Ottobre...


Quella mattina faceva freddo, particolarmente freddo, come non capitava da parecchio tempo, freddo dentro e freddo fuori, fuori e dentro da chi o da cosa o da dove non era chiaro, comunque faceva freddo.

D'altronde ci si stava avvicinando a grandi falcate alla fine di ottobre, anzi in realtà la fine era lì ad un niente, era lì con tutto il suo carico d’autunno di merda inoltrato, due passi prima dei Morti e dei Santi, con il loro corollario d’importazione di zucche arancioni, di ragnatele finte, di teschi di plastica, di musichine del cazzo.

Tutta roba che dopo aver sfrattato dall’immaginario collettivo  il profumo dell’incenso sparso da Don Pietro, faceva pure passare in secondo piano i colori irripetibili che quello scorcio d’anno è in grado di regalare ogni volta che si ripropone.

La terracotta, il giallo, la senape, l’ocra, il rosso, il bordeaux, il rame delle foglie cadute o lì lì pronte a suicidarsi, non ancora maciullate dalle piogge o dalla nebbia novembrina; il marrone cioccolato castagna e nocciola dei tronchi degli alberi più datati; il verde verdone verdino del muschio soffice e rassicurante; il viola, il fucsia, il bianco, il lilla ed il blu dei settembrini, dell’erica, dei ciclamini, delle anemoni e di quelle altre robe insistentemente profumate che sanno essere al tempo stesso pazzescamente piacevoli o assolutamente insopportabili.

 

Faceva freddo e lui passeggiava lentamente dopo una notte in bianco, “lui chi?” direte voi, “un tipo come tanti” dico io.

Stanco di lottare con il piumone, le lenzuola, il telecomando incastrato tra il muro ed il materasso, con lo smartphone ormai scarico perché aveva smarrito il caricatore, troppo tardi per provare a prendere sonno, troppo presto per andarsene in ufficio, decise di alzarsi comunque, cacciarsi sotto alla doccia bollente, e uscirsene a bere un caffè dall’altra parte della città.

Decise di camminarsela, passo dopo passo (che banalità, esiste forse un altro modo per camminare??), con le mani infilate nelle tasche del trench con l’ultimo bottone slacciato “ché altrimenti cade da schifo sulle spalle”, le scarpe fuori contesto, di un giallo-canarino-sporco-usurato che contrastavano apparentemente con l’outfit complessivo, il contesto, l’ora, la temperatura, le occhiaie profonde, il brizzolato dei capelli, i calzini, ed il portafoglio rosso che c’era anche se non si vedeva.

“Contrastavano apparentemente”, ma viste con l’occhio della signora affacciata alla finestra sul viale, sciroccata probabilmente quanto lui, visto che se ne stava a quell’ora di un mattino non ancora completamente convinto di sbocciare, a fumare una sigaretta puzzolente sul davanzale, con i vetri spalancati e la camicia da notte di flanella, rosa antico tra l’altro, e i capelli grigi raccolti in un concio improbabile, tenuto insieme con un ferro da maglia verde scuro…. beh ecco dicevo… viste con il suo occhio… forse forse… così tanto “apparentemente” non contrastavano.     

 

Arrivò di fronte al bar che questo chiaramente era ancora chiuso, ma decise comunque di fermarsi ad aspettare che qualcosa succedesse, anche solo una cosa banale come l’apertura sarebbe stata sufficiente…

All’interno stava la barista bionda con la coda di cavallo, le tette grosse, il tatuaggio sul braccio, le labbra rifatte (ma rifatte bene), tutta intenta - nell’attesa che si facesse l’ora - a piazzare le paste alla crema nella vetrinetta a temperatura controllata e le girelle salate integrali di fianco agli sfilatini crudo-fontina e tonno (un azzardo gourmet da nouvelle cuisine de’ noantri).

Il ragazzo, o forse bisognerebbe dire l’anziano visto che quella mattina sembrava vecchio come Clint Eastwood in “Cry Macho – Ritorno a casa” senza il sex appeal dell’attore, si sedette sulla panchina di fronte al bar.

Era senza cellulare, che ricorderete si era scaricato durante la notte, con le gambe accavallate e le mani sempre in tasca, lo sguardo fisso di fronte … e non si capisce se fisso sulle tette della barista o sul netturbino con il gilet giallo che si era appena materializzato sotto al lampione.

Ingannare il tempo senza smanettare sullo smartphone pare sia diventato complicato ultimamente, lo fanno un po’ tutti, per mille ragioni diverse, lo fanno i tossico-dipendenti on- line, lo fanno gli emulatori, lo fanno i terroristi che devono organizzare il week-end, lo fanno gli onanisti alla ricerca dell’ultimo video hard su PornHub, lo fanno i ragazzini rincoglioniti da TikTok, lo fanno i nonni che senza tasti non riescono a trovare il numero della nipote che a pranzo deve passare da loro e non sanno quanti cappelletti vuole mangiare, lo fanno i politici, lo fanno gli acchiappalike, lo fa pure la signora con la sigaretta affacciata al davanzale sul viale una volta rientrata da quella sua boccata d’aria mattutina.

