questa era l’intenzione. 

Si era pure impegnato nella redazione di un articolato business plan, sulla base del modello “Mettersi in Proprio” che il Grand Uff esimio dott. Cavalieri gli aveva insegnato un vita prima all’Oriani.

Il progetto fortunatamente abortì, sarebbe stato un bagno di sangue e di denaro, come finì pure la storia che stava vivendo in quel periodo, lei si voleva sposare e lui pensava a come finanziarsi per comprare armadi e letti per le 25 camere della Pensione Gilda; lei parlava di figli e lui di occupazione media; lei se ne stava andando e lui nemmeno se ne accorgeva, convinto come sempre che tutto fosse acquisito.


Il Marmont era davvero carino, caratteristico, chich e silenzioso, come solo un hotel svizzero sa essere, una roba che Moira (la mandrilla di Porto Recanati del film Vacanze di Natale) avrebbe commentato; “oueeee, caspita, carino qui…”. 

Appena salito in stanza si tuffò in vasca, non prima di essersi versato un rosso di benvenuto in un calice di plastica, una roba di un pacchiano mai visto prima, ma quello c’era.

E di arrangiarsi con quello che c’era Luì era specialista.

Fare il bagno in vasca sorseggiando vino rosso è un classico, se poi si aggiunge un bagnoschiuma al timo fa molto film, a volte provava anche a casa, ma essendo provvisto solo di doccia non aveva lo stesso sapore, diciamo che il vino tendeva ad “annacquarsi”.

La tensione stava via via scemando, il forte disagio figlio della settimana prima quando la incontrò di fronte al Conad si stava cronicizzando, come accadeva da molti anni a quella parte, senpre più velocemente a dire il vero…. l’immagine delle porte automatiche del supermarket che si aprivano e di lei che fuggiva all’interno avevano il retrogusto dei titoli di coda di un cult movie anni ‘80, se si fosse voltata un attimo credo si sarebbe materializzato di fianco a lui  Jerry Calà in persona, per guardarla negli occhi e dirle: “…. Sei sempre la più bella..”, mentre Cocciante (Riccardo - nda) avrebbe iniziato a suonare il pianoforte appoggiato al bancone del fresco per fare sottofondo.


Il ristorante che aveva prenotato era a pochi isolati da lì, fighi gli isolati, in Italia non esistono, forse nemmeno in Svizzera, ma dirlo fa molto più atmosfera. 

“Chez Suzanne” si chiamava, una chicchina con dehor vista Rodano, il calice per il rosso non era di plastica, e già questo era un successo. Ordinò una longeole, una salsiccia IGP composta da carne di maiale e finocchio, solitamente servita con patate gratinate, che decise di abbinare ad un bicchiere di Châteaux Margaux del 2006, pur non essendo certo che sarebbe riuscito ad inserirlo in nota spese.

La salsiccia abbinata al Châteaux Margaux è la morte sua, almeno così dicono gli svizzeri.

Camille, la cameriera che si occupò di lui, era una giovane donna sui trent’anni, capelli neri raccolti in una coda di cavallo elegante. Lo sguardo reso intenso da occhiaie appena appena accennate e le dita affusolate con le unghie laccate di rosso, davano all’accento francese quel qualcosa di ancora più suadente, fu piacevole ordinarle il caffè, un rhum cuvée e poi il conto, fu meno piacevole il dubbio che la banca potesse non rimborsare una roba così.


Faceva freddo, il cielo era terso, un sacco di stelle, prima di rientrare in albergo decise di fare comunque due passi nella parte storica della città, la solita scusa che usava per fumare un Connubio XXL che faceva tanto Steve McQueen a fine carriera mentre osserva il fuoco acceso in un caminetto rustico, quando ad un tratto, in un porticciolo laterale notò una piccola insegna in legno che stava inchiodata su una porta insolitamente sgarruppata rispetto all’ambiente circostante,  “Madame Mystèr  - Le passé, le présent et une pincée d'avenir, mais pas trop, sinon ça fera mal.”,  si fermò ad osservare meglio, non era un casino elvetico, ma lo studio di una veggente parigina che seppe poi essersi trasferita lì vent’anni prima.

