STEFANO BERTOZZI
Ho voglia di raccontare una storia...
Un pezzetto del capitolo tre... o forse due.. ma non importa
Sempre capitolo 1… il cavallo di denari
La porta si affacciava su un corridoio non troppo profondo, illuminato da fioche luci di circostanza, in fondo, sulla destra, una tenda bordeaux e un cartello appeso con su scritto “entrer”, Luì scostò la tenda e si affacciò sull’interno.
“Permesso…”
“Oh… italiano… venga, si accomodi pure. La stavo giusto giusto attendendo.”
“Chi? Me?…”
“Oui, proprio te”
L’immaginava diversa, si aspettava una zingara con lunghi abiti bohémiene, una bandana colorata, campanellini, anelli e collanine, il trucco marcato, i lunghi capelli rossi; si trovò di fronte una donna intensa, minuta, gli occhi grandi che scrutavano da dietro eleganti occhiali da vista neri in tartaruga, i capelli grigi lucenti, un grigio avvolgente, caldo, adagiati elegantemente sulle spalle, le labbra morbide senza rossetto, zigomi educati che avevano vissuto tempi migliori, comunque affascinate, dall’età indefinita, abbronzata. Indossava un maglioncino a collo alto, nero, soffice, i jeans attillati e mocassini neri scamosciati, all’anulare destro faceva bella mostra di sé un rubino grande su una montatura d’argento antico, parlava un italiano quasi perfetto, l’accento arrotondato e francesismi d’antan sottolineavano le sue origini franche.
Luì si sedette di fronte a lei, decisamente a disagio, ebbe la netta sensazione di sentirsi nudo.
“Ragazzo triste, dites-moi, cosa ti porta qui?”
“Mi sono perso, non ritrovo la via dell’hotel”
“Mmmm… non credo sia l’albergo che tu hai perso…”
“Ah no, e cosa allora?”
“Eh questo ancora non lo so, certamente hai perso il sorriso”
“Non ho mai sorriso molto”
“O questo non è vero”
“Mi conosci?”
“Perché ti atteggi a scontroso quando sei tutt’altro?!”
“Mannoo, non mi atteggio, sono scontroso davvero (ride)…. In realtà sono entrato non so perché, la porta fuori contesto forse o il troppo vino bevuto poco fa, il viaggio in treno, io… insomma sono qui”
“Le destin nous a réunis!”
“Dici? Non so se credere troppo al destino”
“Impossibile! Tutti credono al destino, anche coloro che non lo ammettono”
“Mah, troppe volte mi ha ingannato”
“Non è stato il destino, sono stati i sogni, tu quelli inseguivi e quelli ti hanno annebbiato la vista, conducendoti all’errore, all’amore, al bello, al brutto”
“….”
“Il destino ha tracciato la tua via tanto tanto tempo fa, tu - che sto iniziando a sentire come sei - hai deciso di sfidarlo, a volte a brutto muso a volte girandoci attorno, ma sempre sfida era.”
Madame aprì un cassetto della scrivania che le stava a fianco, ne prese un taccuino con la copertina nera in pelle, senza dire nulla si posizionò su di una pagina bianca, chiuse gli occhi e con una vecchia matita sbucata non si capisce bene da dove iniziò.
“Era mercoledì. Faceva freddo, la neve si stava sciogliendo, quello è stato il giorno in cui il futuro si è manifestato davvero per la prima volta. Quando sei nato?”
“Un giorno di aprile”
“Sei diffidente ma curioso, beh sappi che c’era neve pure quando sei nato tu”
“Lo so”
“Una neve fuori stagione, incapace di resistere alla primavera che comunque si agitava”
Diciannove aveva scritto sul taccuino.
“Ora tocca a te, vieni al dunque mon ami, il tuo passato lo conosci, è talmente presente e fuoriesce così forte che se vuoi posso sorprenderti raccontandoti dettagli che già conosci, ma servirebbe? Tu hai bisogno di futuro, chiedimi!”
Bicicletta, nonno, papà, cinquantaquattro, notte, A, farina, rabbia, impazienza, Zorro, grande, troppo.
Queste le parole che Luì riuscì a decifrare su quella pagina su cui si stavano accatastando quelli che sembravano poco più che geroglifici.
“Futuro dici? Pure a quello credo poco, un po’ come al destino. Ho sempre pensato al futuro come alla porta del riscatto, il tempo in cui doveva succedere tutto, quella roba dove le soluzioni sarebbero divenute realtà, la palla avanti che poi entra, ora lo vedo più come una cordicella mobile che si sposta sempre un po’ di più, e tu fatichi a starle dietro, quasi affannato. Quindi se anche tu mi dovessi raccontare di cosa sarà, non sono certo che avrò voglia di ascoltarti”
“Non tornerà, perché nessuno torna, ci sono quelli che non se ne sono mai davvero andati e quelli che non ci sono mai stati, i primi non hanno bisogno di tornare, gli altri va da sé.