Se “l’anziano” sulla panchina si fosse abbandonato allo stesso scrollare se avesse avuto a disposizione un telefonino non è dato sapere, da quello che mi ha raccontato il netturbino (perché è stato lui a darmi alcuni dettagli di questa storia) direi di no, troppo concentrato nell’altrove il nostro protagonista, troppo distratto dal freddo, troppo consumato dai pochi minuti di sonno, troppo impegnato a non far uscire le mani dal trench, troppo chiuso nel proprio personaggio.

 

Il bar aprì di lì a qualche dopo, entrò prima lo spazzino, poi un camionista rumeno di “Giro-in-tondo Trasporti Ltd” che aveva parcheggiato poco distante, poi entrò il signore, sì insomma il tizio, il tipo senza nome, dai l’anziano, il Clint Eastwood dei poveri con le scarpe di Uma Thurman, e iniziò un dialogo con la barista che faceva più o meno così:

 

“Ti chiederei un caffè leggermente doppio”

“Leggermente doppio?”

“Sì, tipo un caffè una volta e mezzo”

“Lo vuole pure macchiato un po’ e tre quarti?”

“No, liscio, grazie”

“Tutto bene?”

“Sì, direi abbastanza. Perché?”

“No così, la vedo triste, sa le lacrime”

“Bah triste, cosa vuoi è presto, fa freddo…”

“Sta piangendo”

“No, è la nebbia”

“Ma non c’è nebbia?!”

“Sicura?? A me pare di sì”

“Sicura, mi creda”

“Allora sarà l’antirughe che ho usato ieri sera, credo di averlo passato troppo vicino al contorno occhi e oggi mi irrita”

“Ah ok, ecco il suo caffè leggermente doppio, va bene?”

“Va benissimo, ma perché mi dai del lei?”

“Perché potrei non volerle dare confidenza, o semplicemente per rispetto”

“Perché ti sembro vecchio?”

“No, perché mi sembra tu sia stanco”

“Sono stanco in effetti”

“Perché?”

“Perché mi sono rotto il cazzo”

“Lascia che aggiunga un pizzico di Vernelli, un sette ottavi di Vernelli al tuo caffè doppio una volta e mezzo, non ti riaggiusterà ciò che si è rotto ma ti riscalderà un pochetto”

“Ok grazie, mi fido di te”

“Fai bene”

 

Il camionista Rumeno nel frattempo si era addormentato in piedi con il braccio destro appoggiato al bancone, il netturbino stava bevendo un the nero al limone giallo, Cleant uscì salutando Gaia (la barista, il nome di lei lo sappiamo) e sulla soglia incontrò la signora che qualche poco prima se ne stava alla finestra.

 

“Vuoi una sigaretta?” – disse lei.

“Grazie non fumo” – disse lui.

“Dammi retta, inizia, è meglio” – replicò lei.

“Ok va bene” – accettò lui.

“Bravo”

“Brava tu”

“Ci si vede”

“Dove?”

“In giro”





 

Una domenica bestiale


“Ma chi sono quei due??”

Me lo sono chiesta appena li ho visti salire lungo il sentierotto che “porta alla porta” principale, quello lastricato di ciotoli, io me ne stavo lì appoggiata alle mura, a fumare la mia sigaretta d’ordinanza rollata prima del servizio, guardavo il mare che non si vedeva, ché i vapori della pianura stavano stazionando piuttosto fastidiosi in quell’orizzonte che è una delle ragioni per cui sono ancora qua dopo tutti questi anni … ed ecco che sono arrivati loro.

 

Lei bella, lui di meno.

Lei sorrideva, lui pure.


Lei claudicava per via di un ginocchio visibilmente malandato e si poggiava a lui, non perché non riuscisse a fare da sola sia chiaro, ma per tenere il suo accompagnatore ancorato a terra, sì perché lui volava, sì avete capito bene, volava, non camminava… proprio fluttuava, e probabilmente lei temeva che se gli avesse mollato il braccio quello sciocco se ne sarebbe sparito in mezzo alla nebbia che abbracciava il colle lì da basso, che poi avendo pure paura di volare, come sarebbe ritornato?

E lei ormai aveva prenotato per due, mica poteva pranzare da sola, quindi lo teneva stretto.

 

Sono passati di fronte al gazebo del ristorante guardandosi negli occhi, non sembravano fidanzati, nemmeno amici, e neanche fratello e sorella, tantomeno cugini, a me sembravano dolci, ma non dolci di quel dolce smieloso tipo Peynet con la carie… dolci e basta.

Hanno proseguito lungo il perimetro interno delle mura, senza avere chiaro che cosa stessero cercando, ammesso che cercassero qualcosa, si sono affacciati sulla cinta di destra ma non sembravano soddisfatti, la nebbia probabilmente rompeva le balle anche a loro; hanno poi proseguito fino all’ingresso del Resort, tra l’altro chiuso in questo periodo, che cercassero una stanza? Non credo, o magari lui sì, certamente lei no.

Poi eccoli poco dopo sbucare sul fronte opposto, quello inondato dal sole a quell’ora del mattino, e si sono piazzati lì su una delle panchine reverse che costeggiano il belvedere.

 

Ora voi vi chiederete come faccio io a sapere tutti sti dettagli, beh semplice, ve lo dico, li ho seguiti.

Mi hanno incuriosito, ve l’ho detto, e visto che sono impicciona ho deciso di farmi un po’ dei fatti loro, non tanti, solo un po’.