La porta era marrone, l’insegna nera dipinta, la scritta verde contornata oro, il tutto sbiadito dal tempo, da una finestrella laterale usciva una luce fioca, gialla, non di quelle bianche moderne ghiacciate a basso consumo.

Entrò.


…. Segue …



Il prezzemolo

“Tu sei come il prezzemolo 
Stai bene su tutto”

Giuro non me lo aveva mai detto nessuno… fino a ieri.

La prima cosa che mi è venuta in mente gli stricchetti all’uovo che mi preparava mia zia, uno spettacolo vero, allora mi sono detto: “sono forse uno spettacolo pure io?”

Ma il prezzemolo “ti si rinfaccia” l’avevo dimenticato, in maniera pure un po’ insistente, soprattutto se consumato crudo, allora mi sono detto: “che mi rinfacci pure io? Soprattutto se consumato crudo e in grande quantità?”.

“Stai bene su tutto”. 
Faccio pendant insomma, mi abbino.
Che sia questa la sensazione?
Ho qualche dubbio. 
Magari a prima vista. 
Poi ho approfondito e i dubbi si sono rafforzati.
Sto bene con le bionde… se mi guardi da lontano e non troppo a lungo. 
Pure con le more magari, se mi guardi da vicino ma senza focalizzarti troppo.  
Con le rosse non lo so, non riesco nemmeno ad immaginarlo.
Sto bene con le magre… si ma non al ristorante.
Con le astemie no, questo lo escluderei a priori… e anche a posteriori, da vicino e da lontano.
Sto bene con le grasse… forse.
Sto bene con le simpatiche? Io sì, loro non lo so.
Sto bene con le antipatiche? Io no, i miei amici dicono di sì.

Sto bene sopra? Sì, ma anche sotto.
Sto bene prima? Si spesso.
Sto bene dopo? Quasi mai. Quasi…. Ma quando sto bene sto bene davvero.

Magari a prima vista, è questo il punto.
Forse il prezzemolo è sopravvalutato, e quindi lo sono anch’io, sempre in mezzo, e questo mi si addice, sempre in mezzo anche quando scarto di lato.

Io comunque il prezzemolo lo metto un po’ dappertutto ora che ci penso, perché il verde in fondo mi piace, lo uso nel filetto all’aceto balsamico, sulla pizza, quando lavo l’auto (non è vero ma mi piacciono le allegorie), nell’insalata tonno-fagioli-pomodoro se non ho il limone.
Una volta per la festa della donna ho regalato un mazzo di prezzemoli, volevo essere singolare, sono finito single.
Ho pure forzato con la mia fiorista di fiducia un giorno che avevo ordinato un mazzo di rose rosse, si è rifiutata perché lo riteneva un azzardo stilistico.

Forse dovrei provare a fumarlo, più economico dei toscani Connubio, ma temo non si trovi in giro preconfezionato, dovrei rollarlo ma non sono capace.

Che poi mi chiedo come mai la mia amica ha una fiducia così smisurata in me nonostante le ripetute prove contrarie che le ho dato? “Stai bene su tutto”, io le ho detto “fammi pubblicità allora, ma non troppa però, che magari crei aspettativa ed è meglio di no”.
Perché l’aspettativa si che è sopravvalutata, meglio partire bassi che “beh pensavo peggio..” è sempre meglio di “tutto qui?”.

Navigando on line ho pure scoperto che il prezzemolo rappresenta un cambio di paradigma nel ruolo delle erbe aromatiche: da semplice guarnizione “onnipresente”  nella cucina classica a elemento minimalista, tecnico e strutturale nella nouvelle cousins.
Cazzo che figo, non faccio solo guarnizione, ma sono pure minimalista, tecnico e strutturale. Questo si dovrebbe raccontarlo in giro, non deluderei le aspettative.

