だってばよ!

E’ buffo, nella vita ci sono luoghi, oggetti e situazioni che le persone caricano di significato, di senso, di intensità.

Si convincono che dietro a quei momenti ci sia qualcosa di unico… e quel vicoletto, quel tavolino vista mare, quel trespolo vista tigelle, quella calamita sul frigorifero, rappresentino per tutti coloro che hanno vissuto l’esperienza un qualcosa di indelebile.

Andrea era così, continuava ad essere legato a quei “simboli” ritenendoli irripetibili per lui e per lei, densi di vita e di assoluto. Per questo ritornava spesso da quelle parti, ripercorreva quelle strade, si lasciava vivere da quei dove, si sedeva nuovamente su quelle poltroncine, si estasiava respirando quei profumi come se ancora fosse tutto vero o lo fosse stato. Inconsapevole di aver vissuto e di rivivere ogni giorno un’illusione. 

Ripassava spesso di fronte a quel tavolo da ping pong che stava di fianco all’ombrellone che in una fredda e nebbiosa notte autunnale aveva ospitato, ignaro, un amplesso assurdo vissuto di corsa e senza ritegno, “incredibile” si diceva, i jeans che si abbassavano, la gonna che sia scostava, il cellulare abbandonato chissà dove, straffottendosene di poter essere visti, presi solo da loro, dal momento, dalla foga. E se ne fregava se la prestazione era stata mediocre per via del vino abbondante bevuto poco prima e dall’emozione che aveva preso il sopravvento. “Solo noi” ripensava ingannandosi, solo lui era la verità.

Continuava ad ordinare pesto montanaro e scaglie di grana, mortadella e culaccia, e un calice di sangiovese riserva, controllando se il gancetto porta borse fosse ancora al suo posto sotto al tavolo. E cercava di rivivere il momento immergendosi in quei sapori tipici, scrivendo bigliettini da regalare a nessuno, convinto sbagliando che l’originale lei ancora lo conservasse da qualche parte, custodito con cura e con affetto.

Vagava tra i palazzi del centro, sotto ai portici, nelle vie più nascoste, tra la buca di San Petronio e le perpendicolari di piazza Maggiore, ostentando padronanza e savoir faire, “fidati di me, conosco sti posti come le mie tasche” diceva allora e ripeteva adesso a se stesso. Teneva ancora in tasca l’auricolare dal quale quella sera ascoltò la guida narrare storie antiche di streghe e principesse, di signorotti e dame, di impiccagioni ed omicidi. Cercava i rumori e le voci di allora, osservava le facce buffe dei satiri che dovevano proteggere i palazzi in Santo Stefano dal maligno. Fantasie.

Si divertiva a guardare il mare con il tramonto che si ostinava alle loro spalle sostituendo un poco alla volta la luce del giorno con il tepore dei lampioni retrò appena montati. Ascoltava la stessa musica di allora, quella “maledetta primavera” che martellava in sottofondo. Ma era successo davvero?

Ritornava di tanto in tanto ad arrampicarsi per le vie medioevali di quel borgo antico alla ricerca di quei ceppi puzzolenti che bruciavano stanchi su un braciere improbabile, ordinava Gin Monkey 47 annaffiato da una tonica ghiacciata, chiedendosi se quel sorriso malinconico, che ricordava perfettamente, fosse per lui o per qualcun altro. 

Continuava a comprare fiori a mazzi, lo fece di nuovo per una settimana intera, non li faceva consegnare a nessuno, li riportava a casa, lasciandoli appassire 🥀 senz’acqua, quasi a volersi vendicare con loro per non aver lasciato il segno che si sarebbe aspettato. Una vendetta postuma consumata nei confronti di altri irresponsabili del fallimento. Una costante quella follia che lo attraversava da anni. Quanto male aveva fatto a chi non centrava nulla con quello che era successo?

Ignorava, o fingeva di farlo, che era  ed era stato tutto finto, tutto un bluff, un’enorme presa per il culo.

La ragazza che saliva a San Lazzaro ogni mattina andava di fretta, ogni mattina la stessa strada, ogni mattina scendeva dal treno indossando un tacco arrogante, ed ogni mattina si fermava a cambiare la scarpa sedendosi sulla panchina fronte stazione, lo faceva non appena il suo compagno di viaggio la salutava per salire sull’autobus che coincideva alle 7.45. Li osservava salire le scale che dal sottopasso portavano all’uscita, lui che si avvicinava a lei, sfiorandole la mano, cercando un contatto finto casuale, lei che lo lasciava fare, compiaciuta, fintamente indifferente, tutta perfettina nelle sue mise ricercate e un po’ vintage. Clandestini pensava Andrea, ne era certo, si sarebbero risentiti certamente poco dopo, un watsappino, una mail, una telefonata, per darsi appuntamento al giorno dopo, alla settimana successiva, a giovedì prossimo, quando la moglie di lui sarebbe stata fuori con le amiche a giocare a burraco. Quali erano i loro oggetti? I loro posti? I loro ricordi indelebili? I loro profumi? Ma soprattutto erano reali, condivisi, unici, o semplicemente orpelli di storie come tante che sarebbero svaniti di lì ad un niente, per fare posto a tutto il resto che nulla centrava con loro?

Avrebbe voluto chiederle “ci credi davvero?”, ma temeva lo avrebbe scambiato per un folle, lei non avrebbe capito, e come darle torto. Chi era lui per farsi gli affari loro, un maniaco? Un serial killer? O davvero un pazzo? Si, forse stava impazzendo, anzi forse era già impazzito, imprigionato nelle sue fantasie.