 

La panchina era quella dei sogni, ce ne sono un sacco sapete? Su ognuna di queste sta scritto il titolo: “… quella dei sogni”, “… quella degli innamorati”, “… quella dei disillusi”, “… quella dei poveri”, “… quella dei giovani”, “… quella dei piacioni”, “… quella degli stanchi”.

Poi cos’è successo? Lo so che volete sapere pure questo, “si sono baciati??” chiederete voi, “si sono abbracciati??”, “hanno fotografato il paesaggio??”, “hanno tirato fuori un cavalletto, una tavolozza, una tela e hanno iniziato a dipingere?”.

No, lei ha preso dalla sua borsa nera e gigante un mazzo di carte romagnole ed hanno iniziato a giocare a briscola.

Le carte erano nuove, di buona fattura, sembravano fatte a mano da quel tipo lì che si chiama “Del Negro”, un fabbricante di carte da gioco con la passione per i tarocchi (questo lo so perché me lo ha raccontato mia nonna che faceva la fattucchiera a Sant’Arcangelo da giovane, e il cugino di Del Negro si era preso una cotta per lei).

Lei ha mescolato la prima mano, mentre lo faceva un po’ lo guardava negli occhi, un po’ si mordicchiava il labbro superiore, un po’ faceva “schioccare” la lingua in un tic buffo e delicato, un po’ pensava a come stracciarlo, un po’ raccontava.

Lui la guardava, sorrideva, a tratti proprio rideva in maniera sguaiata, parlava e aveva smesso di volare, le gambe a cavalcioni sulla panca dei sogni lo tenevano ancorato al suolo.

La cosa strana era il rumore ritmico di sottofondo, tipo un “tum.. tum.. tum.. tam.. tam.. tum.. tum.. tam.. tam…”, lo percepivo appena appena accennato dalla distanza in cui mi trovavo (avevo smesso di seguirli da vicino, ora lo facevo solo con lo sguardo, anche perché il ristorante si stava riempendo e mica potevo continuare a non fare una minchia, c’ho da lavorare pure io).

 

Romeo arrivò all’improvviso, un po’ di soppiatto, un po’ di scatto, si arrampicò dapprima sulla gamba di lui, poi dopo una serie di giravolte tra di loro si accovacciò proprio nella borsa delle meraviglie, dove tra l’altro lei aveva appoggiato la sua giacca nera col fiore rosé, stava comodo, lo si capiva dal muso soddisfatto, voleva farsi coccolare da quei due, e per lui è strano, di solito non da troppa confidenza agli sconosciuti, me lo dice sempre la Cesira, “l’è un gat stramb”.

 

Ok, se non vi spiego chi sono Romeo e la Cesira mica si capisce niente qua. La Cesira è la nostra aiuto cuoca, una signora sui settanta che ancora non ha voglia di starsene a casa, parla un dialetto tutto suo, vive da sola con un nipote scapestrato che fa il meccanico a Rimini, un bravo ragazzo, ma un cicinin sfigato. Romeo è il suo gatto, della Cesira intendo, quando lei è a casa lui è casa, quando lei sta in cucina da noi, lui va in giro a curiosare, e si ferma solo al sole e vicino a chi gli piace.

A questi è salito pure sopra, quindi evidentemente gli piacevano più di parecchio.

 

Lo accarezzavano, incuranti dei peli che perdeva tutt’intorno e degli artigli che provavano la tenuta dei jeans, e lui se la godeva, sì se la godeva parecchio, poi ad un tratto, quasi per lasciarli soli, o almeno un po’ più soli, se n’è fuggito proprio come era arrivato, all’improvviso e di soppiatto, ma non si è allontanato più di tanto, si è accovacciato lì ai piedi della panchina, quella dei sogni ricordate?

 

La briscola l’ha vinta lui per inciso, lo dico a questo punto ché è importante, l’ha vinta all’ultima mano, dopo una “lunga e difficile” partita, in cui lei un po’ cercava di difendersi e un po’ lo lasciava fare, poi un tre di bastoni, un re di non ricordo cosa ed uno scartino, e la cosa è andata così.

Lui non ha concesso la rivincita, anche perché si era fatta l’ora di venire da me, ma sono certa che ricapiterà, che giochino a briscola intendo.

 

Quando sono entrati nel gazebo l’unica cosa che ho pensato, oltre al “ma chi sono sti qua??” che continuava a ronzarmi in testa, ecco… ho pensato, ve lo dico: “ma quanto sono belli insieme??”.

Sì proprio così, perché dovete sapere che ci sono diversi tipi di persone, ci sono i brutti, i belli a prescindere, i bellocci, i belloni, i coglioni, le stragnocche, le gnocche rifatte, i carini, gli insignificanti, ed i “belli insieme”, e loro – fidatevi di me che ne vedo a svagonate qua nel mio ristorantino – appartengono alla categoria dei belli insieme.

 

Ora che li avevo qui vicini il “tum.. tum.. tum.. tam.. tam.. tum.. tum.. tam.. tam…” lo sentivo proprio bene, distinto, insistente, agitato, caldo. Che uno dei due avesse un pacemaker?

 

Non sto a raccontarvi che cos’hanno mangiato, se volete saperlo vi tocca di venire anche voi a trovarmi, perché è vero che sto qua a scrivere storie ma devo pur sempre campare, e se non fatturo non campo, ma una cosa ancora ve la voglio dire, non ho mai visto una coppia parlare così tanto, o ma tanto tanto, parlavano mentre mangiavano, parlavano mentre bevevano, si guardavano e parlavano, si toccavano e parlavano, si appiccicavano e parlavano, mi salutavano e continuavano a parlare tra di loro.