Sai… oggi tu sai che quel mercoledì non ti ha tolto, ti ha trasformato”
“Col cazzo…”
“Oh pour toi, non essere scurrile. È così, fidati di me. E neppure lei tornerà, inutile aspettare, l’attesa del tempo è una perdita di tempo. E neppure quello tornerà ricordalo, ché questa è la perdita più grande.”
Sole, una preghiera due preghiere pregherò, passione, testardo, vino rosso, libri e libertà, M…. continuava a scrivere.
“Ma le carte? I tarocchi? La palla di vetro? Tutto l’armamentario del mistero? Dov’è?”
“AhAhAhAh!! Prendi una carta allora, da qui…”
E sbucò un mazzo di carte da briscola romagnole. Una roba che in Svizzera, nello studio di una sensitiva Parigina proprio non te lo aspetti.
Pescò il cavallo di denari.
“Crescerà, sbaglierà, si pentirà proprio come è capitato a te, incolperà il mondo, gli altri, il destino, il cane del vicino, l’autobus in ritardo, mai sé stessa, proprio come non hai fatto te. Ma c’est la vie Luì…”
“Non ti ho mai detto come mi chiamo…”
“Sono una maga ricordalo… ahahahah!
Le diede venti euro, si strinsero la mano guardandosi a lungo senza lasciarsela, era calda, accogliente.
“Ciao Maga, è stato bello”
“Ciao Luì, anche per me sai? Oussi belle que tu l'es.. e ricorda, non insistere, non tornerà”
“Lo so”
“Lo sai ma continuerai ad aspettare”
L’indomani in tarda mattinata sarebbe ripartito, subito dopo la stipula ma non prima di aver fatto due passi al mercato della frutta e verdura.
… segue…
Capitolo Uno - Ginevra
Doveva essere dal “Notaire” in Rue de la Fontaine alle 9.00 del martedì, i clienti sarebbero saliti già nel fine settimana per poi fermarsi a casa loro, quindi il viaggio se lo sarebbe fatto da solo.
Prenotò il Frecciarossa in partenza da Bologna alle 15.36, poi un passaggio sull’Eurocity44 a Milano Centrale, l’arrivo previsto poco dopo le 21.30 alla stazione Cornavin, quindi a piedi fino all’Hotel Marmont, un quattro stelle in Rue du Prince.
Tutto programmato.
La carta d’identità era arrivata il giorno prima, per riuscirci aveva pregato in turco Alina, un’impiegata albanese con il marito polacco, la madre spagnola, da poco cittadina italiana, in pianta stabile al Comune di Faenza da una settimana, la quale era riuscita a rilasciare il documento in tre giorni anziché i canonici sette.
Quando lo chiamò per avvisarlo “È arrivata!”, Luì si precipitò da lei con in mano un girasole comprato appositamente per ringraziarla.
Alina arrossì, “non doveva”, “esatto, non dovevo, ma volevo, e rassicura tuo marito, digli che te lo ha regalato un anziano che potrebbe essere tuo zio! Sei stata preziosa!”
Ora che pure il documento era sistemato non restava che andare.
Non aveva idea di nulla circa la geografia del posto, non gli era mai capitato di andare a Ginevra, la Consustanziale Spa stava comprando un immobile proprio lì, un direziinale dove avrebbe aperto la prima succursale d’oltralpe, Luì era riuscito a chiudere l’operazione di finanziamento qualche mese prima ed ora era il momento della firma.
Una tirata, dodici ore di viaggio andata e ritorno in un paio di giorni, ma in fondo andava bene, avrebbe staccato la spina, interrotto la routine e passato una notte in un hotel di quasi lusso a spese della banca.
Luì amava gli hotel, le enormi reception, le receptionist, la sala colazione, la colazione proprio, tutte quelle torte fatto a mano, i succhi di mela, di pera, di mirtilli, il burro e le marmellatine, amava i letti con i materassi alti almeno trenta centimetri, la TV satellitare con trecento piattaforme installate di cui due gratis e duecentonovantotto a pagamento, i bagni ampi e tutte quelle bottigliette di fianco al lavello, che non riusciva mai a capire quale fosse quella dello shampoo e quale il bagnoschiuma.
