La Sambuca della Camst

“Come stai?”

“Sono triste,  terribilmente triste, fottutamente triste, ma di un triste che vaffanculo triste… per il resto tutto bene”.

“Dai… bene… oggi fa davvero freddo, brrr 🥶, è arrivato l’inverno”

“Come stai?” è  una di quelle domande che spesso si fanno senza aspettare una risposta, ma soprattutto senza ascoltarla nel caso venga data, perché nove volte su dieci non ci interessa, si chiede perché si deve chiedere, così, per attaccare discorso quando proprio non se ne può fare a meno, un po’ come “ciao, da quanto tempo… che bello“… detto in sala d’attesa dal medico di base a quella di cui non ricordi nemmeno più il nome, mentre stavi aspettando il turno per fare il vaccino antinfluenzale ed in realtà l’avevi incontrata due giorni prima, al mercato, all’altezza della bancarella del formaggio e ti eri deliberatamente spostato sull’altro lato del viale per evitarla. 

Semplicemente perché non avevi nulla da dire e non avevi tempo da perdere, e se ce l’avevi, perché ce l’avevi visto che il sabato non hai mai nulla da fare, non volevi farlo con lei.


E così Luì si divertiva a dare risposte a cazzo, per vedere la reazione dell’interlocutore, “per vedere l’effetto che fa”, per trovare conferma alla regola del “viviamo convenzionalmente ognuno perso nei propri naturali egoismi”. 

E per questo si sorprese da matti quando la ragazza bionda che stava dietro lui in fila alla cassa (e che per inciso aveva comprato solo un budino proteico alla vaniglia private label Coop e nonostante ne avesse diritto non aveva usato la cassa automatica), incrociandolo al parcheggio gli disse: “vaffanculo triste credo sia proprio triste triste… dovresti bere uno Jäghermaister”.


Bionda, capello irritato tra il mosso e lo spettinato, fare sbarazzino, sguardo intensissimo, uno smanicato di visone  su giubbotto di jeans, occhiali da sole sulla testa, stivaletto texano mezza altezza, un culo e due gambe stellari, una sigaretta self made in procinto di essere accesa, fuseaux in similpelle nera, ed un budino proteico alla vaniglia infilato in una Louis Vuitton che non si poteva definire di “primo pelo” ma aveva tutto il fascino retrò che si addiceva al personaggio, le labbra rifatte.


Luì alzò lo sguardo, non sapeva esattamente cosa rispondere e come rispondere, e se ne uscì con un “e perché non una Sambuca Molinari?”.

“Ci sta, vada per la Sambuca Molinari”.

Si ritrovarono così al bar della Camst a bere Sambuca alle 16.45 di un giovedì pomeriggio di metà novembre.

Lei faceva la logopedista infantile, amava viaggiare, non in auto però, aveva un tatuaggio stilizzato sul polso, un figlio post-adolescente che studiava a Urbino, avrebbe voluto un cane ma non ne aveva coraggio, si allenava con regolarità, giocava a canasta, le piaceva un sacco leggere, guardare le serie legal su Netflix, dire parolacce e frequentare locali dove si suona la musica dal vivo, preferibilmente rock, anni ‘80 e Jazz..

Avrebbe pagato anche 765 € per un quadretto originale di Frida Kahlo che baciava Diego Rivera.


Di Luì già sapete tutto, inutile approfondire ora. 


“Perché sei triste”

“Perché passo la vita ad aspettare”

“Chi?”

“E perché non cosa?”

“Perché dietro ad ogni cosa ci sta un chi, e quindi meglio andare all’origine per avere una vera risposta”

“Te lo hanno insegnato al corso di Logopedia tre?”

“Ma lo sai che aspettare è un po’ morire, e chi passa la vita ad aspettare non vive? E anzi spesso è morto e non lo sa?”

“Hai fatto anche Filosofia due?”

“No, l’ho letto sulla carta di un Bacio Perugina che mangiai un pomeriggio di qualche anno fa mentre assistevo ad una lezione di Diritto dei Sentimenti”

“Facoltà?”

“Giurisprudenza ca va sans dire”

“Bologna?”

“Lugo”

“Dai scema, sii seria”

“Hai sorriso, non sei più triste”

“Sì ma è la Sambuca”

“Bologna comunque”

“L’avevo capito”

“Da cosa?”

“Da come rolli la sigaretta”

“Perché sei qui?”

“E tu?”

“Non si risponde ad una domanda con una domanda”

“Allora perché volevo rimorchiarti e non ti ho trovato su Tinder”

“Hai cercato male”

“Forse mi hai bloccata”

“Forse ti sei bloccata”

“Forse è più bello così”

“Forse”

“Andiamo?”

“Dove?”

“Da te”

“E poi?”

“E poi dopo mi porti a cena al mare a mangiare il polpo arrosto con la cicoria ripassata al burro”

“Non è meglio aspettare?”

“Non lo credi nemmeno tu”

“Per la cicoria intendo, non è stagione”

“E come lo sai”

“Da giovane ho fatto l’ortolano”


Si svegliò tutto sudato quella mattina, quel sogno lo aveva affaticato, era a colori, un mix di vero, verosimile, buffo, finto, impossibile, ricordi mai accaduti, profumi.

Ma più di tutto era sottosopra per via di due robe, guardandosi allo specchio mentre faceva toeletta ricordava perfettamente il tono di voce di quella “sconosciuta” ed il dentifricio sapeva di Sambuca.







3 commenti:

  1. Allora, da lettrice affezionata avrei una richiesta da fare; una cosa semplice semplice:
    siccome questo personaggio entra ed esce, nasce e muore (si fa per dire ovviamente) continuamente con connotati e nomi diversi e trattandosi palesemente sempre della stessa persona, ecco, ma non potresti dargli un identità un po’ più definita? Non so, prova ad immaginarlo disegnandone i contorni dentro alla testa e crea un personaggio…una specie di Marcovaldo dei giorni nostri

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  2. Marcovaldo Luì, ecco questo potrebbe essere il nome completo, cognome e nome.
    Non so se ho voglia di dargli sostanza però, troppo strano questo personaggio, sembra più un tipo definitivamente guasto per come lo racconto, dovrei andare su qualcosa di più frizzante e leggero magari…. e meno noioso e ripetitivo.

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  3. Più che noioso, ripetitivo e guasto il tuo personaggio lo definirei un osservatore che non ama essere osservato a sua volta, un uomo che cerca il dettaglio in cose e persone apparentemente insignificanti, un finto borghese innamorato dell’amore ma anche della sua libertà (!!!!!), un solitario che ama nascondersi in mezzo alla gente….io no, non lo definirei noioso, proprio per niente…
    Tu scrittore continua a scrivere che a Luí pensiamo noi

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