Un pezzetto del capitolo tre... o forse due.. ma non importa

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Come ogni mattina il caffè era al Viale, aveva preso l’abitudine, o il vizio vedete voi, di andare all’apertura, ore 6.00, aveva scelto quel posto quando ancora lavorava a Bologna, il treno era alle 6.59 (che ci tengo a sottolinearlo non sono le 7.00, perché se arrivi alle 7.00 il treno è già partito), lui se ne andava lì con un’ora di anticipo solo per leggere i quotidiani seduto nel tavolino d’angolo di fianco all’ingresso, spalle al muro e sguardo sull’entrata, come fanno di solito i Carabinieri. 
Ora poteva andare pure più tardi, entrava in ufficio normalmente alle 8.00 ed era a due passi da lì, ma considerando che non dormiva e non aveva sostanzialmente nulla da fare a quell’ora, anche quando non andava a correre continuava ad alzarsi all’alba e scappava via, alla volta del bar o di qualsiasi cosa che lo tenesse fuori casa.

E’ la fortuna/sfortuna dei single, potersi alzare quando cazzo vogliono, senza preoccuparsi di fare rumore, poter tirare lo sciacquone con la porta del bagno aperta, far partire la TV a tutto volume, fare i gargarismi, rifare o non rifare il letto, scoreggiare, scrollare storie su Instagram indugiando sulle tette di qualche sciroccata che passa metà della vita a farsi dei selfie idioti e a cui scrivere in DM: “Ciao, sari che il tuo sorriso è davvero incredibile? Complimenti…”. 
Oppure andare al Viale all’alba, prendere il caffè e leggere i giornali per l’appunto (e questo non esclude una sbirciata alle tette di cui dicevo prima, sia chiaro).

Al bancone c’era Luisa, una delle migliori amiche di Agata, non la vedeva da tempo, stava facendo colazione pure lei, di solito non passava da quelle parti, il trolley e lo zaino lasciavano intuire una partenza per un qualche giorno da qualche parte, Luisa non faceva trasferte, almeno che lui sapesse, quindi probabilmente si trattava di vacanza.

Si guardò immediatamente attorno preso da un semi-panico sudato freddo, voleva controllare capire se poteva esserci pure l’altra nei paraggi, per fortuna non era così, per fortuna sì, ma fu immediatamente delusione.

“Buongiorno, per me un caffè, una girella salata e ti pago pure il cappuccino ed il cannolo della signorina seria con la faccia da furba che sta fissando le bottiglie di gin sulle scansie di fronte, e occhio eh… che se ti distrai un attimo te le fotte!”

“Hei ma… Luì, scemo dai che fai! Ma da quanto tempo? Vieni qua…”

Si abbracciarono, stretti sì, lei lo accarezzò sulle spalle, come faceva sempre, lui la guardò sorridente, gli faceva davvero piacere averla incontrata.

“Dai ma davvero, che bello, come stai? Che ci fai qui a quest’ora? Io sto partendo per tre giorni a Barcellona, raggiungo mio figlio che se ne sta là diciamo per lavoro da un paio di mesi. Dai sediamoci un attimo, hai fretta?”

“Volentieri, ho una fretta compatibile con i tuoi tempi tranquilla. Quindi tuo figlio è a Barcellona ora?”
“Sì, sai quella borsa di studio di cui vi raccontavo l’ultima volta? Ha partecipato ed è riuscito a vincerla, ora si farà un anno nella sede locale di HP bella esperienza, è gasatissimo! Il problema mio è che non lo vedo mai, i tempi per lui sono stretti e se non vado io lui non viene, poi c’è pure Sandra che un week sì ed uno no va a trovarlo, insomma una vita ad incastro! Ma tu? Dimmi come stai, davvero”
“Sto bene dai, quasi tutto sotto controllo”
“Vero?”
“Vero sì, perché non dovrebbe?”
“Mmmm… va bene, facciamo che ti credo anche se non così tanto (ride) ma va bene. Ho incontrato gli altri recentemente, una sera da Davide, ma tu non c’eri”
“Sai ci vediamo meno ultimamente, poi io sono stato un po’ fuori uso ed un po’ fuori per lavoro. Ma tu stai benissimo! Ti vedo davvero in forma”
“Mah, dovrei perdere qualche chilo, me lo dice anche quello stronzo di Fabio”
“Nooo, sei perfetta così, due botte te le darei, tranquilla…”
“Scemo”
“Fa caldo per essere aprile vero?”
“Sì, davvero, poi a Barcellona mi aspetto ancora peggio…”
“…”
“…”

Avete presente i giri di parole? Quelle conversazioni che non aggiungono quasi niente al banale, che non arrivano a nulla se non a scontati resoconti routinari, che evitano la sostanza concentrandosi sugli orpelli, e spesso orpelli del tutto inutili? Ecco, quello che stava  succedendo lì in quel momento era proprio questo.

