Quella mattina faceva freddo, particolarmente freddo, come non capitava da parecchio tempo, freddo dentro e freddo fuori, fuori e dentro da chi o da cosa o da dove non era chiaro, comunque faceva freddo.
D'altronde ci si stava avvicinando a grandi falcate alla fine di ottobre, anzi in realtà la fine era lì ad un niente, era lì con tutto il suo carico d’autunno di merda inoltrato, due passi prima dei Morti e dei Santi, con il loro corollario d’importazione di zucche arancioni, di ragnatele finte, di teschi di plastica, di musichine del cazzo.
Tutta roba che dopo aver
sfrattato dall’immaginario collettivo il
profumo dell’incenso sparso da Don Pietro, faceva pure passare in secondo piano
i colori irripetibili che quello scorcio d’anno è in grado di regalare ogni
volta che si ripropone.
La terracotta, il giallo, la senape, l’ocra, il rosso, il
bordeaux, il rame delle foglie cadute o lì lì pronte a suicidarsi, non ancora
maciullate dalle piogge o dalla nebbia novembrina; il marrone cioccolato castagna
e nocciola dei tronchi degli alberi più datati; il verde verdone verdino del
muschio soffice e rassicurante; il viola, il fucsia, il bianco, il lilla ed il
blu dei settembrini, dell’erica, dei ciclamini, delle anemoni e di quelle altre
robe insistentemente profumate che sanno essere al tempo stesso pazzescamente
piacevoli o assolutamente insopportabili.
Faceva freddo e lui passeggiava lentamente dopo una notte
in bianco, “lui chi?” direte voi, “un tipo come tanti” dico io.
Stanco di lottare con il piumone, le lenzuola, il
telecomando incastrato tra il muro ed il materasso, con lo smartphone ormai
scarico perché aveva smarrito il caricatore, troppo tardi per provare a
prendere sonno, troppo presto per andarsene in ufficio, decise di alzarsi
comunque, cacciarsi sotto alla doccia bollente, e uscirsene a bere un caffè dall’altra
parte della città.
Decise di camminarsela, passo dopo passo (che banalità,
esiste forse un altro modo per camminare??), con le mani infilate nelle tasche
del trench con l’ultimo bottone slacciato “ché altrimenti cade da schifo sulle
spalle”, le scarpe fuori contesto, di un giallo-canarino-sporco-usurato che contrastavano
apparentemente con l’outfit complessivo, il contesto, l’ora, la temperatura, le occhiaie
profonde, il brizzolato dei capelli, i calzini, ed il portafoglio rosso che c’era
anche se non si vedeva.
“Contrastavano apparentemente”, ma viste con l’occhio della
signora affacciata alla finestra sul viale, sciroccata probabilmente quanto lui, visto che se ne stava a quell’ora di un mattino non ancora completamente convinto
di sbocciare, a fumare una sigaretta puzzolente sul davanzale, con i vetri
spalancati e la camicia da notte di flanella, rosa antico tra l’altro, e i
capelli grigi raccolti in un concio improbabile, tenuto insieme con un ferro da
maglia verde scuro…. beh ecco dicevo… viste con il suo occhio… forse forse… così tanto “apparentemente” non contrastavano.
Arrivò di fronte al bar che questo chiaramente era ancora
chiuso, ma decise comunque di fermarsi ad aspettare che qualcosa succedesse,
anche solo una cosa banale come l’apertura sarebbe stata sufficiente…
All’interno stava la barista bionda con la coda di cavallo,
le tette grosse, il tatuaggio sul braccio, le labbra rifatte (ma rifatte bene),
tutta intenta - nell’attesa che si facesse l’ora - a piazzare le paste alla crema nella vetrinetta a temperatura
controllata e le girelle salate integrali di fianco agli sfilatini crudo-fontina
e tonno (un azzardo gourmet da nouvelle cuisine de’ noantri).
Il ragazzo, o forse bisognerebbe dire l’anziano visto che quella
mattina sembrava vecchio come Clint Eastwood in “Cry Macho – Ritorno a casa”
senza il sex appeal dell’attore, si sedette sulla panchina di fronte al bar.