Fantasia, quella era la risposta, Andrea era vittima della sua fantasia, non essendo riuscito a costruirsi una vita vera al di fuori dei doveri del quotidiano, delle imposizioni culturali che lo avevano infettato fin da ragazzino, non essendo riuscito a vivere… per dirla tutta, si era perso in un mondo fantastico a cui aveva dato le sembianze della realtà. Si era perso e non riusciva a ritrovarsi.

Fu questo ad ingannarlo, ad ingannare il suo cuore ed il suo cervello. Si era tatuato sull’avambraccio una roba così: “だってばよ!”, non aveva idea di cosa significasse, Lin You gli aveva spiegato che era una frase ben augurante, glielo aveva spiegato in giapponese e lui si era fidato, d’altronde si era fidato di chi mai avrebbe dovuto perché non farlo anche questa volta?

A chi gli chiedeva “bello, cosa vuol dire?”, lui rispondeva “vita”. Vita? Come gli era venuta in mente una roba del genere? Che vita poi? La sua? Era forse stata così interessante da lasciarsi un segno indelebile sulla pelle? E poi che significava vita? E se avesse incontrato un giapponese vero e questo gli avesse detto che quegli ideogrammi stavano per “porca la puttana”?

Andrea faceva il netturbino, dopo anni passati a fare di conto nell’azienda del cugino di suo padre si era licenziato e aveva deciso di mettere la sua laurea in economia al servizio dell’igiene urbana, e si era convinto che ogni netturbino che si rispetti debba avere un tatuaggio, ché fa macho, fa vissuto, fa “per sempre”, lo ostentava tenendo perennemente il braccio fuori dal finestrino del camioncino elettrico con il quale affrontava le vie del centro alla ricerca dei cestini da svuotare, gli sembrava affascinante.

Ma poi chi doveva affascinare? Chi?

Quel tatuaggio in realtà era l’ennesimo cimelio di una vita per finta (vita!), una roba da conservare nella teca delle illusioni insieme alle calamite, ai fiori appassiti, ai bigliettini inutili, ai gin tonic, alla storia fasulla del Cassero per giustificare quella sera in cui lei non era con lui, ai cornetti rossi portafortuna, alle ciabatte di lana di pecora, alla sfanculata dell’attico zona sicura, alle foto della tetta bronzea e consunta di Giulietta visitata in un Natale surreale e piovoso, alle chat su Telegram, alla bottiglia di Grigio e ai peperoni sott’olio. Un cimelio farlocco come i baci che credeva di aver dato mentre era solo saliva, bugiardo come gli orgasmi che venivano raccontati come fantasmagorici a lui come a tutti gli altri, ed erano tanti, gli altri. Una roba incomprensibile, disegnata da un cinese travestito da giapponese, che gli aveva addebitato 275 euro senza fattura. Affascinante? Una ciofeca.

Faceva caldo quella mattina, e Andrea sudava come un muratore di Bergamo in trasferta a Tunisi a metà agosto, mentre con la ramazza cercava di pulire il tratto che da via degli Orti arrivava in zona valle, fu lì che trovò un pezzetto di carta tutto stropicciato, “sei sempre la più bella” ci stava scritto sopra, lo raccolse, lo guardò con attenzione e lo gettò nell’indifferenziata, era sporco di sabbia e salsa di polipo,  “povero patacca” disse pensando a chi lo aveva scritto… si proprio un gran patacca.








Non è un paese per metronotte


Lei non lo aveva amato mai, nemmeno per un attimo, nemmeno per sbaglio, nemmeno dopo una bottiglia di Ribolla Gialla fredda ghiacciata, nemmeno quando si lasciava commuovere dalle prove su cui il destino alle volte la faceva inciampare, nemmeno quando la dopamina pre-orgasmica le annebbiava i sensi,  senza parlare poi del post-coito, quando l’eccitazione lasciava spazio alla voglia di andarsene dal letto e fuggire a bere un Gin Tonic con Concetta, l’amica della scuola di ballo, 180 cm di bionda vaporosa irriverente e totalmente imprevedibile.

Casimiro faceva il metronotte, lavoro scelto dopo una vita passata sui libri contabili nella “ditta” del suo amico Rodolfo. Ad un certo punto della sua carriera optò per quella “professione” in parte per via dell’insonnia, poi perché voleva imitare Chuck Norris senza averne le phisique du role e infine per la pace che trovava solo nell’attraversare vie semi deserte ad orari improbabili. Aveva chiesto di essere assegnato alla vigilanza in zone centrali della città, portici, vecchi palazzi, edifici consunti dal tempo e dall’incuria, che tanto somigliavano a lui,  scendeva dalla Panda per lasciare i bigliettini “Securluna veglia su di te - 800 897 600”, dietro ogni biglietto scriveva un aforisma, aveva un animo poetico inespresso e la cosa lo aggradava.

Lui l’aveva amata, l’amava, non riusciva a smettere di farlo, non era arrabbiato con lei, anzi si preoccupava di non crearle disagio per via di quell’ostinazione discreta che temeva potesse comunque disturbarla, distrarla anche solo un poco dalla sua felicità, la felicità che aveva trovato con Alcide, così simile a lei, atletico, stronzo, disordinato, pratico, semplice, divertente, spensierato, poco incline alle smancerie e con un eloquio tutto cazzo e vaffanculo. L’esatto contrario di Casimiro, misurato, sempre pensoso e pensieroso, attento, incapace di uscire dal recinto di doveri in cui si era lasciato confinare da quella vita tanto inutile quanto beffarda.