“Dai dimmi come stai davvero, lo so che della borsa di studio di mio figlio non ti frega una minchia”
“Sto bene, veramente, sono solo un po’ stanco, poi un problema di un amico mi sta preoccupando, ma tutto sotto controllo come ti dicevo...”
“Mi ha detto che vi siete incontrati per caso qualche settimana fa… fuori dal supermercato…dove tu non vai mai peraltro!!”
“Lei come sta?”
“Le è dispiaciuto per come ti ha sentito”
“Lei come sta?”
“Davvero, non voleva… lo sai”
“Perché non mi rispondi?”
“Perché so perfettamente che non vuoi una risposta. Sei stato duro”
“Sono stato duro?!”
“Sì, duro e troppo sincero”
“Che dovevo fare? Baciarla ed abbracciarla e chiederle se aveva bisogno per la spesa?”
“Ti pensa spesso”
“Sì, mentre cucina la cena per Denny o come cazzo si chiama? O mentre lo aspetta per l’aperitivo in terrazza? O mentre trombano?”
“Dai, perché fai così?”
“Sì, scusa, ma è più forte di me”
“Le vuoi bene, non trattarla male”
“Non la tratto male, lo sai, non l’ho mai trattata male, non c’è persona al mondo che vorrei vedere felice più di lei, darei qualsiasi cosa ancora oggi… ma posso essere incazzato? Posso essere incazzato come una bestia? Posso essere ancora incazzato e rimanerlo per uno, cinque, dieci, cento anni? Non credi ne abbia diritto?”
“Puoi… ma dimenticavo una cosa… tra dieci minuti sarà qui, viene a Barcellona con me”

Le persone vivono momenti di tensione acuta poche volte davvero nella vita, quando inizi l’asilo e la mamma ti abbandona tra le grinfie di una suora con gli occhiali, il velo nero d’ordinanza e una leggera peluria sul viso; quando stai per baciare per la prima volta la ragazza dei tuoi sogni dopo aver mangiato una confezione di Fonzies dieci minuti prima e non sei riuscito a passare da casa per lavarti i denti; quando entri per l’orale alla maturità e vedi schierata la commissione esterna e il membro interno suda; quando perdi qualcuno di caro e ti rendi conto che “mai più” esiste davvero.
Quando scopri che Agata sta per entrare al Caffè del Viale alle 6.20 di mattina, e temi di non riuscire a scappare in tempo dalla porta a vetri laterale perché non è ancora aperta.

“Vado via”
“No, aspetta, salutala, le farebbe piacere”
“Vado via”
“Troppo tardi…”
“Hei… ciao… ma voi? Anzi ma tu?”

Era bella cazzo, incredibilmente bella, di un bello che più bello davvero è difficile. 
Un bello imbarazzante, che per riconoscerlo e gestirlo serve molta esperienza e savoir-faire.
La voce le tremava, non per l’emozione, nemmeno per la sorpresa, che comunque c’era ed era forte, nell’ultimo anno non si erano visti nemmeno per sbaglio e nell’ultimo mese si erano ritrovati faccia a faccia per ben due volte, la voce le tremava che nemmeno lei sapeva perché.
La gonna era corta, lo stivale nero arrogante, la maglietta bianca le dava luce, i capelli sempre arrabbiati erano perfettamente spettinati, l’espressione inconfondibile, il bagaglio minimale.

“Stavo andando via”
“Non mi offri nemmeno un caffè?”
“No, perché il caffè ti fa male”
“E da quando?”

Luisa rideva. “Scusa, ci porteresti un altro caffè? Paga lui anche questo”

“Questa mattina ti salta la rassegna stampa, mi spiace”
“Lo so che mi salta, e so che non ti dispiace, infatti sono nervoso per questo, e comunque state facendo tardi, perderete il treno se non andate subito”
“Abbiamo ancora venti minuti…”
“E’ in anticipo, mi è arrivata ora la notifica sull’App di Trenitalia”
“Scemo”
“Pure tu mi dai dello scemo?”
“Lo sei”

E sole, sole che sale, rosso che brilla, in mezzo a un desiderio cade, cade una stella

Nei divanetti di fianco stava seduta una ragazza bionda, gli occhi azzurrissimi e la camicia di lino dello stesso colore a fare pendant, inizialmente si era seduta all’esterno del locale, poi per qualche ragione si era fiondata dentro. All’anulare sinistro una fede in oro giallo, inviava insistentemente messaggi dallo smart phone, un Apple di ultima generazione, oltre ai messaggi pareva inviasse pure qualche foto, forse per immortalare l’attimo e condividere con qualcuno, una borsa da palestra scura, anonima, dentro un telo mare e creme solari. Luì, che si era alzato per andare a prendere il vassoietto con il caffè dell’Agata (sì, lo stava facendo davvero…) l’aveva notata passandole di fianco, nonostante un inevitabile calo di lucidità. Era decontestualizzata rispetto alla situazione, troppo turista per essere vera, una mise e un armamentario del tutto fuori stagione, li osservava insistentemente fingendo di non farlo, e la sensazione era che i selfie fossero un modo nemmeno troppo furbo per scattare foto pure a loro. 
Per un attimo ripensò a Romolo Resta appeso a una trave, se lo figurò pur non avendolo mai visto. 
Ebbe un brivido.

