Beh un vantaggio c’è, non hai troppo tempo per pensare o almeno non dovresti averne, a meno di non essere un overthinker (che poi tu l’inglese lo hai sempre odiato ma ti rendi conto che a volte sintetizza meglio di qualsiasi altra lingua), e dato che lo sei… inizi appena sveglio a overthinkare, in bagno, prima sul wc e poi lavandoti i denti, poi mentre raggiungi il parcheggio, poi fermo al semaforo, poi di fronte ad un caffè troppo caldo osservando la tua nuova barista quasi preferita tanto è stronza, e ti chiedi: “ma le labbra sono botulinizzate o no? E anche fosse? In fondo le donano ugualmente, a lei e alla sua stronzaggine finemente trascurata…”, e non riesci a non chiederti se è fidanzata, quanti anni ha, quanti anni ha il suo fidanzato, se lo ha mai tradito, se lui ha mai tradito lei, se hanno un falso profilo su Tinder l’uno all’insaputa dell’altra, se vivono insieme, dove, “ce l’hanno il Bimbi?”, “si amano?”, “vorranno dei figli?”, “e il Folletto Virwerk senza fili?”, e chiosi immaginandoli a cena da “Silvano” il giovedì, cercando di immaginare pure i loro dialoghi, i loro temi di conversazione, dando per scontato (inopinatamente) che conversazione ci sia.
E prosegui in camera iperbarica dove la tipa che ti sta a fianco, la numero 3, troppo bassa e troppo piena di sé senza nessuna ragione, quando il tecnico di sala le dice-chiede: “signora l'orologio è subacqueo? Se non lo è rischia di danneggiarsi, dovrebbe toglierlo”, lei risponde “è un Rolex” , sotto-intendendo “ma non l’hai riconosciuto barbone di un povero?!”, e tu non puoi non pensare - osservando di sottocchi la numero 12 che ti sta seduta di fronte e che nel frattempo ha alzato il sopracciglio sinistro - “sticazzi, magari investi due spicci pure sul botulino e sistemati le labbra, che così scialbe col Rolex stonano parecchio”. E comunque se é subacqueo, il Rolex s’intende, resta un mistero.
Chi ostenta ricchezza è spesso ricco davvero, e non è una scontatezza nel mondo della leva finanziaria spinta al massimo (leggasi debiti della madonna sottoscritti a nastro), e altrettanto spesso - soprattutto nel caso emblematico dei pidocchi rifatti - è pure arrogante e noioso e brutto e rumoroso, quasi una sorta di karma che spiega: “È la vita che ti parla, ti ho fatto nascere povero e brutto, ma ho deciso di farti ricco, sappi però che proseguirai rompicoglioni fino alla fine dei tuoi giorni, subendo e facendo subire a tutti le conseguenze”.
I ricchi di nascita sono invece normalmente belli, patinati pure dal vivo, capello fluente pettinato e pelle delicata, nati ricchi vivono giustamente come tali, scivolando con grazia sulle cose del quotidiano con un disincanto che fugge la comprensione dei normo patrimonializzati, con una nonchalance che spesso viene scambiata per protervia quando in realtà è solo destino.
Le giornate incastrate e l’overthinker antecedente o conseguente, ti fanno rendere conto che soli è più difficile che in compagnia, e questo è un fatto, non puoi e non vuoi chiedere una mano a nessuno (che non è fondamentale s’intende, ma potrebbe comunque farti sentire leggermente più appagato di Matteo Ricci dopo i risultati delle regionali nelle Marche), devi contare solo su te stesso, sui tuoi mezzi e un po’ anche sui mezzi di RFI (costantemente e ostinatamente in ritardo anche quando non è sciopero generale) o della Coop Trasporti se hai l’auto in officina.
Alcuni ci riescono, altri no. I primi non sono migliori dei secondi, sono solo diversi, necessitano, anzi bramano, anzi anelano, di stare in compagnia. Ma in compagnia di chi? “Di un uomo, di una donna o di un cane” direbbe Zucchero, in realtà in compagnia della qualunque.