Che un po’ li invidiavo e un po’ mi avevano rotto i coglioni con tutto sto parlare, manco dovessero raccontarsi una vita!!!

 

Li abbiamo visti di nuovo scendere il ciotolato che “porta dalla porta” al parcheggio, si stava avvicinando il tramonto, li abbiamo visti io, la Cesira, Romeo e altri due clienti che hanno pranzato poco distanti da loro, cera pure Carlino il loro Terrier di quattro mesi, noi ce ne stavamo lì appoggiati alle mura, poi ad un tratto Alfonso, uno dei due clienti ha detto: “Oh, ma quanto sono belli insieme?”, e la moglie ha aggiunto: “lo sapranno?”, “beh..” - faccio io – “dovevamo dirglielo..”.

“Se mo quant ciacaré fai…. i m’ha rimbambì” è stata la chiusura della Cesira.

 

“tum.. tum.. tum.. tam.. tam.. tum.. tum.. tam.. tam…”

“La smetti di far tutto sto casino con sto cuore?? Stai disturbando” ha detto lei salendo in auto. 

Sorrideva.




Un pezzetto del capitolo tre... o forse due.. ma non importa

.....
Come ogni mattina il caffè era al Viale, aveva preso l’abitudine, o il vizio vedete voi, di andare all’apertura, ore 6.00, aveva scelto quel posto quando ancora lavorava a Bologna, il treno era alle 6.59 (che ci tengo a sottolinearlo non sono le 7.00, perché se arrivi alle 7.00 il treno è già partito), lui se ne andava lì con un’ora di anticipo solo per leggere i quotidiani seduto nel tavolino d’angolo di fianco all’ingresso, spalle al muro e sguardo sull’entrata, come fanno di solito i Carabinieri. 
Ora poteva andare pure più tardi, entrava in ufficio normalmente alle 8.00 ed era a due passi da lì, ma considerando che non dormiva e non aveva sostanzialmente nulla da fare a quell’ora, anche quando non andava a correre continuava ad alzarsi all’alba e scappava via, alla volta del bar o di qualsiasi cosa che lo tenesse fuori casa.

E’ la fortuna/sfortuna dei single, potersi alzare quando cazzo vogliono, senza preoccuparsi di fare rumore, poter tirare lo sciacquone con la porta del bagno aperta, far partire la TV a tutto volume, fare i gargarismi, rifare o non rifare il letto, scoreggiare, scrollare storie su Instagram indugiando sulle tette di qualche sciroccata che passa metà della vita a farsi dei selfie idioti e a cui scrivere in DM: “Ciao, sari che il tuo sorriso è davvero incredibile? Complimenti…”. 
Oppure andare al Viale all’alba, prendere il caffè e leggere i giornali per l’appunto (e questo non esclude una sbirciata alle tette di cui dicevo prima, sia chiaro).

Al bancone c’era Luisa, una delle migliori amiche di Agata, non la vedeva da tempo, stava facendo colazione pure lei, di solito non passava da quelle parti, il trolley e lo zaino lasciavano intuire una partenza per un qualche giorno da qualche parte, Luisa non faceva trasferte, almeno che lui sapesse, quindi probabilmente si trattava di vacanza.

Si guardò immediatamente attorno preso da un semi-panico sudato freddo, voleva controllare capire se poteva esserci pure l’altra nei paraggi, per fortuna non era così, per fortuna sì, ma fu immediatamente delusione.

“Buongiorno, per me un caffè, una girella salata e ti pago pure il cappuccino ed il cannolo della signorina seria con la faccia da furba che sta fissando le bottiglie di gin sulle scansie di fronte, e occhio eh… che se ti distrai un attimo te le fotte!”

“Hei ma… Luì, scemo dai che fai! Ma da quanto tempo? Vieni qua…”

Si abbracciarono, stretti sì, lei lo accarezzò sulle spalle, come faceva sempre, lui la guardò sorridente, gli faceva davvero piacere averla incontrata.

“Dai ma davvero, che bello, come stai? Che ci fai qui a quest’ora? Io sto partendo per tre giorni a Barcellona, raggiungo mio figlio che se ne sta là diciamo per lavoro da un paio di mesi. Dai sediamoci un attimo, hai fretta?”

“Volentieri, ho una fretta compatibile con i tuoi tempi tranquilla. Quindi tuo figlio è a Barcellona ora?”
“Sì, sai quella borsa di studio di cui vi raccontavo l’ultima volta? Ha partecipato ed è riuscito a vincerla, ora si farà un anno nella sede locale di HP bella esperienza, è gasatissimo! Il problema mio è che non lo vedo mai, i tempi per lui sono stretti e se non vado io lui non viene, poi c’è pure Sandra che un week sì ed uno no va a trovarlo, insomma una vita ad incastro! Ma tu? Dimmi come stai, davvero”
“Sto bene dai, quasi tutto sotto controllo”
“Vero?”
“Vero sì, perché non dovrebbe?”
“Mmmm… va bene, facciamo che ti credo anche se non così tanto (ride) ma va bene. Ho incontrato gli altri recentemente, una sera da Davide, ma tu non c’eri”
“Sai ci vediamo meno ultimamente, poi io sono stato un po’ fuori uso ed un po’ fuori per lavoro. Ma tu stai benissimo! Ti vedo davvero in forma”
“Mah, dovrei perdere qualche chilo, me lo dice anche quello stronzo di Fabio”
“Nooo, sei perfetta così, due botte te le darei, tranquilla…”
“Scemo”
“Fa caldo per essere aprile vero?”
“Sì, davvero, poi a Barcellona mi aspetto ancora peggio…”
“…”
“…”