La Panda odorava di fumo, Vermont e mughetti. Sempre ordinata, tagliandata e pulita, come la divisa di Casimiro, d’ordinanza sì, ma con quei vezzi quasi impercettibili ad un occhio disattento, le cifre ricamate sul lato destro della camicia, la pochette in tinta, il pantalone attillato, le sneakers nere. La usava solo lui, la Panda, i colleghi si trovavano a disagio, non so dire il perché, ma provavano soggezione ogni volta che ci salivano, tanto che smisero di assegnarsela, andavano su altro, meglio la Opel Corsa con il lampeggiante incrinato, molto più adatta a quei poliziotti per finta.

Lei lo aveva tradito, oddio tradito dipende dai punti di vista, i colleghi della Securluna lo avevano soprannominato il cornutazzo (chiaramente quando lui non sentiva…  chè era comunque dotato di pistola); Rodolfo (l’amico ex datore di lavoro) ne era certo e per questo con franchezza l’aveva messo in guardia decine di volte prima-dopo-durante-riprima e ridopo; lei lo negava perché non si tradisce qualcuno che non si ama e non si è mai amato, al massimo si omette, si depista, si glissa, si fa finta di nulla, ci si assolve; Casimiro non ci pensava, a quel punto della storia cambiava davvero niente saperlo, “in fondo ero semplicemente un single temporaneamente prestato alla situazione contingente, non avevo nessun diritto d’esclusiva” era il light motive.

La Panda non è l’auto propriamente aggressiva che ci si aspetta di trovare in dotazione agli sceriffi della notte, non capirò mai perché va così alla grande tra i contractor “de noantri”, nemmeno una mitragliatrice nascosta sotto al cofano, nessuna dotazione di bombe a mano,  solo una sirena blu, un sacco di adesivi e l’impianto a metano che con la scusa di un quasi green faceva risparmiare alla Securluna qualche centinaio di euro al mese contribuendo al precario Ebitda. A Casimiro però piaceva, la trovava romantica, e non avendo necessità di copulare all’interno (trombare per i puristi dell’infrattamento) ci si era proprio affezionato, guarda te la vita  alle volte com’è buffa, lui che si innamorò della Giulietta 2000 a benzina dello zio fin da quando dodicenne urlava “dai, dai, dai gassss!”.

Lei era bella, o ma proprio bella, e con Alcide al fianco lo sembrava ancora di più, con questo si era sciolta, non si vergognava a farsi vedere in giro, si sentiva finalmente appagata e completa dopo anni di difficoltà, lo portava alle feste, ci faceva vacanze e week end senza inventarsi scuse di lavoro, lo aveva presentato pure alle sue due figlie, alla madre e anche a sua cugina, per non parlare poi di Concetta che lo adorava, estasiata da tutto quel testosterone che emanava, “mica come quel patacca fighetto di Casimiro” sottolineava ogni volta.

Nemmeno la biondina con la quinta di seno, gli occhi azzurri e la minigonna d’ordinanza, conosciuta durante un inseguimento riuscito  di un maranza in monopattino che le aveva scippato la Luis Vuitton in centro a Bologna, provocando in questa un senso di profonda gratitudine sfociato in un abbraccio ed in una proposta di cenare insieme, erano stati in grado di scuotere Casimiro dal torpore in cui era precipitato. Rodolfo gli diede del coglione, e i colleghi della Securluna dissero “oltre che cornutazzo è pure frocio”.

Io (io narratore per inciso) ripensando a Casimiro, ad Alcide, a Concetta, a Rodolfo e a lei (di cui non ricordo più il nome) sono arrivato a questa conclusione: se trovi romantica una Panda, se non sai essere nient’altro che franco, se perdi tempo a riflettere, se pensi che il dovere è l’altra faccia del vivere, se non sai cambiare idea, se ti incateni ai sentimenti che credi veri, se non puzzi di selvaggio, se non fingi disinteresse, se non ti tatui l’avambraccio perché non hai il coraggio di sfidare il per sempre, se cerchi soluzioni ai problemi anteponendo i problemi a te stesso, se sai sorprendere ma non hai più voglia di farlo, se piazzi il microonde sopra al frigorifero, se non togli il cellophane dalla scala in arredo “perché non è capitata l’occasione”, se credi che la serenità delle persone a cui tieni sia più importante della tua, non puoi pensare di essere felice, al massimo puoi essere normale.

Securluna è fallita, lo scorso giugno, Casimiro è passato a “Ci pensiamo noi Security”, nonostante Rodolfo lo abbia pregato di rientrare in ditta, ma ormai quella era la vita che si era scelto, non aveva più nessuna intenzione di abbandonarla.

Lei era andata a vivere con Alcide, in collina, vista centro città, al sicuro dalle intemperie, raggiante e solare come solo lei sapeva essere, Concetta per l’occasione le regalò una scatola da dodici di gin, e fece lei una raccomandazione: “fottitene”. Per una volta Casimiro e Concetta la pensavo allo stesso modo.



Jhonny Borsari

Il pizzaiolo in fondo lo aveva fatto per tanto tempo, e gli riusciva pure bene, camionista doppio impasto era la pizza che odiava di più, sostanzialmente una svuota linea, wusterl-salame piccante-salsiccia-funghi-prosciutto cotto-patatine-bufala-uova alla Bismarck, na roba che con una sola ci sfamavi mezza armata Napoleonica nella marcia verso la Russia.

Voleva assolutamente cambiare vita, prima aveva provato con i cacciatori di teste, poi con i contatti diretti, poi con i clienti, poi con i maghi, poi aveva chiesto a quello stronzo di Paolo Fox che con tutte le promesse non mantenute gli doveva almeno un favore, ma niente, non succedeva nulla, immobilismo su tutti i fronti.

E se c’era una roba che proprio non sopportava era che le cose non succedessero. E invece quello era il mood del periodo e quel periodo stava durando davvero da troppo tempo. 