So di certo che ci sono matrimoni che reggono sull’effetto treno: “ma se divorzio chi mi porta in stazione?”; altri sull’effetto venerdì: “ma se divorzio chi tiene Luigino il venerdì sera?”; altri sull’effetto Ikea: “ma se divorzio chi viene con me all’Ikea”. Il matrimonio di Anna, pantera social acchiappa like, regge sull’effetto moltitudine: “se divorzio chi scelgo dopo, sono troppi”. Conosco uno che resta sposato perché non sa piegarsi i pantaloni e sa cucinare solo polpette surgelate, ama spesso dire: “in fondo che cos’è l’amore se non una bella piega sul panta appena ti alzi, e una bella bottarella dopo cena, il mercoledì, a settimane alterne, nei mesi pari, negli anni bisestili!?”.
So di certo che quello che ho scritto è vero.
So di certo che ci sono relazioni clandestine che reggono sulla scia dei matrimoni che non saltano per le ragioni appena descritte. Nà garanzia!
“Nessuno si salva da solo” ha scritto Margaret qualche tempo fa, il libro non l’ho letto, almeno non ancora, ma il titolo preso nella sua sinteticità credo sia un po’ ingannevole, manca il sottotitolo, si salva da cosa? O da chi? O da chi e che cosa? Forse ha ragione, da soli non ci si salva, da soli si consuma e ci si consuma, da soli si va al mare, al cinema, a teatro, a mangiare la pizza, in bagno, al lavoro, a Merano, a comprare TV Sorrisi e Canzoni, si guarda Uomini e Donne su Mediaset Extra, da soli si installano botole in camera da letto, si offrono cene a nastro a sconosciute che ti raccontano della loro vita e tu a loro della tua (omettendo tutte le cose significative) e a nessuno dei due frega un’emerita minchia di niente perché l’unica cosa che conta è consumare il tempo e fuggire (da qualcosa o più spesso da qualcuno) o al massimo trombare dopo cena senza sognarsi di fermarsi a dormire (tutto volutamente scritto senza punteggiatura per dare il senso).
Da soli si assapora la libertà. E’ vero? Forse sì, ma la domanda da porsi dovrebbe essere un’altra: “è così importante la libertà?!”. Se lo chiedi ad un ergastolano ti direbbe di sì va da sé, se lo chiedi ad un nordcoreano probabilmente non ti risponderebbe per paura di essere cannoneggiato, se lo chiedi a Totti ti direbbe “il Rolex alla signora dell’iperbarico gliel’ho regalato io”, se lo chiedi a me risponderei: “Sì è importante la libertà, molto importante, le hanno dedicato pure una statua mica a cazzo, ed è importante la libertà di essere liberi, di amare davvero (è rarissimoooo), di andare, di stare, di sognare, di dormire la notte, di essere sè stessi, di non impazzire se il treno è in ritardo, ma anche di farlo se ci va. È importante la libertà di essere e pure un po’ di avere, è importante la libertà di dire la verità in questo mondo di ipocriti e ipocrite, e perciò quindi sì, è importante la libertà, ma é importante pure il bello.
Sta imbrunendo, mentre sorseggio un Refosco riserva al tavolino di un bar-bistrot vista tangenziale, arriva una bellissima ragazza, si siede poco distante da me, altre amiche già l’aspettavano, è arrabbiata al limite dell’incazzo, la giacca sulle spalle vibra tanto è nervosa, prende un vino bianco “secchissimo, il più secco che c’è” chiede al barista, prima uno e poi due, infama l’ex compagno per una cosa di figli che essendo sordo in parte mi sfugge, nei suoi occhi il fiele, l’amore perduto, l’azzurro, la rabbia, la gelosia, le bollette dell’Enel che si accumulano, e lì in un angolino, giusto giusto di fianco al condotto lacrimale sinistro, una stilla: la voglia di essere felice ancora una volta. Qualcosa di nuovo e mai provato, che probabilmente morirà nella culla del piuttosto, ma ora è lì che cerca di uscire, come un bimbo al nono mese e due giorni compiuti.
La guardo, lei mi guarda e pensa: “e questo che cazzo vuole?!”, mi avvicino e le dico, “e falla uscire quella roba dai, molla, sii coraggiosa, liberati, bevi pure il terzo calice se ti va, ma liberati, sorridi, incazzati, urla, mandalo a fare in culo, ma vai!!”
Lei mi guarda e mi fa: “tutto qui?!”. “No” dico io, “nella tua solitudine maledetta o salvifica che sia ricordati solo di una cosa, non ti innamorare mai più, non lasciare agli altri la libertà di prenderti per il culo… perché nessuno si salva da solo, ma da solo ti salvi dagli altri…”.

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