Da ragazzo aveva coltivato insistentemente l’idea di gestirne uno di hotel, voleva ristrutturare una pensione di famiglia, solo le stanze, il ristorante lo avrebbe affidato ad un ristoratore professionista, almeno questa era l’intenzione.
Si era pure impegnato nella redazione di un articolato business plan, sulla base del modello “Mettersi in Proprio” che il Grand Uff esimio dott. Cavalieri gli aveva insegnato un vita prima all’Oriani.
Il progetto fortunatamente abortì, sarebbe stato un bagno di sangue e di denaro, come finì pure la storia che stava vivendo in quel periodo, lei si voleva sposare e lui pensava a come finanziarsi per comprare armadi e letti per le 25 camere della Pensione Gilda; lei parlava di figli e lui di occupazione media; lei se ne stava andando e lui nemmeno se ne accorgeva, convinto come sempre che tutto fosse acquisito.
Il Marmont era davvero carino, caratteristico, chich e silenzioso, come solo un hotel svizzero sa essere, una roba che Moira (la mandrilla di Porto Recanati del film Vacanze di Natale) avrebbe commentato; “oueeee, caspita, carino qui…”.
Appena salito in stanza si tuffò in vasca, non prima di essersi versato un rosso di benvenuto in un calice di plastica, una roba di un pacchiano mai visto prima, ma quello c’era.
E di arrangiarsi con quello che c’era Luì era specialista.
Fare il bagno in vasca sorseggiando vino rosso è un classico, se poi si aggiunge un bagnoschiuma al timo fa molto film, a volte provava anche a casa, ma essendo provvisto solo di doccia non aveva lo stesso sapore, diciamo che il vino tendeva ad “annacquarsi”.
La tensione stava via via scemando, il forte disagio figlio della settimana prima quando la incontrò di fronte al Conad si stava cronicizzando, come accadeva da molti anni a quella parte, senpre più velocemente a dire il vero…. l’immagine delle porte automatiche del supermarket che si aprivano e di lei che fuggiva all’interno avevano il retrogusto dei titoli di coda di un cult movie anni ‘80, se si fosse voltata un attimo credo si sarebbe materializzato di fianco a lui Jerry Calà in persona, per guardarla negli occhi e dirle: “…. Sei sempre la più bella..”, mentre Cocciante (Riccardo - nda) avrebbe iniziato a suonare il pianoforte appoggiato al bancone del fresco per fare sottofondo.
Il ristorante che aveva prenotato era a pochi isolati da lì, fighi gli isolati, in Italia non esistono, forse nemmeno in Svizzera, ma dirlo fa molto più atmosfera.
“Chez Suzanne” si chiamava, una chicchina con dehor vista Rodano, il calice per il rosso non era di plastica, e già questo era un successo. Ordinò una longeole, una salsiccia IGP composta da carne di maiale e finocchio, solitamente servita con patate gratinate, che decise di abbinare ad un bicchiere di Châteaux Margaux del 2006, pur non essendo certo che sarebbe riuscito ad inserirlo in nota spese.
La salsiccia abbinata al Châteaux Margaux è la morte sua, almeno così dicono gli svizzeri.
Camille, la cameriera che si occupò di lui, era una giovane donna sui trent’anni, capelli neri raccolti in una coda di cavallo elegante. Lo sguardo reso intenso da occhiaie appena appena accennate e le dita affusolate con le unghie laccate di rosso, davano all’accento francese quel qualcosa di ancora più suadente, fu piacevole ordinarle il caffè, un rhum cuvée e poi il conto, fu meno piacevole il dubbio che la banca potesse non rimborsare una roba così.
Faceva freddo, il cielo era terso, un sacco di stelle, prima di rientrare in albergo decise di fare comunque due passi nella parte storica della città, la solita scusa che usava per fumare un Connubio XXL che faceva tanto Steve McQueen a fine carriera mentre osserva il fuoco acceso in un caminetto rustico, quando ad un tratto, in un porticciolo laterale notò una piccola insegna in legno che stava inchiodata su una porta insolitamente sgarruppata rispetto all’ambiente circostante, “Madame Mystèr - Le passé, le présent et une pincée d'avenir, mais pas trop, sinon ça fera mal.”, si fermò ad osservare meglio, non era un casino elvetico, ma lo studio di una veggente parigina che seppe poi essersi trasferita lì vent’anni prima.
La porta era marrone, l’insegna nera dipinta, la scritta verde contornata oro, il tutto sbiadito dal tempo, da una finestrella laterale usciva una luce fioca, gialla, non di quelle bianche moderne ghiacciate a basso consumo.
Entrò.
…. Segue …