Piuttosto che l’attesa preferiva i problemi, almeno quelli poteva risolverli, era l’unica cosa che gli riuscisse davvero: risolvere problemi.

Era più bravo con quelli altrui, a trovare le soluzioni per altri era un vero asso, per i suoi diciamo che c’erano ampi spazi di miglioramento. Non perché non ne avesse le capacità, ma perché quando si trattava di sé stesso si ostinava ad inseguire solo gli obiettivi, i sentimenti, la giustizia, le sensazioni, che gli davano il senso del risolto. Il resto lo schifava, e lui che risolto non lo sarebbe stato più, restava continuamente appeso al suo niente.

Una volta litigò pure con un suo professore del terzo anno a questo proposito, “se il mancato raggiungimento di un obiettivo vi provoca frustrazione, sia esso la ricerca del successo, di un amore, di un lavoro, o di quello che vi pare, la soluzione è solo una: cambiare obiettivo”, sosteneva il docente. “Sti cazzi, bella paraculata” obiettò Jhonny. Non fu proprio azzeccata come replica, il prof non la prese benissimo diciamo, ma Jhonny era (ed è) un idealista, non sapeva tacersi e finì che fu 18, 18 con predica, “Vede sig. Borsari (Jhonny Borsari era il nome completo - nda) il suo obiettivo era 28, il modo per arrivarci non era quello da lei scelto, tanto che lei ha fatto del percorso il vero punto di arrivo, il risultato è stato 18. E lei ora è frustrato, mentre sarebbe stato sufficiente cambiare strada o accontentarsi di un 18 fin da subito e sarebbe stata felicità”.

“Sti cazzi”

“Vada via, e non si faccia più vedere”

Pomodorini confit, bufala e grana a scaglie era invece la sua pizza preferita, ben cotta e impasto integrale. Questa si che era pizza, e questo sarebbe stato il suo cavallo di battaglia, la chicca da inserire nel su CV da pizzaiolo. Chissà se esistono  procuratori per pizzaioli? Poteva affidarsi ad uno di questi per massimizzare l’ingaggio, stagione estiva, stagione invernale, pizza mercato d’agosto e cartellino stellare. Ne era certo.

Un giorno una “tipa” gli disse: “sei una delle persone più intelligenti che conosca, non fare cazzate”. Il complimento era funzionale a toglierselo dai coglioni, sul rischio di fare cazzate invece aveva ragione. Pensava a questo quando fece entrare in casa l’agente immobiliare con il primo potenziale acquirente, era basso, con i baffi, rubicondo, si guardava attorno e sospirava.

Jhonny pensava “Che cosa sospiri cosa coglione, a te non te la vendo nemmeno se me la paghi il doppio, sti spazi serve capirli, e te con le tue mani grasse e la faccia da opossum, e quel sedere grasso sul mio divano non ti ci siedi”.

L’obbligo di acquistare il divano e non dismetterlo per almeno cinque anni lo aveva voluto inserire nella lettera di incarico all’agenzia, “questo è obbligatorio, o non vendo, lui (il divano - nda) da qui non se ne va, io non lo voglio più ma lui ha diritto al suo spazio, lì sul parquet all’ingresso, di fronte alla cucina”. Gina, l’agente immobiliare, sulle prime rimase perplessa per quella richiesta poi conoscendo meglio Jhonny capì il senso di quella sua pretesa e del perché ci tenesse così tanto a sta cosa. Accettò di inserire la clausola.

All’opossum l’appartamento piaceva, voleva però stravolgerlo, lo disse subito, in bagno, anzi mentre camminava rumorosamente sul parquet del bagno che stava schifando con quell’espressione inutile, Jhonny lo guardò dritto negli occhi e disse: “tu stravolgi sti cazzi. Arrivederci” e lo accompagnò alla porta. Gina dissimulò l’imbarazzo dietro al suo fare professionale, stava per mandare Jhonny a quel paese, non lo fece.

Avrebbe chiesto una giornata libera alla settimana, il mercoledì, perché il mercoledì c’aveva da fare, un impegno irrinunciabile, per qualche mese pensò che potesse cambiare almeno quello, ma si sbagliava, quando le cose non devono succedere non succedono, e si sarebbe continuato così, il mercoledì sera  Jhonny non poteva lavorare. Poi chi è che va a mangiare la pizza il mercoledì? Non sarebbe stato un problema.

Non è vero che basta cambiare obiettivo per eliminare la frustrazione, gli obiettivi se sono tali non li scegli, arrivano da soli, senza chiedere permesso, entrano nel cuore e nella testa delle persone e li restano, al che ci sono poche vere alternative, la prima è  assecondarli per poi raggiungerli, ma non è detto che l’obiettivo abbia voglia di farsi raggiungere; la seconda è fingere che quello non sia più un obiettivo e quindi tentare di surrogarlo, tempo mezz’ora e il bluff è svelato; la terza è sfuggire, l’obiettivo resta ma se tu sei veloce veloce potresti provare ad evitarlo per tutta la vita, non ci riuscirai ma puoi sperare che quando succederà (di sbatterci contro) sarai talmente rincoglionito da non ricordarti più perché fuggivi.

“Allora se per te va bene puoi iniziare il prossimo week end, mi raccomando studia il menù, e ricordati le varianti alla nostra “top di gamma” la camionista on the road, triplo impasto, solo per veri gourmet. Ok?”

“Sai una cosa?”