Un giorno di questi voglio metterlo all’occhiello della giacca, credo farebbe molto bio, in linea coi tempi, Esg compliance, una Greta Thumberg d’accatto la tiro su cento per cento.
Poi che ci faccio quando l’ho abbordata ci penso poi, vuoi mettere il gusto della conquista.

Comunque quando stai bene su tutto non stai bene su niente, non l’avevo vista da questa prospettiva.
Perché passare da tutto a niente è un attimo, manco te ne accorgi, capita così all’improvviso, sei lì pieno zeppo della qualunque poi ti giri e zacc, finito.
Touchè, scaherzavo.
Prezzemolo appassito buono per il compostabile. 

Quando la vedrò di nuovo dovrò dirle che valuti il basilico, mi sembra più adatto, un po’ pretenzioso con quelle foglie larghe, il basilico è l’oppio dei poveri, e si abbina meglio con le rose, credo sarebbe d’accordo pure la mia fiorista.

Anzi a proposito della fiorista, mi ha chiamato ieri: “sono un po’ giù di fatturato, non passi di qua?”.
“No le ho detto, sto cercando di smettere”
“Mmmhh… peccato, avevi gusto, e poi pagavi anche la consegna”






PROLOGO

Andava di corsa e aveva fame.
L’appuntamento per l’eco addome era alle 9:00 a Ravenna, non aveva fatto colazione, manco un caffè, tantomeno le tre capsule di spirulina come gli astronauti, doveva fare quelle cazzo di fototessere ad ogni costo ché di lì a quindici giorni sarebbe partito per Ginevra, se avesse presentato alla frontiera una carta d’identità scaduta nel 1998 non lo avrebbero fatto passare, era indispensabile rinnovarla. Sti burocrati.

Andava di corsa e aveva fame.
Il blocco sullo stretto di Hormuz la costringeva a lavorare il triplo di prima, in mezzo a petrolio e gnl c’erano pure pezzi di ricambio per macchine automatiche, dovevano raggiungere Riyad, Abu Dhabi, Doha… città che oggi tutti ne parlano come se ci fossero cresciuti da bambini e fino a ieri manco sapevano collocarle sul mappamondo. Il Conad avrebbe aperto di lì a 20 minuti, colazione al bar lei non la faceva mai, ma a casa stava lui ancora a letto e non voleva svegliarlo, aprire i cereali, scartare i corn flakes, far partire la moka (of course) avrebbe fatto troppo casino. 

Era arrivato in bici, sgonfia, impolverata, con un pedale che perdeva un colpo ogni due pedalate, la chiuse ugualmente perché se gliel’avessero rubata mentre aspettava lo scatto della Photomaton (macchietta per le foto - nda)  non avrebbe fatto in tempo a rientrare. Aveva la barba lunga e le occhiaie pure quella mattina, sarebbe finita come per la patente, l’espressione sulla carta sarebbe stata simile a quella di un terrorista afgano che ogni volta che lo fermava la Polizia lo facevano scendere dall’auto e perquisivano il baule.

Era arrivata in bici, gonfia, linda, solo con un leggero scortico sulla forcella lato destro. Pedalata impeccabile e rapida, la chiuse perché ci teneva, tutto di fretta, alla velocità della luce direi, un po’ spazientita perché na vecchietta col deambulatore stava chiacchierando con la nipote della vicina (le conosceva) proprio in mezzo al vialetto che portava all’ingresso, per evitare la nipote - che le avrebbe attaccato una pezza - circumnavigò il marciapiede e si avviò verso la scalinata principale.

Lei arrivava.
Lui scostava la tendina per uscire dalla baracchina self tessera di fianco ai gradini.
Si trovarono uno di fronte all’altra, entrambi a stomaco vuoto, forse pure con una leggera alitosi, sorpresi nel senso imbarazzante del termine, vagamente intontiti.

Non si vedevano da oltre un anno, almeno non così da vicino.
La vecchietta col deambulare nel frattempo aveva salutato la nipote della vicina: “ciao tesoro”.