Avete presente i giri di parole? Quelle conversazioni che non aggiungono quasi niente al banale, che non arrivano a nulla se non a scontati resoconti routinari, che evitano la sostanza concentrandosi sugli orpelli, e spesso orpelli del tutto inutili? Ecco, quello che stava  succedendo lì in quel momento era proprio questo.

“Dai dimmi come stai davvero, lo so che della borsa di studio di mio figlio non ti frega una minchia”
“Sto bene, veramente, sono solo un po’ stanco, poi un problema di un amico mi sta preoccupando, ma tutto sotto controllo come ti dicevo...”
“Mi ha detto che vi siete incontrati per caso qualche settimana fa… fuori dal supermercato…dove tu non vai mai peraltro!!”
“Lei come sta?”
“Le è dispiaciuto per come ti ha sentito”
“Lei come sta?”
“Davvero, non voleva… lo sai”
“Perché non mi rispondi?”
“Perché so perfettamente che non vuoi una risposta. Sei stato duro”
“Sono stato duro?!”
“Sì, duro e troppo sincero”
“Che dovevo fare? Baciarla ed abbracciarla e chiederle se aveva bisogno per la spesa?”
“Ti pensa spesso”
“Sì, mentre cucina la cena per Denny o come cazzo si chiama? O mentre lo aspetta per l’aperitivo in terrazza? O mentre trombano?”
“Dai, perché fai così?”
“Sì, scusa, ma è più forte di me”
“Le vuoi bene, non trattarla male”
“Non la tratto male, lo sai, non l’ho mai trattata male, non c’è persona al mondo che vorrei vedere felice più di lei, darei qualsiasi cosa ancora oggi… ma posso essere incazzato? Posso essere incazzato come una bestia? Posso essere ancora incazzato e rimanerlo per uno, cinque, dieci, cento anni? Non credi ne abbia diritto?”
“Puoi… ma dimenticavo una cosa… tra dieci minuti sarà qui, viene a Barcellona con me”

Le persone vivono momenti di tensione acuta poche volte davvero nella vita, quando inizi l’asilo e la mamma ti abbandona tra le grinfie di una suora con gli occhiali, il velo nero d’ordinanza e una leggera peluria sul viso; quando stai per baciare per la prima volta la ragazza dei tuoi sogni dopo aver mangiato una confezione di Fonzies dieci minuti prima e non sei riuscito a passare da casa per lavarti i denti; quando entri per l’orale alla maturità e vedi schierata la commissione esterna e il membro interno suda; quando perdi qualcuno di caro e ti rendi conto che “mai più” esiste davvero.
Quando scopri che Agata sta per entrare al Caffè del Viale alle 6.20 di mattina, e temi di non riuscire a scappare in tempo dalla porta a vetri laterale perché non è ancora aperta.

“Vado via”
“No, aspetta, salutala, le farebbe piacere”
“Vado via”
“Troppo tardi…”
“Hei… ciao… ma voi? Anzi ma tu?”

Era bella cazzo, incredibilmente bella, di un bello che più bello davvero è difficile. 
Un bello imbarazzante, che per riconoscerlo e gestirlo serve molta esperienza e savoir-faire.
La voce le tremava, non per l’emozione, nemmeno per la sorpresa, che comunque c’era ed era forte, nell’ultimo anno non si erano visti nemmeno per sbaglio e nell’ultimo mese si erano ritrovati faccia a faccia per ben due volte, la voce le tremava che nemmeno lei sapeva perché.
La gonna era corta, lo stivale nero arrogante, la maglietta bianca le dava luce, i capelli sempre arrabbiati erano perfettamente spettinati, l’espressione inconfondibile, il bagaglio minimale.

“Stavo andando via”
“Non mi offri nemmeno un caffè?”
“No, perché il caffè ti fa male”
“E da quando?”

Luisa rideva. “Scusa, ci porteresti un altro caffè? Paga lui anche questo”

“Questa mattina ti salta la rassegna stampa, mi spiace”
“Lo so che mi salta, e so che non ti dispiace, infatti sono nervoso per questo, e comunque state facendo tardi, perderete il treno se non andate subito”
“Abbiamo ancora venti minuti…”
“E’ in anticipo, mi è arrivata ora la notifica sull’App di Trenitalia”
“Scemo”
“Pure tu mi dai dello scemo?”
“Lo sei”

E sole, sole che sale, rosso che brilla, in mezzo a un desiderio cade, cade una stella