“Ecco il tuo caffè”
“Grazie”
“Ora però vado davvero”
“Aspetta almeno che lo beva”
“Dai facci compagnia, tra cinque minuti andiamo pure noi”
“Pronte per Barcellona?”
“Ci facciamo tre giorni sulle Ramblas, e non vedo l’ora di abbracciarmi quello scioccato di mio figlio"
 “Io non vedo l’ora di visitare Casa Batlò”
“Vi consiglio la paella di riso al nero di seppia, la migliore lo fanno alla Botega Olivia, proprio di fianco a Las Ramblas”
“Da quando frequenti i ristoranti di Barcellona?”
“Da sempre”
“Non lo sapevo”
“Non sai un sacco di cose”
“Allora domani sera andiamo, se non ci piace ti mandiamo il conto”
“Vi piacerà”

Si alzarono ed uscirono insieme, Agata e Luisa si avviarono verso la stazione, Luì verso l’auto. 
Continuò ad osservarla mentre si allontanava, l’andatura era la stessa di quando la vide la prima volta attraversare le strisce pedonali, irresistibile, lei si voltò un attimo verso di lui, lo saluto con la mano, non sorrideva, pure lui la saluto con la mano, non sorrideva.

La “turista” bionda uscì subito dopo, andò nella direzione opposta, salì su un’auto nera, l’Audi A4 SW che lo aveva superato il giorno prima, al volante il ragazzo con gli occhiali da sole.

Romolo Resta, la corda, il cappio e la trave. Di nuovo brividi.

... continua...



Sempre capitolo 1… il cavallo di denari

La porta si affacciava su un corridoio non troppo profondo, illuminato da fioche luci di circostanza, in fondo, sulla destra, una tenda bordeaux e un cartello appeso con su scritto “entrer”, Luì scostò la tenda e si affacciò sull’interno.

“Permesso…”

“Oh… italiano… venga, si accomodi pure. La stavo giusto giusto attendendo.”

“Chi? Me?…”

“Oui, proprio te”


L’immaginava diversa, si aspettava una zingara con lunghi abiti bohémiene, una bandana colorata, campanellini, anelli e collanine, il trucco marcato, i lunghi capelli rossi; si trovò di fronte una donna  intensa, minuta, gli occhi grandi che scrutavano da dietro eleganti occhiali da vista neri in tartaruga, i capelli grigi lucenti, un grigio avvolgente, caldo, adagiati elegantemente sulle spalle, le labbra morbide senza rossetto, zigomi educati che avevano vissuto tempi migliori, comunque affascinate, dall’età indefinita, abbronzata. Indossava un maglioncino a collo alto, nero, soffice, i jeans attillati e mocassini neri scamosciati, all’anulare destro faceva bella mostra di sé un rubino grande su una montatura d’argento antico, parlava un italiano quasi perfetto, l’accento arrotondato e francesismi d’antan sottolineavano le sue origini franche.

Luì si sedette di fronte a lei, decisamente a disagio, ebbe la netta sensazione di sentirsi nudo.


“Ragazzo triste, dites-moi, cosa ti porta qui?”

“Mi sono perso, non ritrovo la via dell’hotel”

“Mmmm… non credo sia l’albergo che tu hai perso…”

“Ah no, e cosa allora?”

“Eh questo ancora non lo so, certamente hai perso il sorriso”

“Non ho mai sorriso molto”

“O questo non è vero”

“Mi conosci?”

“Perché ti atteggi a scontroso quando sei tutt’altro?!”

“Mannoo, non mi atteggio, sono scontroso davvero (ride)…. In realtà sono entrato non so perché, la porta fuori contesto forse o il troppo vino bevuto poco fa, il viaggio in treno, io… insomma sono qui”

“Le destin nous a réunis!”

“Dici? Non so se credere troppo al destino”

“Impossibile! Tutti credono al destino, anche coloro che non lo ammettono”

“Mah, troppe volte mi ha ingannato”

“Non è stato il destino, sono stati i sogni, tu quelli inseguivi e quelli ti hanno annebbiato la vista, conducendoti all’errore, all’amore, al bello, al brutto”

“….”

“Il destino ha tracciato la tua via tanto tanto tempo fa, tu - che sto iniziando a sentire come sei - hai deciso di sfidarlo, a volte a brutto muso a volte girandoci attorno, ma sempre sfida era.”


Madame aprì un cassetto della scrivania che le stava a fianco, ne prese un taccuino con la copertina nera in pelle, senza dire nulla si posizionò su di una pagina bianca, chiuse gli occhi e con una vecchia matita sbucata non si capisce bene da dove iniziò.


“Era mercoledì. Faceva freddo, la neve si stava sciogliendo, quello è stato il giorno in cui il futuro si è manifestato davvero per la prima volta. Quando sei nato?”