“Ohi..”
“Ciao”
“…”
“…”
“Tutto bene?”
“Al solito, di fretta, come tutti del resto …”

A lui tremavano le gambe, la pompa protonica iniziò a produrre succhi gastrici come non ci fosse un domani, un principio di sincope vasovagale stava facendo capolino, la macchinetta aveva sputato fuori le foto da profugo.
Ma che cazzo! Non ci vengo mai qua!”

A lei sudavano le mani, avrebbe voluto essere altrove, a casa ad aspettare che la moka fischiasse, direttamente ad Hormuz a spostare una porta container sotto le bombe.
 “Ma che cazzo! Non ci viene mai qua”,

“Avrei voluto ringraziarti meglio”
“Non era e non è necessario, l’ho fatto perché mi andava, se però avessi saputo avrei evitato”
“Non c’era niente da sapere che non ti avessi già detto”
“Ancora?! Ma dai… andiamo…ma non cambi mai?”

“Mi dispiace..”
“Cosa?”
“Tutto, come sono andate le cose”
“Non è vero”
“Che mi dispiace?”
“Sì”
“E che ne sai? Sempre le tue certezze, dai ora devo andare..”

“Non ti dispiace ora come non ti è dispiaciuto allora, hai solo risolto in maniera spiccia un incidente di percorso e lo hai fatto in modo pragmatico con qualche effetto collaterale che tutti in fondo poi sappiamo gestire”
“E quale sarebbe stato l’incidente di percorso?”
“L’avermi incontrato e l’aver pensato che usarmi per un po’ non sarebbe stato troppo scomodo”
“Stronzo”

“Dobbiamo parlarne ancora? Oggi? Adesso?”
“Tu lo hai fatto, tu hai iniziato, io volevo solo entrare”
“È ancora chiuso..”

Le gambe di lui non tremavano più, i battiti erano aumentati, le parole gli uscivano a scatti, la pressione cardiocircolatoria almeno raddoppiata.
Le mani di lei non sudavano più, lo stomaco le si era chiuso, la fretta era ancora più insistente.

“Sai… sai quante volte ho ripensato a tutto? Quante volte ho cercato una spiegazione, non al perché é andata così ma al perché io mi sono comportato (e mi comporto, anche se questo non lo disse) così. Sei stata la più grande testa di cazzo che io abbia avuto la sfortuna di incontrare nella vita, mi hai usato nei momenti di tuo bisogno emotivo, anche se ti scoccia che lo dica, hai giocato sull’equivoco, hai mentito a più riprese, non ti è mai fregato nulla, onesta solo nel mettere le mani avanti quando eri più lucida del solito, mi hai tradito più volte, hai lasciato che uno di questi si divertisse a raccontarlo in giro, con gli amici, con le amiche, un coglione che non è degno nemmeno di baciarmi il culo, ti tuffavi tra le sue braccia piangendo quando hai saputo della storia di Gigi, e a me dicevi che manco lo sentivi da mesi, mentre io stavo a pensare che potevo fare per aiutarti”
“Non ti ho mai tradito!”
“Si certo, dal tuo punto di vista non era tradimento, io e te non siamo mai stati davvero insieme, è vero”

“Ma quanto sei ingiusto?”

“Ingiusto?! Ingiusto? La prima volta che sei scomparsa hai raccontato a Gigi che ero stato io a mollarti, io che stavo perdendo la testa per questo, oltre a chili e ore di sonno con la stessa intensità di un cliente di Wanna Marchi negli anni ottanta. E non ho mai capito perché lo hai fatto. 
Quando me lo hanno raccontato sono stato a pensarci per giorni, ho pensato che tu volessi prepararti la strada all’uscita allo scoperto che sarebbe arrivata di lì a poco, ho pensato tu volessi fare la vittima per impietosirlo, ho pensato… non lo so che cazzo ho pensato…”