Nei divanetti di fianco stava seduta una ragazza bionda, gli occhi azzurrissimi e la camicia di lino dello stesso colore a fare pendant, inizialmente si era seduta all’esterno del locale, poi per qualche ragione si era fiondata dentro. All’anulare sinistro una fede in oro giallo, inviava insistentemente messaggi dallo smart phone, un Apple di ultima generazione, oltre ai messaggi pareva inviasse pure qualche foto, forse per immortalare l’attimo e condividere con qualcuno, una borsa da palestra scura, anonima, dentro un telo mare e creme solari. Luì, che si era alzato per andare a prendere il vassoietto con il caffè dell’Agata (sì, lo stava facendo davvero…) l’aveva notata passandole di fianco, nonostante un inevitabile calo di lucidità. Era decontestualizzata rispetto alla situazione, troppo turista per essere vera, una mise e un armamentario del tutto fuori stagione, li osservava insistentemente fingendo di non farlo, e la sensazione era che i selfie fossero un modo nemmeno troppo furbo per scattare foto pure a loro. 
Per un attimo ripensò a Romolo Resta appeso a una trave, se lo figurò pur non avendolo mai visto. 
Ebbe un brivido.

“Ecco il tuo caffè”
“Grazie”
“Ora però vado davvero”
“Aspetta almeno che lo beva”
“Dai facci compagnia, tra cinque minuti andiamo pure noi”
“Pronte per Barcellona?”
“Ci facciamo tre giorni sulle Ramblas, e non vedo l’ora di abbracciarmi quello scioccato di mio figlio"
 “Io non vedo l’ora di visitare Casa Batlò”
“Vi consiglio la paella di riso al nero di seppia, la migliore lo fanno alla Botega Olivia, proprio di fianco a Las Ramblas”
“Da quando frequenti i ristoranti di Barcellona?”
“Da sempre”
“Non lo sapevo”
“Non sai un sacco di cose”
“Allora domani sera andiamo, se non ci piace ti mandiamo il conto”
“Vi piacerà”

Si alzarono ed uscirono insieme, Agata e Luisa si avviarono verso la stazione, Luì verso l’auto. 
Continuò ad osservarla mentre si allontanava, l’andatura era la stessa di quando la vide la prima volta attraversare le strisce pedonali, irresistibile, lei si voltò un attimo verso di lui, lo salutò con la mano, non sorrideva, pure lui la salutò con la mano, non sorrideva.

La “turista” bionda uscì subito dopo, andò nella direzione opposta, salì su un’auto nera, l’Audi A4 SW che lo aveva superato il giorno prima, al volante il ragazzo con gli occhiali da sole.

Romolo Resta, la corda, il cappio e la trave. Di nuovo brividi.

... continua...



Sempre capitolo 1… il cavallo di denari

La porta si affacciava su un corridoio non troppo profondo, illuminato da fioche luci di circostanza, in fondo, sulla destra, una tenda bordeaux e un cartello appeso con su scritto “entrer”, Luì scostò la tenda e si affacciò sull’interno.

“Permesso…”

“Oh… italiano… venga, si accomodi pure. La stavo giusto giusto attendendo.”

“Chi? Me?…”

“Oui, proprio te”


L’immaginava diversa, si aspettava una zingara con lunghi abiti bohémiene, una bandana colorata, campanellini, anelli e collanine, il trucco marcato, i lunghi capelli rossi; si trovò di fronte una donna  intensa, minuta, gli occhi grandi che scrutavano da dietro eleganti occhiali da vista neri in tartaruga, i capelli grigi lucenti, un grigio avvolgente, caldo, adagiati elegantemente sulle spalle, le labbra morbide senza rossetto, zigomi educati che avevano vissuto tempi migliori, comunque affascinate, dall’età indefinita, abbronzata. Indossava un maglioncino a collo alto, nero, soffice, i jeans attillati e mocassini neri scamosciati, all’anulare destro faceva bella mostra di sé un rubino grande su una montatura d’argento antico, parlava un italiano quasi perfetto, l’accento arrotondato e francesismi d’antan sottolineavano le sue origini franche.

Luì si sedette di fronte a lei, decisamente a disagio, ebbe la netta sensazione di sentirsi nudo.


“Ragazzo triste, dites-moi, cosa ti porta qui?”

“Mi sono perso, non ritrovo la via dell’hotel”

“Mmmm… non credo sia l’albergo che tu hai perso…”

“Ah no, e cosa allora?”

“Eh questo ancora non lo so, certamente hai perso il sorriso”

“Non ho mai sorriso molto”

“O questo non è vero”

“Mi conosci?”

“Perché ti atteggi a scontroso quando sei tutt’altro?!”

“Mannoo, non mi atteggio, sono scontroso davvero (ride)…. In realtà sono entrato non so perché, la porta fuori contesto forse o il troppo vino bevuto poco fa, il viaggio in treno, io… insomma sono qui”

“Le destin nous a réunis!”

“Dici? Non so se credere troppo al destino”

“Impossibile! Tutti credono al destino, anche coloro che non lo ammettono”

“Mah, troppe volte mi ha ingannato”

“Non è stato il destino, sono stati i sogni, tu quelli inseguivi e quelli ti hanno annebbiato la vista, conducendoti all’errore, all’amore, al bello, al brutto”

“….”

“Il destino ha tracciato la tua via tanto tanto tempo fa, tu - che sto iniziando a sentire come sei - hai deciso di sfidarlo, a volte a brutto muso a volte girandoci attorno, ma sempre sfida era.”


Madame aprì un cassetto della scrivania che le stava a fianco, ne prese un taccuino con la copertina nera in pelle, senza dire nulla si posizionò su di una pagina bianca, chiuse gli occhi e con una vecchia matita sbucata non si capisce bene da dove iniziò.