“Un giorno di aprile”

“Sei diffidente ma curioso, beh sappi che c’era neve pure quando sei nato tu”

“Lo so”

“Una neve fuori stagione, incapace di resistere alla primavera che comunque si agitava”


Diciannove aveva scritto sul taccuino.


“Ora tocca a te, vieni al dunque mon ami, il tuo passato lo conosci, è talmente presente e fuoriesce così forte che se vuoi posso sorprenderti raccontandoti dettagli che già conosci, ma servirebbe? Tu hai bisogno di futuro, chiedimi!”


Bicicletta, nonno, papà, cinquantaquattro, notte, A, farina, rabbia, impazienza, Zorro, grande, troppo.

Queste le parole che Luì riuscì a decifrare su quella pagina su cui si stavano accatastando quelli che sembravano poco più che geroglifici.


“Futuro dici? Pure a quello credo poco, un po’ come al destino. Ho sempre pensato al futuro come alla porta del riscatto, il tempo in cui doveva succedere tutto, quella roba dove le soluzioni sarebbero divenute realtà, la palla avanti che poi entra, ora lo vedo più come una cordicella mobile che si sposta sempre un po’ di più, e tu fatichi a starle dietro, quasi affannato. Quindi se anche tu mi dovessi raccontare di cosa sarà, non sono certo che avrò voglia di ascoltarti”


“Non tornerà, perché nessuno torna, ci sono quelli che non se ne sono mai davvero andati e quelli che non ci sono mai stati, i primi non hanno bisogno di tornare, gli altri va da sé.

Sai… oggi tu sai che quel mercoledì non ti ha tolto, ti ha trasformato”

“Col cazzo…”

“Oh pour toi, non essere scurrile. È così, fidati di me. E neppure lei tornerà, inutile aspettare, l’attesa del tempo è una perdita di tempo. E neppure quello tornerà ricordalo, ché questa è la perdita più grande.”


Sole, una preghiera due preghiere pregherò, passione, testardo, vino rosso, libri e libertà, M…. continuava a scrivere.


“Ma le carte? I tarocchi? La palla di vetro? Tutto l’armamentario del mistero? Dov’è?”

“AhAhAhAh!! Prendi una carta allora, da qui…”


E sbucò un mazzo di carte da briscola romagnole. Una roba che in Svizzera, nello studio di una sensitiva Parigina proprio non te lo aspetti.

Pescò il cavallo di denari.


“Crescerà, sbaglierà, si pentirà proprio come è capitato a te, incolperà il mondo, gli altri, il destino, il cane del vicino, l’autobus in ritardo, mai sé stessa, proprio come non hai fatto te. Ma c’est la vie Luì…”

“Non ti ho mai detto come mi chiamo…”

“Sono una maga ricordalo… ahahahah!


Le diede venti euro, si strinsero la mano guardandosi a lungo senza lasciarsela, era calda, accogliente.


“Ciao Maga, è stato bello”

“Ciao Luì, anche per me sai? Oussi belle que tu l'es.. e ricorda, non insistere, non tornerà”

“Lo so”

“Lo sai ma continuerai ad aspettare”


L’indomani in tarda mattinata sarebbe ripartito, subito dopo la stipula ma non prima di aver fatto due passi al mercato della frutta e verdura.


… segue…




Capitolo Uno - Ginevra

Doveva essere dal “Notaire” in Rue de la Fontaine alle 9.00 del martedì, i clienti sarebbero saliti già nel fine settimana per poi fermarsi a casa loro, quindi il viaggio se lo sarebbe fatto da solo.

Prenotò il Frecciarossa in partenza da Bologna alle 15.36, poi un passaggio sull’Eurocity44 a Milano Centrale, l’arrivo previsto poco dopo le 21.30 alla stazione Cornavin, quindi a piedi fino all’Hotel Marmont, un quattro stelle in Rue du Prince.

Tutto programmato.


La carta d’identità era arrivata il giorno prima, per riuscirci aveva pregato in turco Alina, un’impiegata albanese con il marito polacco, la madre spagnola, da poco cittadina italiana, in pianta stabile al Comune di Faenza da una settimana, la quale era riuscita a rilasciare il documento in tre giorni anziché i canonici sette.

Quando lo chiamò per avvisarlo “È arrivata!”, Luì si precipitò da lei con in mano un girasole comprato appositamente per ringraziarla.

Alina arrossì, “non doveva”, “esatto, non dovevo, ma volevo, e rassicura tuo marito, digli che te lo ha regalato un anziano che potrebbe essere tuo zio! Sei stata preziosa!”

Ora che pure il documento era sistemato non restava che andare.


Non aveva idea di nulla circa la geografia del posto, non gli era mai capitato di andare a Ginevra, la Consustanziale Spa stava comprando un immobile proprio lì, un direziinale dove avrebbe aperto la prima succursale d’oltralpe, Luì era riuscito a chiudere l’operazione di finanziamento qualche mese prima ed ora era il momento della firma.