“Smettila, stai sragionando, ti hanno informato male, e tu su questa storia di chi te lo ha detto… dai… meglio che tu taccia e che lo faccia pure io”

“E’ buffo, io e te non abbiamo mai litigato e lo facciamo ora, dopo tanto tempo, senza nessuna ragione e senza nessun senso.
Ma non provo nessuna rabbia nei tuoi confronti, perché in fondo tutto quello che hai fatto te l’ho lasciato fare io”

“Forse avremmo dovuto litigare di più”

“Forse… sicuramente avrei dovuto mandarti a fare in culo”

“Dai ora devo andare, ti direi che mi ha fatto piacere rivederti ma chissà che mi risponderesti”
“Non ho finito, stanno accendendo ora le luci, manca ancora un po’ prima che sblocchino le vetrate e lui sta ancora dormendo, e voglio dirtelo ora che cosa non sono davvero riuscito a spiegarmi, perché è questo che mi tormenta da troppo, e che produce acido cloridrico quando ti vedo, ed è il perché - nonostante la merda che sei stata - non c’è un cazzo di istante, in ogni cazzo di giorno, in ogni stracazzo di notte, da quando io ti ho conosciuta, che non pensi a te e che non senta la tua mancanza, la sentivo quando ti vedevo e la sento ora che non ti vedo più. Ecco cos’è l’assurdo”

Il supermercato aprì, lei non disse nulla, si scostò ed entrò, velocemente, senza voltarsi.
Lui restò un attimo in silenzio, un sospiro, rimise gli occhiali da sole e andò verso la bici sgonfia, dimenticando le fototessere nel cassettino apposito o nell’apposito cassettino, che commutativamente è la stessa cosa.

Le relazioni umane sono assurde alle volte, anche perché spesso l’uno è convinto di relazionarsi, mentre l’altro sta solo cercando una via di fuga. 
E non lo fa per cattiveria, quasi sempre è solo concentrato su se stesso, sul proprio bisogno o sul proprio dolore, o sulla propria felicità, ed è questo che lo porta a raccogliere tutto quel pragmatico cinismo; oppure lo fa perché è nato così, stronzo vero, e anche qui, ancora, non è colpa sua… è solo destino.

E ricorda, una volta sei l’uno, una volta sei l’altro.

La soluzione, l’unica soluzione, sarebbe non relazionarsi mai, ma è giusto farlo? È giusto non correre il rischio di non riuscire più a provare piacere che non sia quel piacere? Domande che ci aiutano a restare sul tema della storia che questo libercolo racconterà.
Diceva il mio Maestro: “l’uomo è un animale sociale, ha bisogno di relazioni, perché le relazioni sono inevitabili e in quanto tali devono essere normate, altrimenti è caos”.
Lui diceva queste cose da accademico, non credo si riferisse al fatto che sarebbe stato necessario scrivere una norma che statuisse:”Art. 1: le teste di cazzo non ti devono mancare mai” - “Art. 2: se ti mancano bevi, così passa” - “Art. 3: non passerà, ma forse ti viene la cirrosi e allora si passerà”.

Perché serve un prologo per una storia così banale? Qualcuno potrebbe chiederselo in effetti, beh credo che serva per due ragioni, la prima è per aiutare chi legge a capire meglio che succederà, la seconda è per aiutare chi scrive a capire meglio che cosa è successo.




Il fascino delle strisce pedonali

“La bellezza è negli occhi di chi guarda”

“Va beh certo, che banalità, è risaputo, lapalissiano per dirla in maniera forbita”

“Si ma il difficile è accorgersi del bluff”

“In che senso?”

“Prendi una frase banale come… sei bella… detta così, fuori da qualsiasi apparente contesto, perché un uomo te lo dice?!”

“Perché effettivamente sono gnocca! Ahahaha”

 “Si ok, questo è un fatto, ma lascia perdere te che hai investito 10.000 eur nelle tette e 750 eur nelle labbra…”

“Stronzo!”

