Era forse la terza volta che andava a trovarla in ufficio, secondo piano del condominio delle Cicogne, giusto sopra il magazzino del Conad, stanza d’angolo, vista invidiabile su pallet carichi di Levissima, Sant’Anna e San Benedetto da 1,5 e 2 litri.
Orario sempre lo stesso, 19.45, quando anche Gisto, il geometra dello studio affianco, aveva mollato Autocad per rientrare da Gina che lo aspettava con il petto di pollo diggià adagiato nella Ballarini fondo acciaio 18/10.
Si erano incontrati inaspettatamente un paio di settimane prima, un lunedì tardo pomeriggio al supermercato lì di sotto per l’appunto, lei lo notò alla cassa, aveva comprato crocchette di merluzzo Findus, due tomini avvolti nello speack e una busta di valeriana pre-lavata marchiata “Fresco della madonna” (una roba nuova fatta apposta per Conad pare), una spesa da single indomito insomma.
È inutile indugiare sul gioco di sguardi, il “ti è caduto lo scontrino”, quindi “oh grazie, sei molto gentile”, il “prima tu” a cui ha fatto seguito l’immancabile “no, assolutamente no, prima tu”, possiamo passare direttamente alla scrivania due piani sopra, i fascicoli gettati a terra, le biro blu e rosse scaraventate due metri avanti, le Tiger una all’ingresso e l’altra sotto la poltroncina di fianco al PC, la tenuta del filer labbra messo a dura prova da una passione agitata parecchio, il cellulare di lei che vibrava ininterrottamente “Antonio🤍”.., è inutile indugiare perché tutto questo fa parte del cliché, così come scontato è l'amplesso furtivo sul desk, sette minuti sette di passione travolgente.
Oddio travolgente, diciamo intensa, e più che passione diciamo "scontatezza".
La terza volta sarebbe stata anche l'ultima, lo sapevano entrambi, Antonio🤍 si stava innervosendo perché aveva intuito che qualcosa di strano stava accadendo e non era improbabile trovarselo sul pianerottolo, a lui invece stava capitando ciò succedeva sempre da quattro anni a quella parte: "non ce la faccio, devo andare, fuggire, scappare, evaporare, nascondermi, ghostarmi, entrare in convento".
E fu così che si salutarono, "ciao, è stato bello ma non é il momento giusto", "in un'altra vita chissà avrebbe potuto pure funzionare", " a me piace il gelato alla nocciola", "io adoro le scarpe rosse", "ci si vede in giro eh?", "grazie", "prego", "domenica mi sposo", "io no".
Non è importante chi ha detto cosa, nessuno dei due ascoltava l'altro, si dovevano solo rivestire ed uscire senza dare nell'occhio, perché è così che funzionano queste cose qua, il dialogo finale serviva solo per rompere un silenzio che sarebbe stato altrimenti imbarazzante.
Ma come mai lui è diventato così? Non si sa, o meglio non lo so io che sto raccontando questa storia, ma lo sapevano tutti quelli che mi hanno raccontato i vari pezzi, e l'hanno fatto affinché io che faccio il narratore per hobby, d'accatto tra l’altro, trasformassi gli spezzoni dei loro racconti in una storiella strampalata ma con un minimo di costrutto.
Di certo sono riuscito a capire che il colpo di grazia è arrivato lo scorso Natale, faceva “non troppo freddo”, un “non troppo freddo” umido e fastidioso, lei (Alissa, questo è il nome) lo aveva chiamato in pausa pranzo, "sono incazzata come una bestia, sai che ha fatto la merda (la merda è Gustavo, l'ex marito - nda)?? Se ne va a vivere con lei, anzi la porta a vivere da lui, ha comprato casa, si conoscono da due mesi... ma vaffanculo. Sono innamorato mi ha detto, dovresti conoscerla questa, piacerebbe anche a te. Ma vaffanculo".
Lui non le chiese "e a te che cazzo te ne frega, vi siete mollati ventisette anni fa?", no.. le disse: "dai, stai tranquilla, stasera mi racconti, ne parliamo e vedrai che sistemiamo tutto".
Sistemiamo tutto? Ne parliamo? Ma vi rendete conto?
La sera non si videro, lei lo messaggiò accampando la più scontata delle scuse: "mia figlia non esce, ha un ascesso e anche il raffreddore, forse è malaria".
Lui intuì che molto probabilmente si trattava di una scusa buttata lì alla bell'e meglio, "la malaria in questo periodo? Mah, mi fa strano..." ma finse di crederle e iniziò a preoccuparsi per lei.
Lei che dietro quella faccia da stronza nascondeva un cuore d'oro, un cuore d'oro che regalava solo a chi voleva s'intende, e a lui "non voleva", questo era chiaro da mo' ma lui fingeva di non saperlo.