Una tirata, dodici ore di viaggio andata e ritorno in un paio di giorni, ma in fondo andava bene, avrebbe staccato la spina, interrotto la routine e passato una notte in un hotel di quasi lusso a spese della banca.


Luì amava gli hotel, le enormi reception, le receptionist, la sala colazione, la colazione proprio, tutte quelle torte fatto a mano, i succhi di mela, di pera, di mirtilli, il burro e le marmellatine, amava i letti con i materassi alti almeno trenta centimetri, la TV satellitare con trecento piattaforme installate di cui due gratis e duecentonovantotto a pagamento, i bagni ampi e tutte quelle bottigliette di fianco al lavello, che non riusciva mai a capire quale fosse quella dello shampoo e quale il bagnoschiuma. 

Da ragazzo aveva coltivato insistentemente l’idea di gestirne uno di hotel, voleva ristrutturare una pensione di famiglia, solo le stanze, il ristorante lo avrebbe affidato ad un ristoratore professionista, almeno questa era l’intenzione. 

Si era pure impegnato nella redazione di un articolato business plan, sulla base del modello “Mettersi in Proprio” che il Grand Uff esimio dott. Cavalieri gli aveva insegnato un vita prima all’Oriani.

Il progetto fortunatamente abortì, sarebbe stato un bagno di sangue e di denaro, come finì pure la storia che stava vivendo in quel periodo, lei si voleva sposare e lui pensava a come finanziarsi per comprare armadi e letti per le 25 camere della Pensione Gilda; lei parlava di figli e lui di occupazione media; lei se ne stava andando e lui nemmeno se ne accorgeva, convinto come sempre che tutto fosse acquisito.


Il Marmont era davvero carino, caratteristico, chich e silenzioso, come solo un hotel svizzero sa essere, una roba che Moira (la mandrilla di Porto Recanati del film Vacanze di Natale) avrebbe commentato; “oueeee, caspita, carino qui…”. 

Appena salito in stanza si tuffò in vasca, non prima di essersi versato un rosso di benvenuto in un calice di plastica, una roba di un pacchiano mai visto prima, ma quello c’era.

E di arrangiarsi con quello che c’era Luì era specialista.

Fare il bagno in vasca sorseggiando vino rosso è un classico, se poi si aggiunge un bagnoschiuma al timo fa molto film, a volte provava anche a casa, ma essendo provvisto solo di doccia non aveva lo stesso sapore, diciamo che il vino tendeva ad “annacquarsi”.

La tensione stava via via scemando, il forte disagio figlio della settimana prima quando la incontrò di fronte al Conad si stava cronicizzando, come accadeva da molti anni a quella parte, senpre più velocemente a dire il vero…. l’immagine delle porte automatiche del supermarket che si aprivano e di lei che fuggiva all’interno avevano il retrogusto dei titoli di coda di un cult movie anni ‘80, se si fosse voltata un attimo credo si sarebbe materializzato di fianco a lui  Jerry Calà in persona, per guardarla negli occhi e dirle: “…. Sei sempre la più bella..”, mentre Cocciante (Riccardo - nda) avrebbe iniziato a suonare il pianoforte appoggiato al bancone del fresco per fare sottofondo.


Il ristorante che aveva prenotato era a pochi isolati da lì, fighi gli isolati, in Italia non esistono, forse nemmeno in Svizzera, ma dirlo fa molto più atmosfera. 

“Chez Suzanne” si chiamava, una chicchina con dehor vista Rodano, il calice per il rosso non era di plastica, e già questo era un successo. Ordinò una longeole, una salsiccia IGP composta da carne di maiale e finocchio, solitamente servita con patate gratinate, che decise di abbinare ad un bicchiere di Châteaux Margaux del 2006, pur non essendo certo che sarebbe riuscito ad inserirlo in nota spese.

La salsiccia abbinata al Châteaux Margaux è la morte sua, almeno così dicono gli svizzeri.

Camille, la cameriera che si occupò di lui, era una giovane donna sui trent’anni, capelli neri raccolti in una coda di cavallo elegante. Lo sguardo reso intenso da occhiaie appena appena accennate e le dita affusolate con le unghie laccate di rosso, davano all’accento francese quel qualcosa di ancora più suadente, fu piacevole ordinarle il caffè, un rhum cuvée e poi il conto, fu meno piacevole il dubbio che la banca potesse non rimborsare una roba così.


Faceva freddo, il cielo era terso, un sacco di stelle, prima di rientrare in albergo decise di fare comunque due passi nella parte storica della città, la solita scusa che usava per fumare un Connubio XXL che faceva tanto Steve McQueen a fine carriera mentre osserva il fuoco acceso in un caminetto rustico, quando ad un tratto, in un porticciolo laterale notò una piccola insegna in legno che stava inchiodata su una porta insolitamente sgarruppata rispetto all’ambiente circostante,  “Madame Mystèr  - Le passé, le présent et une pincée d'avenir, mais pas trop, sinon ça fera mal.”,  si fermò ad osservare meglio, non era un casino elvetico, ma lo studio di una veggente parigina che seppe poi essersi trasferita lì vent’anni prima.