“No, dimmi”

“Sti cazzi…”

E Jhonny si accompagnò da solo all’uscita e se ne andò, dove non lo so, ma so che se ne andò…



La Tassoni e i cappelletti, storia di un connubio che sa di sogno

Jeans bianchi, maglietta nera incredibilmente sexy e sportivamente elegante, tacco otto, sguardo intenso-dolce-determinato-imbarazzato giusto un po’, un sorriso coinvolgente. Era questo ciò che vide la prima volta che la incontrò.

Faceva caldo ma non troppo, quando lei ordinò una Tassoni senza ghiaccio la temperatura scese di ulteriori due gradi e l’imbarazzo svampó all’improvviso. La Tassoni fa questo effetto, è scritto pure sull’etichetta, “consumare con cautela, mette a proprio agio e provoca emozione”… non tanto in chi la beve (aggiungo io) ma in chi brinda con chi la beve. Susanna è il suo nome, è una ragazza rara, Gioele lo capì immediatamente, lo capì dall’accelerazione dei battiti che gli provocava la sua vicinanza, praticamente non la conosceva ma starle vicino gli causava tachicardia, tachicardia a lui che per colpa dell’ipotiroidismo, dell’atleticità e del gelo che aveva dentro da qualche tempo a quella parte soffriva di bradicardia. Questa cosa lo sorprese e non poco, senza farsi accorgere iniziò a cercare il libretto delle istruzioni, “istruzioni per l’uso di Susanna”, lo chiese a ChatGPT “mi dici dove trovo le istruzioni?”, la poco intelligente artificiale non seppe rispondere, quella presuntuosa di un algoritmo (o algoritma visto che fa la femmina), iniziò a girare a vuoto, “sto cercando, aspetta”, e Gioele - che tra le sue qualità non annovera certo la pazienza - di aspettare aveva voglia zero tanto che si scollegò e si disse “faccio senza istruzioni”.

Il destino li aveva fatti incontrare, ancora non era chiaro quale fosse il disegno ma era un fatto che fosse successo. Lei non aveva nessuna voglia di agevolarlo quel destino, non aveva tempo e quello che aveva non le andava di sprecarlo in modo sciocco, aveva un sacco di cose da fare, il giorno dopo doveva carteggiare gli infissi del primo piano, voleva cambiare il colore, quello vecchio non gli piaceva più, le ricordava troppo il periodaccio che aveva vissuto, poi doveva fare la spesa prima di entrare in turno, le serviva un sacco di roba, la dispensa era vuota, servivano pomodorini gialli, pomodorini rossi, un etto di San Daniele, un pacco di fascette autobloccanti che stavano finendo e non si sa mai, le uova per i passatelli, l’olio (extravergine di olive toscane), l’acchiappacolori per lavare bianchi e colorati insieme e la Coop apriva alle 8.30, doveva svegliarsi presto e si stava facendo tardi.

“Si è fatta una certa, che dici andiamo?”. 

Gioele non aveva sonno, era adrenalinico, glielo aveva pure detto, stava cercando tutti i modi per fare colpo, era pure un po’ incazzato perché non doveva mettere la maglietta blu e le scarpe gialle, avrebbe dovuto indossare una camicia bianca quella sera, e baciarla a tradimento per darle modo di sentire il sapore delle sue labbra, ma aveva sbagliato i tempi, non aveva colto l’attimo, aveva ascoltato troppo e parlato poco, le aveva dato spazio per pensare e quando si pensa le occasioni sfumano.

Gli capitava ogni volta che si presentava  un’opportunità importante, se la lasciava sfuggire, e dopo si allambiccava per farla ricapitare, quasi sempre senza riuscirci. 

“Ok, andiamo, ti riaccompagno…”

Il lunedì successivo decise di giocarsi la carta della sorpresa romantica (che poi cosa romanticava cosa che l’aveva vista una volta?!), andò dal suo fioraio di fiducia - Ernesto del “Paradiso della giunchiglia” - e ordinò dodici rose rosse, senza subito rendersi conto che non avrebbe saputo dove fargliele consegnare, a meno di non dare al fiorista indicazioni vaghe tipo “più o meno lì”, un vero rimbambito. Non gli restò che portarle con sé,, le aveva pagate, in nero tra l’altro e quindi uscì dal negozio con quel mazzo vermiglio intenso e se ne ritornò a casa, “va beh, vorrà dire che oltre a tonnellate di libri per qualche giorno ci sarà un po’ di colore profumato a fare da sfondo a quest’incompiuto del mio appartamento”.

Susanna intanto era ritornata alla sua routine, dimenticandosi un po’ alla volta di quella serata strana, di quel tipo strano, di quella Tassoni tiepida, e tutto senza pensare minimamente al destino. 

Passarono così le settimane, faceva sempre più caldo, l’estate stava esplodendo e la gente si rifugiava in ogni dove per cercare refrigerio, orde di umani sudati si tuffavano in piscina, qualcuno si arrampicava in collina, molti bivaccavano nei supermercati dove l’aria condizionata andava a palla. Fu lì, nella corsia dei freschi, che si incontrarono di nuovo.

“Hei ciao!”

“Dai! Che coincidenza, pure tu qui!”

“Sì, ho finito il burro”

Quello che successe dopo è un po’ confuso, fu tutto molto veloce, lei dopo aver recuperato il burro se ne andò alla cassa automatica, lui col dentifricio e una  scatola di cappelletti “fatti a mano” la seguì, pagarono entrambi ed entrambi scesero nel parcheggio sotterraneo dove stavano le loro auto, parcheggiate una di fianco all’altra, lei non trovava le chiavi, lui non trovava  la testa, si guardarono per circa ventisei secondi poi lui si avvicinò, “scusami, ho dimenticato di dirti una cosa” - “dimmi” - “vieni più vicino che la tipa della security ci ascolta” - si avvicinò pure lei - “dimmi…” - lui non disse nulla, la baciò.