“Era mercoledì. Faceva freddo, la neve si stava sciogliendo, quello è stato il giorno in cui il futuro si è manifestato davvero per la prima volta. Quando sei nato?”

“Un giorno di aprile”

“Sei diffidente ma curioso, beh sappi che c’era neve pure quando sei nato tu”

“Lo so”

“Una neve fuori stagione, incapace di resistere alla primavera che comunque si agitava”


Diciannove aveva scritto sul taccuino.


“Ora tocca a te, vieni al dunque mon ami, il tuo passato lo conosci, è talmente presente e fuoriesce così forte che se vuoi posso sorprenderti raccontandoti dettagli che già conosci, ma servirebbe? Tu hai bisogno di futuro, chiedimi!”


Bicicletta, nonno, papà, cinquantaquattro, notte, A, farina, rabbia, impazienza, Zorro, grande, troppo.

Queste le parole che Luì riuscì a decifrare su quella pagina su cui si stavano accatastando quelli che sembravano poco più che geroglifici.


“Futuro dici? Pure a quello credo poco, un po’ come al destino. Ho sempre pensato al futuro come alla porta del riscatto, il tempo in cui doveva succedere tutto, quella roba dove le soluzioni sarebbero divenute realtà, la palla avanti che poi entra, ora lo vedo più come una cordicella mobile che si sposta sempre un po’ di più, e tu fatichi a starle dietro, quasi affannato. Quindi se anche tu mi dovessi raccontare di cosa sarà, non sono certo che avrò voglia di ascoltarti”


“Non tornerà, perché nessuno torna, ci sono quelli che non se ne sono mai davvero andati e quelli che non ci sono mai stati, i primi non hanno bisogno di tornare, gli altri va da sé.

Sai… oggi tu sai che quel mercoledì non ti ha tolto, ti ha trasformato”

“Col cazzo…”

“Oh pour toi, non essere scurrile. È così, fidati di me. E neppure lei tornerà, inutile aspettare, l’attesa del tempo è una perdita di tempo. E neppure quello tornerà ricordalo, ché questa è la perdita più grande.”


Sole, una preghiera due preghiere pregherò, passione, testardo, vino rosso, libri e libertà, M…. continuava a scrivere.


“Ma le carte? I tarocchi? La palla di vetro? Tutto l’armamentario del mistero? Dov’è?”

“AhAhAhAh!! Prendi una carta allora, da qui…”


E sbucò un mazzo di carte da briscola romagnole. Una roba che in Svizzera, nello studio di una sensitiva Parigina proprio non te lo aspetti.

Pescò il cavallo di denari.


“Crescerà, sbaglierà, si pentirà proprio come è capitato a te, incolperà il mondo, gli altri, il destino, il cane del vicino, l’autobus in ritardo, mai sé stessa, proprio come non hai fatto te. Ma c’est la vie Luì…”

“Non ti ho mai detto come mi chiamo…”

“Sono una maga ricordalo… ahahahah!


Le diede venti euro, si strinsero la mano guardandosi a lungo senza lasciarsela, era calda, accogliente.


“Ciao Maga, è stato bello”

“Ciao Luì, anche per me sai? Oussi belle que tu l'es.. e ricorda, non insistere, non tornerà”

“Lo so”

“Lo sai ma continuerai ad aspettare”


L’indomani in tarda mattinata sarebbe ripartito, subito dopo la stipula ma non prima di aver fatto due passi al mercato della frutta e verdura.


… segue…




Capitolo Uno - Ginevra

Doveva essere dal “Notaire” in Rue de la Fontaine alle 9.00 del martedì, i clienti sarebbero saliti già nel fine settimana per poi fermarsi a casa loro, quindi il viaggio se lo sarebbe fatto da solo.

Prenotò il Frecciarossa in partenza da Bologna alle 15.36, poi un passaggio sull’Eurocity44 a Milano Centrale, l’arrivo previsto poco dopo le 21.30 alla stazione Cornavin, quindi a piedi fino all’Hotel Marmont, un quattro stelle in Rue du Prince.

Tutto programmato.


La carta d’identità era arrivata il giorno prima, per riuscirci aveva pregato in turco Alina, un’impiegata albanese con il marito polacco, la madre spagnola, da poco cittadina italiana, in pianta stabile al Comune di Faenza da una settimana, la quale era riuscita a rilasciare il documento in tre giorni anziché i canonici sette.

Quando lo chiamò per avvisarlo “È arrivata!”, Luì si precipitò da lei con in mano un girasole comprato appositamente per ringraziarla.

Alina arrossì, “non doveva”, “esatto, non dovevo, ma volevo, e rassicura tuo marito, digli che te lo ha regalato un anziano che potrebbe essere tuo zio! Sei stata preziosa!”

Ora che pure il documento era sistemato non restava che andare.


Non aveva idea di nulla circa la geografia del posto, non gli era mai capitato di andare a Ginevra, la Consustanziale Spa stava comprando un immobile proprio lì, un direziinale dove avrebbe aperto la prima succursale d’oltralpe, Luì era riuscito a chiudere l’operazione di finanziamento qualche mese prima ed ora era il momento della firma.