La porta era marrone, l’insegna nera dipinta, la scritta verde contornata oro, il tutto sbiadito dal tempo, da una finestrella laterale usciva una luce fioca, gialla, non di quelle bianche moderne ghiacciate a basso consumo.

Entrò.


…. Segue …



Il prezzemolo

“Tu sei come il prezzemolo 
Stai bene su tutto”

Giuro non me lo aveva mai detto nessuno… fino a ieri.

La prima cosa che mi è venuta in mente gli stricchetti all’uovo che mi preparava mia zia, uno spettacolo vero, allora mi sono detto: “sono forse uno spettacolo pure io?”

Ma il prezzemolo “ti si rinfaccia” l’avevo dimenticato, in maniera pure un po’ insistente, soprattutto se consumato crudo, allora mi sono detto: “che mi rinfacci pure io? Soprattutto se consumato crudo e in grande quantità?”.

“Stai bene su tutto”. 
Faccio pendant insomma, mi abbino.
Che sia questa la sensazione?
Ho qualche dubbio. 
Magari a prima vista. 
Poi ho approfondito e i dubbi si sono rafforzati.
Sto bene con le bionde… se mi guardi da lontano e non troppo a lungo. 
Pure con le more magari, se mi guardi da vicino ma senza focalizzarti troppo.  
Con le rosse non lo so, non riesco nemmeno ad immaginarlo.
Sto bene con le magre… si ma non al ristorante.
Con le astemie no, questo lo escluderei a priori… e anche a posteriori, da vicino e da lontano.
Sto bene con le grasse… forse.
Sto bene con le simpatiche? Io sì, loro non lo so.
Sto bene con le antipatiche? Io no, i miei amici dicono di sì.

Sto bene sopra? Sì, ma anche sotto.
Sto bene prima? Si spesso.
Sto bene dopo? Quasi mai. Quasi…. Ma quando sto bene sto bene davvero.

Magari a prima vista, è questo il punto.
Forse il prezzemolo è sopravvalutato, e quindi lo sono anch’io, sempre in mezzo, e questo mi si addice, sempre in mezzo anche quando scarto di lato.

Io comunque il prezzemolo lo metto un po’ dappertutto ora che ci penso, perché il verde in fondo mi piace, lo uso nel filetto all’aceto balsamico, sulla pizza, quando lavo l’auto (non è vero ma mi piacciono le allegorie), nell’insalata tonno-fagioli-pomodoro se non ho il limone.
Una volta per la festa della donna ho regalato un mazzo di prezzemoli, volevo essere singolare, sono finito single.
Ho pure forzato con la mia fiorista di fiducia un giorno che avevo ordinato un mazzo di rose rosse, si è rifiutata perché lo riteneva un azzardo stilistico.

Forse dovrei provare a fumarlo, più economico dei toscani Connubio, ma temo non si trovi in giro preconfezionato, dovrei rollarlo ma non sono capace.

Che poi mi chiedo come mai la mia amica ha una fiducia così smisurata in me nonostante le ripetute prove contrarie che le ho dato? “Stai bene su tutto”, io le ho detto “fammi pubblicità allora, ma non troppa però, che magari crei aspettativa ed è meglio di no”.
Perché l’aspettativa si che è sopravvalutata, meglio partire bassi che “beh pensavo peggio..” è sempre meglio di “tutto qui?”.

Navigando on line ho pure scoperto che il prezzemolo rappresenta un cambio di paradigma nel ruolo delle erbe aromatiche: da semplice guarnizione “onnipresente”  nella cucina classica a elemento minimalista, tecnico e strutturale nella nouvelle cousins.
Cazzo che figo, non faccio solo guarnizione, ma sono pure minimalista, tecnico e strutturale. Questo si dovrebbe raccontarlo in giro, non deluderei le aspettative.

Un giorno di questi voglio metterlo all’occhiello della giacca, credo farebbe molto bio, in linea coi tempi, Esg compliance, una Greta Thumberg d’accatto la tiro su cento per cento.
Poi che ci faccio quando l’ho abbordata ci penso poi, vuoi mettere il gusto della conquista.

Comunque quando stai bene su tutto non stai bene su niente, non l’avevo vista da questa prospettiva.
Perché passare da tutto a niente è un attimo, manco te ne accorgi, capita così all’improvviso, sei lì pieno zeppo della qualunque poi ti giri e zacc, finito.
Touchè, scaherzavo.
Prezzemolo appassito buono per il compostabile. 

Quando la vedrò di nuovo dovrò dirle che valuti il basilico, mi sembra più adatto, un po’ pretenzioso con quelle foglie larghe, il basilico è l’oppio dei poveri, e si abbina meglio con le rose, credo sarebbe d’accordo pure la mia fiorista.