“Dai scherzo, stai sul pezzo, concentrati sulla mia teoria, sono molte le ragioni per cui succede, c’è il piacione ripetitivo ad esempio, che la caccia li ogni volta che incontra una tipa perché sa che il complimento d’acchito e d’attacco fa sempre presa, e lo dice con quello sguardo finto tenebroso alla Ruggero dei Timidi, che se lei per caso dovesse chiedergli ma di che colore sono i miei occhi, lui non ne avrebbe la più pallida idea.
Per non dire poi degli abitudinari del ciao bella, per loro è diventato un’intercalare, fa parte del loro slang, mica la vedono la bellezza.
Oppure il sei bella me la dai? E lei ha settandue anni ma lui non vede una donna da tre anni, e a quel punto cosa vuoi… gli va bene pure lei”

“Scemo!”

“Ecco questi li sgami subito, li sgami tu donna e li sgamo io uomo abituato ad osservare con attenzione.
Così come ci si accorge immediatamente di chi la bellezza davvero ce l’ha negli occhi, e non la riesce a trattenere, banalmente esce in un sei bella uhaaooo, straborda, pure in silenzio, pure in mezzo al caos, ovunque insomma.”

“Beh, un po’ è così, ma qualcuno più furbetto della media che sei bella, o ti amo, o sei fantastica, ecc ecc te lo fa credere davvero anche se non è vero e tu mica lo capisci”

“Si, quelli sono i professionisti, o professioniste sia chiaro, vale per entrambi, sono quelli che almeno per un po’ ti possono convincere che pure le strisce pedonali sono affascinanti. 
E sono talmente calati nella parte che convincono anche se stessi, e lo raccontano agli amici, con enfasi rara e trasporto, ma senza quel friccichio dentro in realtà, in un modo più o meno così: sai quel giorno pioveva, una pioggerella leggera, me le sono trovate di fronte, una bianca e una nera, non ho resistito, è stato più forte di me, mi sono fermato lì, così, da solo, incurante di quel tipo con il cappello bianco e una paletta rossa che agitava a mezz’aria accompagnandosi con un fischietto nervoso, si faceva chiamare vigile, io guardavo solo loro, lunghe, slanciate, alternate, rese luccicanti da quelle goccioline insistenti che donavano armonia, erano belle. Le strisce pedonali sono tutte fascino e protezione, ti catturano, devi attraversare e cerchi solo loro, la salvezza, il paradiso del pedone, le guardavo e non sono risuscito a trattenermi, mi sono dichiarato, gliel’ho dedicato di cuore, siete belle, anzi bellissime. E loro si sono innamorate!”

“Sono colpita”

“Non devi, è un fatto”

“E tu hai mai finto? Hai mai detto ad una ragazza sei bella come le strisce pedonali?”

“Forse si, non ricordo, ma potrei averlo fatto”

“Allora pure tu sei un professionista?”

“No, non direi. Normalmente non mento, spesso fingo, spesso ho finto, ma mai per troppo tempo. Non sono capace di recitare una parte troppo a lungo”

“E ti è mai capitato di trovare la bellezza quella vera? Quella che stava prima nel tuo sguardo che nell’oggettività della cosa?”

“Oh sì, poche poche volte, ma si mi è capitato”

“E l’hai detto?”

“Certamente. Come fai a non farlo? Se incontri il bello lo devi dire, sei bella punto, detto così senza pensare, senza secondi fini, solo sei bella, è vero in assoluto? Non lo è? Non importa, se senti il friccichio, quello che manca al professionista, devi andare, che senso ha tenerlo per sé, sarebbe inutile, capita talmente di rado che bisogna approfittarne”

“E io? Sono bella?”

“Sei gnocca”

“Me lo hai detto senza friccichio. Preferisci le strisce pedonali nonostante le mie tette. Bastardo!”

“Daiiii! Tu sei mia amica”

“Beh, non puoi avere un’amica bella?!”

“Oh certo”

“Mmmh… non ti credo. Andiamo?”

“Dove?”

“Ad attraversare la strada, voglio vedere che fai…”