La vigilante osservava la scena circospetta.

Il burro le cadde dalle mani, e rovinò  a terra spiaccicandosi insieme al dentifricio e ai cappelletti (avevano inventato una nuova ricetta),  non lo schiaffeggiò, lo lasciò fare… “non è male, no, no, non è niente male…” pensò… mentre assaporava pure lei quel gusto lingua e saliva.

La sveglia suonò alle 5.30 come al solito, Gioele si svegliò di soprassalto, sudato e confuso, aveva fatto un sogno strano, si precipitò in bagno e si lavò la faccia con l’acqua fredda che più fredda non si può, cercando di capire che cos’era successo, dov’era e dove stava andando, e chi era questa sconosciuta della Susanna che aveva scombussolato il suo percorso onirico… e soprattutto si chiese se esistesse davvero da qualche parte fuori da quel dormire agitato. 

Non trovò nessuna risposta, GPT l’aveva disinstallata, uscì di casa e si diresse in stazione a passo lento.

Bene… oddio bene, diciamo benino… ma cogliamo il lato positivo, perché questa storia, come tutte le storie, ci insegna qualcosa, anzi due cose, forse tre…. la prima è che non bisogna sognare, la seconda che non bisogna mai credere che ciò che si sogna possa avverarsi, e la terza, la più importante è che non bisogna mai finire i cappelletti. 









Pensavo fosse un social invece era un Crodino

Aristide, non è un brutto nome, forse un po’ desueto, ma con un suo fascino recondito, almeno credo, e pure lui lo crede, tanto che se ne vanta in continuazione: “Aristide, è il nome più bello dell’universo…. sappiatelo… e sono io, vedete voi”.

Aristide fa l’impiegato alle poste, una laurea in economia aziendale, la passione per la pizza (fatta e mangiata), l’hobby del fai da te, dall’imbianchino al tappezziere con qualche nozione elettrica, passando per la cura dei giardini.

Aristide è single, da anni, cinque-sei-nove-ventisette storie alle spalle tutte naufragate nel Vernelli, non perché fosse un alcolizzato, tutt’altro, ma a questo punto del racconto fa molto maledetto pensare a lui seduto al bancone di un bar sudicio sbronzandosi di anice a 46 gradi, e il maledetto fa audience, è un fatto.

Aristide si è innamorato due volte nella vita, la prima non conta perché sono passati più di dieci anni ed è caduta in prescrizione, la seconda conta ma non me l’ha mai raccontata fino in fondo perché ogni volta che ci prova diventa tutto rosso, poi pallido, poi suda, poi sviene, in preda ad attacchi vasovagali plurimi, che  se non si sdraia immediatamente rischia di fracassare al suolo e rimanerci secco. 

Da qualche quando, dopo aver passeggiato nei vicoli del centro, il suo passatempo preferito dopo le ventiquattro è scorrazzare sul web, sui social in particolare, si ingozza di real ed aforismi, è un fans di Ornella Vanoni, Angelo Duro, Roberto Parodi e Paolo Crepet, li guarda fumando sigari toscani aromatizzati al cioccolato, che nonostante il sapore non fanno ingrassare. 

Nel suo curiosare di qua e di là, tra una storia, un post e una richiesta di aiuto per un idraulico pubblicata in “Sei di Poggibonsi se..”, un sera di primavera di un due tre anni fa si è imbattuto in un profilo diverso dal solito, Maria Rosaria Scicolone da Forlì. 

Una ragazza castana, con un sorriso dolce e ammaliante, lo sguardo intenso, un figlio, la passione per i fiori, le passeggiate all’aperto e una proprietà di linguaggio del tutto sorprendente per quel luogo virtuale lì. Non è riuscito a non soffermarsi più del dovuto (che poi quanto è dovuto chi lo stabilisce? Ora che ci penso…).

“Le chiedo l’amicizia dai, rischio di fare la figura del piacione seriale, dell’invadente, del marpione, ma voglio tentare, vado, clicco, inoltro…” 

Passarono tre giorni, nulla, la ragazza misteriosa non accettava  il collegamento, “pure intelligente” pensó Aristide “oltre che apparentemente affascinante”.

Sulle prima ci rimase un po’ male, ma quel rifiuto virtuale in fondo gli fece piacere: “l’avevo detto io che era diversa”.

Poi tre giorni dopo ancora successe qualcosa, Maria Rosaria Scicolone da Forlì “ha accettato la tua richiesta di amicizia”.

Aristidi ne fu molto sorpreso.

Ecco così è iniziata questa storia, dalla sorpresa di quel giorno. Il passaggio successivo, come tutte le storie social che si rispettino in questo sbagliato XXI secolo, è stato quello di analizzare il suo profilo, le foto, i dettagli delle foto, le didascalie, tutto quello che poteva dare indizi: è sposata? È single? È fidanzata? Ha avuto la varicella? Dove vive? Le piace il vino? E i biscotti? Ha la patente? Qual è il suo libro preferito? Ma verrebbe mai a vivere con me? 

Ed altre cose così, che uno pensa quando si mette lì a guardare.

Tutte queste domande, che si intrecciavano con il quotidiano di Aristide, non riuscivano però a trovare risposta, nessuno dei suoi amici in carne e ossa la conosceva, i suoi amici virtuali millantavano, lui brancolava nel buio.

Non restava che chiederlo direttamente a lei, invadere la sua privacy web, in maniera diretta ma educata, trasferendole il vero motivo della sua curiosità: lei senza altri fini.