Anzi a proposito della fiorista, mi ha chiamato ieri: “sono un po’ giù di fatturato, non passi di qua?”.
“No le ho detto, sto cercando di smettere”
“Mmmhh… peccato, avevi gusto, e poi pagavi anche la consegna”






PROLOGO

Andava di corsa e aveva fame.
L’appuntamento per l’eco addome era alle 9:00 a Ravenna, non aveva fatto colazione, manco un caffè, tantomeno le tre capsule di spirulina come gli astronauti, doveva fare quelle cazzo di fototessere ad ogni costo ché di lì a quindici giorni sarebbe partito per Ginevra, se avesse presentato alla frontiera una carta d’identità scaduta nel 1998 non lo avrebbero fatto passare, era indispensabile rinnovarla. Sti burocrati.

Andava di corsa e aveva fame.
Il blocco sullo stretto di Hormuz la costringeva a lavorare il triplo di prima, in mezzo a petrolio e gnl c’erano pure pezzi di ricambio per macchine automatiche, dovevano raggiungere Riyad, Abu Dhabi, Doha… città che oggi tutti ne parlano come se ci fossero cresciuti da bambini e fino a ieri manco sapevano collocarle sul mappamondo. Il Conad avrebbe aperto di lì a 20 minuti, colazione al bar lei non la faceva mai, ma a casa stava lui ancora a letto e non voleva svegliarlo, aprire i cereali, scartare i corn flakes, far partire la moka (of course) avrebbe fatto troppo casino. 

Era arrivato in bici, sgonfia, impolverata, con un pedale che perdeva un colpo ogni due pedalate, la chiuse ugualmente perché se gliel’avessero rubata mentre aspettava lo scatto della Photomaton (macchietta per le foto - nda)  non avrebbe fatto in tempo a rientrare. Aveva la barba lunga e le occhiaie pure quella mattina, sarebbe finita come per la patente, l’espressione sulla carta sarebbe stata simile a quella di un terrorista afgano che ogni volta che lo fermava la Polizia lo facevano scendere dall’auto e perquisivano il baule.

Era arrivata in bici, gonfia, linda, solo con un leggero scortico sulla forcella lato destro. Pedalata impeccabile e rapida, la chiuse perché ci teneva, tutto di fretta, alla velocità della luce direi, un po’ spazientita perché na vecchietta col deambulatore stava chiacchierando con la nipote della vicina (le conosceva) proprio in mezzo al vialetto che portava all’ingresso, per evitare la nipote - che le avrebbe attaccato una pezza - circumnavigò il marciapiede e si avviò verso la scalinata principale.

Lei arrivava.
Lui scostava la tendina per uscire dalla baracchina self tessera di fianco ai gradini.
Si trovarono uno di fronte all’altra, entrambi a stomaco vuoto, forse pure con una leggera alitosi, sorpresi nel senso imbarazzante del termine, vagamente intontiti.

Non si vedevano da oltre un anno, almeno non così da vicino.
La vecchietta col deambulare nel frattempo aveva salutato la nipote della vicina: “ciao tesoro”.

“Ohi..”
“Ciao”
“…”
“…”
“Tutto bene?”
“Al solito, di fretta, come tutti del resto …”

A lui tremavano le gambe, la pompa protonica iniziò a produrre succhi gastrici come non ci fosse un domani, un principio di sincope vasovagale stava facendo capolino, la macchinetta aveva sputato fuori le foto da profugo.
Ma che cazzo! Non ci vengo mai qua!”

A lei sudavano le mani, avrebbe voluto essere altrove, a casa ad aspettare che la moka fischiasse, direttamente ad Hormuz a spostare una porta container sotto le bombe.
 “Ma che cazzo! Non ci viene mai qua”,

“Avrei voluto ringraziarti meglio”
“Non era e non è necessario, l’ho fatto perché mi andava, se però avessi saputo avrei evitato”
“Non c’era niente da sapere che non ti avessi già detto”
“Ancora?! Ma dai… andiamo…ma non cambi mai?”

“Mi dispiace..”
“Cosa?”
“Tutto, come sono andate le cose”
“Non è vero”
“Che mi dispiace?”
“Sì”
“E che ne sai? Sempre le tue certezze, dai ora devo andare..”

“Non ti dispiace ora come non ti è dispiaciuto allora, hai solo risolto in maniera spiccia un incidente di percorso e lo hai fatto in modo pragmatico con qualche effetto collaterale che tutti in fondo poi sappiamo gestire”
“E quale sarebbe stato l’incidente di percorso?”
“L’avermi incontrato e l’aver pensato che usarmi per un po’ non sarebbe stato troppo scomodo”
“Stronzo”

“Dobbiamo parlarne ancora? Oggi? Adesso?”
“Tu lo hai fatto, tu hai iniziato, io volevo solo entrare”
“È ancora chiuso..”

Le gambe di lui non tremavano più, i battiti erano aumentati, le parole gli uscivano a scatti, la pressione cardiocircolatoria almeno raddoppiata.
Le mani di lei non sudavano più, lo stomaco le si era chiuso, la fretta era ancora più insistente.