Una tirata, dodici ore di viaggio andata e ritorno in un paio di giorni, ma in fondo andava bene, avrebbe staccato la spina, interrotto la routine e passato una notte in un hotel di quasi lusso a spese della banca.


Luì amava gli hotel, le enormi reception, le receptionist, la sala colazione, la colazione proprio, tutte quelle torte fatto a mano, i succhi di mela, di pera, di mirtilli, il burro e le marmellatine, amava i letti con i materassi alti almeno trenta centimetri, la TV satellitare con trecento piattaforme installate di cui due gratis e duecentonovantotto a pagamento, i bagni ampi e tutte quelle bottigliette di fianco al lavello, che non riusciva mai a capire quale fosse quella dello shampoo e quale il bagnoschiuma. 

Da ragazzo aveva coltivato insistentemente l’idea di gestirne uno di hotel, voleva ristrutturare una pensione di famiglia, solo le stanze, il ristorante lo avrebbe affidato ad un ristoratore professionista, almeno questa era l’intenzione. 

Si era pure impegnato nella redazione di un articolato business plan, sulla base del modello “Mettersi in Proprio” che il Grand Uff esimio dott. Cavalieri gli aveva insegnato un vita prima all’Oriani.

Il progetto fortunatamente abortì, sarebbe stato un bagno di sangue e di denaro, come finì pure la storia che stava vivendo in quel periodo, lei si voleva sposare e lui pensava a come finanziarsi per comprare armadi e letti per le 25 camere della Pensione Gilda; lei parlava di figli e lui di occupazione media; lei se ne stava andando e lui nemmeno se ne accorgeva, convinto come sempre che tutto fosse acquisito.


Il Marmont era davvero carino, caratteristico, chich e silenzioso, come solo un hotel svizzero sa essere, una roba che Moira (la mandrilla di Porto Recanati del film Vacanze di Natale) avrebbe commentato; “oueeee, caspita, carino qui…”. 

Appena salito in stanza si tuffò in vasca, non prima di essersi versato un rosso di benvenuto in un calice di plastica, una roba di un pacchiano mai visto prima, ma quello c’era.

E di arrangiarsi con quello che c’era Luì era specialista.

Fare il bagno in vasca sorseggiando vino rosso è un classico, se poi si aggiunge un bagnoschiuma al timo fa molto film, a volte provava anche a casa, ma essendo provvisto solo di doccia non aveva lo stesso sapore, diciamo che il vino tendeva ad “annacquarsi”.

La tensione stava via via scemando, il forte disagio figlio della settimana prima quando la incontrò di fronte al Conad si stava cronicizzando, come accadeva da molti anni a quella parte, senpre più velocemente a dire il vero…. l’immagine delle porte automatiche del supermarket che si aprivano e di lei che fuggiva all’interno avevano il retrogusto dei titoli di coda di un cult movie anni ‘80, se si fosse voltata un attimo credo si sarebbe materializzato di fianco a lui  Jerry Calà in persona, per guardarla negli occhi e dirle: “…. Sei sempre la più bella..”, mentre Cocciante (Riccardo - nda) avrebbe iniziato a suonare il pianoforte appoggiato al bancone del fresco per fare sottofondo.


Il ristorante che aveva prenotato era a pochi isolati da lì, fighi gli isolati, in Italia non esistono, forse nemmeno in Svizzera, ma dirlo fa molto più atmosfera. 

“Chez Suzanne” si chiamava, una chicchina con dehor vista Rodano, il calice per il rosso non era di plastica, e già questo era un successo. Ordinò una longeole, una salsiccia IGP composta da carne di maiale e finocchio, solitamente servita con patate gratinate, che decise di abbinare ad un bicchiere di Châteaux Margaux del 2006, pur non essendo certo che sarebbe riuscito ad inserirlo in nota spese.

La salsiccia abbinata al Châteaux Margaux è la morte sua, almeno così dicono gli svizzeri.

Camille, la cameriera che si occupò di lui, era una giovane donna sui trent’anni, capelli neri raccolti in una coda di cavallo elegante. Lo sguardo reso intenso da occhiaie appena appena accennate e le dita affusolate con le unghie laccate di rosso, davano all’accento francese quel qualcosa di ancora più suadente, fu piacevole ordinarle il caffè, un rhum cuvée e poi il conto, fu meno piacevole il dubbio che la banca potesse non rimborsare una roba così.


Faceva freddo, il cielo era terso, un sacco di stelle, prima di rientrare in albergo decise di fare comunque due passi nella parte storica della città, la solita scusa che usava per fumare un Connubio XXL che faceva tanto Steve McQueen a fine carriera mentre osserva il fuoco acceso in un caminetto rustico, quando ad un tratto, in un porticciolo laterale notò una piccola insegna in legno che stava inchiodata su una porta insolitamente sgarruppata rispetto all’ambiente circostante,  “Madame Mystèr  - Le passé, le présent et une pincée d'avenir, mais pas trop, sinon ça fera mal.”,  si fermò ad osservare meglio, non era un casino elvetico, ma lo studio di una veggente parigina che seppe poi essersi trasferita lì vent’anni prima.

La porta era marrone, l’insegna nera dipinta, la scritta verde contornata oro, il tutto sbiadito dal tempo, da una finestrella laterale usciva una luce fioca, gialla, non di quelle bianche moderne ghiacciate a basso consumo.

Entrò.


…. Segue …