Se l’avesse incontrata in fila alla stazione dei treni mentre entrambi erano lì a fare il biglietto per Roccaraso, conoscendolo, le avrebbe semplicemente detto: “ciao, ma io e te ci siamo già visti?”. E quando lei avrebbe risposto chiaramente “no”, lui avrebbe aggiunto “peccato”, e da lì sarebbe partito con tutto il suo armamentario di ovvietà e tentativi di seduzione a là carte, con risultati tutti da verificare… ma quella non era la situazione. 

Erano solo due contatti su Facebook.

Messenger: “ciao, non posso chiederti se ci conosciamo nella vita perché so già la risposta e anche tu, e ne uscirei proprio male, ma posso dirti che normalmente non faccio queste cose anche se non so come dimostrartelo. E posso aggiungere che vorrei sposarti, fra tre anni, ma dovresti darmi la possibilità di conoscerti già domani, perché comunque sposarsi è una cosa quasi sempre seria. Che ne dici?”.

La risposta fu il silenzio per 24 ore, poi: “avrei bisogno di un idraulico prima di sposarti, se me ne trovi uno entro venti minuti  ci penso🤣”. 

Ed è così che è iniziata la loro “amicizia” on-line, fatta di messaggi, immaginazione, curiosità, scambi di confidenze a volte anche eccessive, voglia di conoscere sempre di più da parte di lui e voglia di non farsi conoscere del tutto da parte di lei. Tra diffidenze, sorrisi asincroni, tentativi di andare al fisico mai riusciti, e tutto il resto (il resto vero) che sta fuori da queste macchine infernali, dove anche io mi diverto a raccontare, a fare da contorno.

È buffa l’evoluzione, viviamo nell’epoca dell’iperconnessione, dove tutti possono raggiungere tutte, dove si moltiplicano le possibilità di incontro, di scontro, di vita, ma nel novantasette per cento dei casi non si esce da quel limbo virtuale, come Aristide e Maria Rosaria, che io lo so che sarebbero perfetti per andare oltre e pasteggiare uno di fronte all’altra almeno tre volte, ma l’oltre non succede mai, assuefatti ai microchip, surrogati di sguardi veri e mani nelle mani. 

Comunque ieri sono andato in posta, fila assurda, di fronte a me una vecchietta col nipote e prima di loro una ragazza castana, camicia bianca e sorriso spontaneo,  questa arriva allo sportello n. 4, l’operatore ha un cartellino sulla camicia “Aristide”, lei deve pagare una multa per eccesso di velocità, perché è una pirata della strada pure irascibile, gli passa il bollettino e lui: “Allora Maria Rosaria…. 378 euro… ah però…”. Alza lo sguardo, diventa rosso, sorride, chiude immediatamente lo sportello tra le proteste della vecchietta e l’euforia del nipotino per questo siparietto improvviso, esce dal bugigattolo dove stazionano normalmente gli impiegati delle poste, arriva in sala e “un Crodino, adesso tu vieni con me e ce lo beviamo, un Crodino non puoi dire di no… e ti lasci guardare, e mi fai sentire la sua voce, perché sono già passati sei mesi e mancano due anni e mezzo al nostro matrimonio”.

Uscirono, la vecchietta osservava esterrefatta la scena, il nipotino aveva preso il posto di Aristide nel bugigattolo, i due amici social si stavano osservando uno di fronte all’altra, ebbri di Crodino, lui parlava-parlava-parlava, lei sorrideva e pensava: “però sto Zuckerberg qualche cosa di buono lo ha fatto”.

Io passando di fianco, dopo che il nipotino della vecchietta mi aveva spedito una raccomandata, li sentii solo dire: “allora d’accordo, domani sera, a cena, lasciamo a casa il telefono”.

Fui io quella volta a sorridere e me ne andai soddisfatto come non succedeva da tempo.




L’amore è un peperone

Resilienza: capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi.

Copertonare per aumentarla è una soluzione? Chissà… potrebbe.

Potrebbe ma anche no, perché non tentare comunque? Come fanno i marinai che “quando arrivano nel porto vanno a prendersi l’amore dentro a un bar”.

Ma poi cosa chiedono al bancone: “Vorrei una bottiglietta di acqua gasata, due noccioline, un vermout e un etto e mezzo d’amore”? 

E dove lo mettono un etto e mezzo d’amore? Lo incartano? Lo comprano sfuso? Lo imbottigliano?

Che forma ha l’amore? Liquido? Solido? Ghiacciato? O gassoso?

Per me gassoso, vaporoso, anzi evaporoso, ma un evaporoso persistente, avvolgente, amaro, acido, aromatizzato al cioccolato ma con venature di tabacco, rollato a mano, che se lo lasci entrare poi impregna.

Quindi l’amore è evaporoso ed impregnante e rollato a mano.

E che c’entrano i copertoni? E copertoni incatenati per giunta?

Ecchenneso! Così stavano.

Forse perché l’amore è una catena? O un catenaccio?

Giocare con le immagini e le parole è un esercizio buono a passare il tempo la domenica pomeriggio, riflettendo sui massimi sistemi, che poi alla fine non sistemi proprio niente, nemmeno se approfitti di Chat GPT, l’intelligenza un po’ artificiale e un po’ paracula.

Un gioco di società in cui puoi fare anche da solo, onanismo dell’anima, che sai come inizi e non sai come finisce. Un gioco in cui regali fiori ogni giorno per mille giorni, se sei ricco da potertelo permettere altrimenti ti limiterai ad una settimana. Fiori per una settimana che non appassiranno mai, al massimo rinsecchiranno, senza smettere di profumare.

Come la vita in fondo.

Allora riepilogando l’amore è evaporoso, impregnante, rollato a mano, fatto a catena e copertoni, che vivi spesso da solo, che sai come inizia ma non come finisce (se finisce), che profuma come i fiori secchi che hai regalato, con cui puoi giocare come fanno i bambini.