“Sai… sai quante volte ho ripensato a tutto? Quante volte ho cercato una spiegazione, non al perché é andata così ma al perché io mi sono comportato (e mi comporto, anche se questo non lo disse) così. Sei stata la più grande testa di cazzo che io abbia avuto la sfortuna di incontrare nella vita, mi hai usato nei momenti di tuo bisogno emotivo, anche se ti scoccia che lo dica, hai giocato sull’equivoco, hai mentito a più riprese, non ti è mai fregato nulla, onesta solo nel mettere le mani avanti quando eri più lucida del solito, mi hai tradito più volte, hai lasciato che uno di questi si divertisse a raccontarlo in giro, con gli amici, con le amiche, un coglione che non è degno nemmeno di baciarmi il culo, ti tuffavi tra le sue braccia piangendo quando hai saputo della storia di Gigi, e a me dicevi che manco lo sentivi da mesi, mentre io stavo a pensare che potevo fare per aiutarti”
“Non ti ho mai tradito!”
“Si certo, dal tuo punto di vista non era tradimento, io e te non siamo mai stati davvero insieme, è vero”

“Ma quanto sei ingiusto?”

“Ingiusto?! Ingiusto? La prima volta che sei scomparsa hai raccontato a Gigi che ero stato io a mollarti, io che stavo perdendo la testa per questo, oltre a chili e ore di sonno con la stessa intensità di un cliente di Wanna Marchi negli anni ottanta. E non ho mai capito perché lo hai fatto. 
Quando me lo hanno raccontato sono stato a pensarci per giorni, ho pensato che tu volessi prepararti la strada all’uscita allo scoperto che sarebbe arrivata di lì a poco, ho pensato tu volessi fare la vittima per impietosirlo, ho pensato… non lo so che cazzo ho pensato…”

“Smettila, stai sragionando, ti hanno informato male, e tu su questa storia di chi te lo ha detto… dai… meglio che tu taccia e che lo faccia pure io”

“E’ buffo, io e te non abbiamo mai litigato e lo facciamo ora, dopo tanto tempo, senza nessuna ragione e senza nessun senso.
Ma non provo nessuna rabbia nei tuoi confronti, perché in fondo tutto quello che hai fatto te l’ho lasciato fare io”

“Forse avremmo dovuto litigare di più”

“Forse… sicuramente avrei dovuto mandarti a fare in culo”

“Dai ora devo andare, ti direi che mi ha fatto piacere rivederti ma chissà che mi risponderesti”
“Non ho finito, stanno accendendo ora le luci, manca ancora un po’ prima che sblocchino le vetrate e lui sta ancora dormendo, e voglio dirtelo ora che cosa non sono davvero riuscito a spiegarmi, perché è questo che mi tormenta da troppo, e che produce acido cloridrico quando ti vedo, ed è il perché - nonostante la merda che sei stata - non c’è un cazzo di istante, in ogni cazzo di giorno, in ogni stracazzo di notte, da quando io ti ho conosciuta, che non pensi a te e che non senta la tua mancanza, la sentivo quando ti vedevo e la sento ora che non ti vedo più. Ecco cos’è l’assurdo”

Il supermercato aprì, lei non disse nulla, si scostò ed entrò, velocemente, senza voltarsi.
Lui restò un attimo in silenzio, un sospiro, rimise gli occhiali da sole e andò verso la bici sgonfia, dimenticando le fototessere nel cassettino apposito o nell’apposito cassettino, che commutativamente è la stessa cosa.

Le relazioni umane sono assurde alle volte, anche perché spesso l’uno è convinto di relazionarsi, mentre l’altro sta solo cercando una via di fuga. 
E non lo fa per cattiveria, quasi sempre è solo concentrato su se stesso, sul proprio bisogno o sul proprio dolore, o sulla propria felicità, ed è questo che lo porta a raccogliere tutto quel pragmatico cinismo; oppure lo fa perché è nato così, stronzo vero, e anche qui, ancora, non è colpa sua… è solo destino.

E ricorda, una volta sei l’uno, una volta sei l’altro.

La soluzione, l’unica soluzione, sarebbe non relazionarsi mai, ma è giusto farlo? È giusto non correre il rischio di non riuscire più a provare piacere che non sia quel piacere? Domande che ci aiutano a restare sul tema della storia che questo libercolo racconterà.
Diceva il mio Maestro: “l’uomo è un animale sociale, ha bisogno di relazioni, perché le relazioni sono inevitabili e in quanto tali devono essere normate, altrimenti è caos”.
Lui diceva queste cose da accademico, non credo si riferisse al fatto che sarebbe stato necessario scrivere una norma che statuisse:”Art. 1: le teste di cazzo non ti devono mancare mai” - “Art. 2: se ti mancano bevi, così passa” - “Art. 3: non passerà, ma forse ti viene la cirrosi e allora si passerà”.

Perché serve un prologo per una storia così banale? Qualcuno potrebbe chiederselo in effetti, beh credo che serva per due ragioni, la prima è per aiutare chi legge a capire meglio che succederà, la seconda è per aiutare chi scrive a capire meglio che cosa è successo.