"Diamole tempo" si ripeteva, che io poi mi chiedo "diamole chi?", ma essendo chiaro che quella non era una coppia ma un incidente di percorso in cui si affacciavano in altri sette, il plurale era decisamente adeguato.
Quella sera Alissa non restò a casa con la figlia, probabilmente era riuscita a trovare l'artemisinina concentrata (un antimalarico mica da ridere) e prima delle 18.45 ascesso, raffreddore e febbre africana erano passati, e decise quindi di uscire, la figlia non era più in pericolo di vita e il pensiero di Gustavo la tormentava come neanche Antonio Di Pietro con Pillitteri ai tempi di mani pulite.
Uscì di casa senza una meta, vagava di qua e di là, e dopo aver percorso ottocento metri assolutamente guidata dal caso, si ritrovò sotto caso di Fausto.
Chi è Fausto. Fausto è uno, uno di cui non era stata mai innamorata ma che non riusciva a dimenticare, che prendeva e lasciava a suo piacimento da un paio d'anni, con cui non avrebbe mai passato la vita nonostante gli avesse chiesto un paio di volte di trasferirsi da lei, uno che davvero non la capiva e manco la desiderava (così amava raccontare a chi glielo chiedeva) ma a cui confessava anche i pensieri più reconditi e con cui trombava almeno ventisette volte a settimana, sabato pomeriggio compreso.
Forse questo lo faceva solo per tenersi in forma o perché trombare fa bene alla pelle.
Fausto faceva il ballerino, anche un po' il cantante, l’elettricista e se necessario anche il barista, il DJ e il facchino, frequentavano insieme i locali più trasgressivi del bolognese (fu lì che successe la prima volta), gin e rock & roll, fumo e perdita di sensi, un divertente con la bocca larga e un sacco di amici.
Lui (lui quello che stava a casa a preoccuparsi della disperazione di Alissa) non lo conosceva, ne aveva sentito parlare da lei, dalle amiche di lei, dagli amici di lui, e dalle amiche degli amici, non lo conosceva ma conosceva la storia, la sua fama di bello e maledetto, sapeva che si erano frequentati a lungo, che si vedevano quando ancora lei vedeva lui, che si vedevano quando lui vedeva Luisa, Magda, Francesca e anche Sonia,
Sapeva ma fingeva di essersene dimenticato.
Ma al di là di questa digressione sulla vita e lo stile di Fausto, abbiamo detto che lei vagando vagando si trovò per caso sotto casa sua, e sempre per caso suonò, e ancora per caso salì, e chiaramente per caso lui apri.
Quando si dice il destino!!
Alissa piangeva disperata e non appena lo vide gli saltò al collo, gli raccontò di Gustavo e della sua nuova fiamma, non si capacitava, malediceva tutti gli dei dell’Olimpo, “lo dico non per me sia chiaro, ma per Ginevra (la figlioletta con la malaria), che sarà di lei ora? Fausto che faccio?!”
E Fausto chiaramente la consolò. Comprensivo e adorabile come solo lui sapeva essere, la consolò più e più volte, e gli suggerì cosa sarebbe stato giusto fare.
Alissa si sentì subito meglio, e fu in quel momento che decise che era giunta l’ora di liquidare definitivamente lui (lui l’altro, quello di prima, quello del Conad, quello del “ne parliamo e si sistema tutto”), non era difficile, lo aveva già fatto altre nove volte, la tecnica era affinata ed efficace, praticamente indolore.
Successe di sera, successa a primavera, “sei troppo per me, ti lascio libero di vivere”.
Lui tacque, disse solo “di nuovo” ed aprì la porta per farla uscire (in realtà fu tutto molto più lungo, tortuoso e patetico… ma sto racconto ha da finire ed è necessario arrivare al punto), lei sgattaiolò via velocemente, senza voltarsi.
Non andò da Fausto però, non subito, poteva aspettare ancora un paio di mesetti si disse, aveva ancora una roba in sospeso con Ughetto, un compagno di bisboccia e pilates conosciuto da poco: “basta, ho bisogno di novità nella mia vita, sto soffocando”.
E’ giovedì oggi, le campane si abbandonano ai loro rintocchi, la bruma avvolge ancora l’eremo quella mattina, un giovanotto passeggia leggero lungo il crinale per raggiungere la fontanella che sta sotto la quercia, ha un lungo saio, una Bibbia tra le mani e un segnalibro colorato di rosso con un paio di righe scritte fitte fitte: “dai tranquilla, stasera mi racconti, ne parliamo e si sistema tutto”.
Ecco così è andata la storia…. e voi mi chiederete qual è la morale, e io vi risponderò che la morale non c’è ma c’è comunque un insegnamento: se incontrate Alissa per caso, fate ben una cosa…. scappate immediatamente, vi conviene, perché nulla è come sembra.