Era senza cellulare, che ricorderete si era scaricato durante
la notte, con le gambe accavallate e le mani sempre in tasca, lo sguardo fisso di
fronte … e non si capisce se fisso sulle tette della barista o sul netturbino
con il gilet giallo che si era appena materializzato sotto al lampione.
Ingannare il tempo senza smanettare sullo smartphone pare
sia diventato complicato ultimamente, lo fanno un po’ tutti, per mille ragioni
diverse, lo fanno i tossico-dipendenti on- line, lo fanno gli emulatori, lo
fanno i terroristi che devono organizzare il week-end, lo fanno gli onanisti
alla ricerca dell’ultimo video hard su PornHub, lo fanno i ragazzini
rincoglioniti da TikTok, lo fanno i nonni che senza tasti non riescono a
trovare il numero della nipote che a pranzo deve passare da loro e non sanno
quanti cappelletti vuole mangiare, lo fanno i politici, lo fanno gli
acchiappalike, lo fa pure la signora con la sigaretta affacciata al davanzale
sul viale una volta rientrata da quella sua boccata d’aria mattutina.
Se “l’anziano” sulla panchina si fosse abbandonato allo
stesso scrollare se avesse avuto a disposizione un telefonino non è dato sapere,
da quello che mi ha raccontato il netturbino (perché è stato lui a darmi alcuni
dettagli di questa storia) direi di no, troppo concentrato nell’altrove il
nostro protagonista, troppo distratto dal freddo, troppo consumato dai pochi
minuti di sonno, troppo impegnato a non far uscire le mani dal trench, troppo
chiuso nel proprio personaggio.
Il bar aprì di lì a qualche dopo, entrò prima lo spazzino,
poi un camionista rumeno di “Giro-in-tondo Trasporti Ltd” che aveva parcheggiato poco
distante, poi entrò il signore, sì insomma il tizio, il tipo senza nome, dai l’anziano,
il Clint Eastwood dei poveri con le scarpe di Uma Thurman, e iniziò un dialogo
con la barista che faceva più o meno così:
“Ti chiederei un caffè leggermente doppio”
“Leggermente doppio?”
“Sì, tipo un caffè una volta e mezzo”
“Lo vuole pure macchiato un po’ e tre quarti?”
“No, liscio, grazie”
“Tutto bene?”
“Sì, direi abbastanza. Perché?”
“No così, la vedo triste, sa le lacrime”
“Bah triste, cosa vuoi è presto, fa freddo…”
“Sta piangendo”
“No, è la nebbia”
“Ma non c’è nebbia?!”
“Sicura?? A me pare di sì”
“Sicura, mi creda”
“Allora sarà l’antirughe che ho usato ieri sera, credo di
averlo passato troppo vicino al contorno occhi e oggi mi irrita”
“Ah ok, ecco il suo caffè leggermente doppio, va bene?”
“Va benissimo, ma perché mi dai del lei?”
“Perché potrei non volerle dare confidenza, o semplicemente
per rispetto”
“Perché ti sembro vecchio?”
“No, perché mi sembra tu sia stanco”
“Sono stanco in effetti”
“Perché?”
“Perché mi sono rotto il cazzo”
“Lascia che aggiunga un pizzico di Vernelli, un sette
ottavi di Vernelli al tuo caffè doppio una volta e mezzo, non ti riaggiusterà ciò
che si è rotto ma ti riscalderà un pochetto”
“Ok grazie, mi fido di te”
“Fai bene”
Il camionista Rumeno nel frattempo si era addormentato in
piedi con il braccio destro appoggiato al bancone, il netturbino stava bevendo
un the nero al limone giallo, Cleant uscì salutando Gaia (la barista, il nome
di lei lo sappiamo) e sulla soglia incontrò la signora che qualche poco prima
se ne stava alla finestra.
“Vuoi una sigaretta?” – disse lei.
“Grazie non fumo” – disse lui.
“Dammi retta, inizia, è meglio” – replicò lei.
“Ok va bene” – accettò lui.
“Bravo”
“Brava tu”
“Ci si vede”
“Dove?”
“In giro”
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