Come fanno i bambini sì, il gioco dell’amore, un Risiko senza strategie, in cui vince chi vince, e perde chi resiste.

Buono a consumare inchiostro digitale e calici di vino sugli scogli.

Chiaro no? Forse, adesso vediamo, vediamo che succede, se succede, quando succede, se è successo.

È successo? Forse sì, anzi probabilmente sì, anzi sicuramente sì.

Una cosa è certa comunque, l’amore si riaffaccia, o si rinfaccia, come i peperoni crudi.

Che brutta immagine l’amore come i peperoni, ma lasciar andare senza pensare, giocando con i pensieri per l’appunto, disegna anche questo.

Scriverò un manuale, anzi un manabile, “L’amore è un peperone” sarà il titolo.. Lo leggeranno in cinque, io che lo scriverò, l’editore che lo pubblicherà, mio cugina che non si fa mai i cazzi suoi, uno per sbaglio perché attratto dalla copertina, e un marinaio che ha provato in mille bar senza mai trovarlo nel menù.

Tutto questo non ha senso? No, no, un senso ce l’ha, deve averlo per forza, anzi ha molti sensi, come le canzoni, mille sensi. Chi le scrive ne ha uno, chi le ascolta uno diverso, un senso per ogni ascoltatore. Perché gli ascoltatori sono così, leggono nelle canzoni ciò che vogliono leggere, Sant’Allegria direbbe Ornella senza avere idea del danno che ha fatto, non ti dimentico direbbe un pinguino tattico nucleare.

La soluzione del gioco di parole? Resilienzare, e il cerchio si chiude, forse, adesso vediamo se si chiude. E se non si chiude, si chiuderà, in un modo o nell’altro.





Il viale dello Stradino e mai dire "forse non ti amo più", perché è una cagata pazzesca... sappiatelo.



Prima di iniziare questa storia è necessario fare due premesse, solo due.

La prima è che io la sera passeggio, spesso, lo faccio da sempre, negli ultimi mesi lo faccio anche di più, soprattutto dopo cena. Perché? Perché mangio tardi, dormo poco, anzi sempre meno per l'esattezza, perché sono vecchio, perché penso, perché penserei anche se non passeggiassi ma almeno passeggiando mi distraggo, perché spesso dalle 23.30 alle 24.00 non ho un cazzo da fare, perché mi piace osservare quello che mi succede attorno mentre vado a zonzo.

La seconda è che ho promesso ai protagonisti di quanto vi racconterò l'assoluto anonimato in cambio dell'autorizzazione a poter raccontare quanto accaduto, per questo userò per loro nomi di fantasia, ambienterò i fatti in un luogo sconosciuto ed artefatto, depisterò artatamente qualsiasi tentativo di individuarli.

I nostri si chiamano Alcide e Concetta, due ragazzi dei giorni nostri, due come tanti, con due nomi come tanti, trentenni come tanti, fidanzati o quasi fidanzati o quasi ex fidanzati o semi conviventi come tanti, lui con un fratello, lei con una sorella, più piccola ed enormemente rompiballe, ancora una volta come tanti.

Anche loro come me a volte passeggiano, ed è così che me li sono ritrovati davanti qualche sera fa. Erano le 23.45, si stava tutti andando nella stessa direzione lungo il Viale dello Stradino, una viuzza alberata di una città di provincia, in fondo a sta via sta una roba che tutti conoscono come il Fontanino, c'è anche una rotonda, mesi fa ci avevano piazzato un coniglio in mezzo, un coniglio di legno, il coniglio del paciugo, il perché lo avevano chiamato così è un'altra storia che qui non rileva, insomma eravamo lì, in sto posto che non si deve capire dove.

Io stavo dieci passi dietro, volevo superarli ma anche no, perché i due erano molto agitati, soprattutto Concetta, avrei voluto lasciarli soli, sciacquarmi proprio dalla zona, ma qualcosa mi tratteneva, e quindi loro rallentavano io rallentavo, loro acceleravano io acceleravo, loro si fermavano io mi mettevo a guardare le stelle. Se avessi visto la scena da fuori mi sarei scambiato per un maniaco o un serial killer.

Ad un certo punto Concetta alza la voce: "Eh no, mi devi una spiegazione, ma una vera, me la devi dare, dimmi come cazzo si chiama la troia, perché ci deve essere e può essere solo troia!!! Angela? Domenica? Ramona? Eh?! Si chiama Romana? Dimmelo che l'ammazzo, e poi ammazzo anche te, e poi ammazzo anche tuo fratello che tanto te l'ha presentata lui, lo so, non gli sono mai stata simpatica, da tre anni stiamo assieme e manco una spuma al cedro mi ha offerto in quel bar di merda che si ritrova"

Alcide calmo al limite del serafico: "Concetta non c'è nessuna troia, mio fratello non ti odia, la spuma al cedro al bar non la tiene, ti ho solo detto che forse io non sono più innamorato... sono stato sincero, che dovevo fare? Mentirti? Ingannarti? Usarti? Lo sai che non ti farei mai del male"

Concetta (fermandosi con l'indice puntato, lo sguardo iniettato, una lacrima che le colava sulla guancia destra): "Ahhhhhhh, ma come fai a dirmi una cosa del genere, cosa vuol dire forse non sei più innamorato??? Ma che significa forse? Forse oggi piove, forse domani vado al mare, forse accompagno mia nonna dalla callista alle 19.00 se mia sorella non può, forse sono in cinta, ma no forse non ti amo più, non esiste, non solo non si può sentire, non si può proprio dire! O mi ami o non mi ami, lo capisci?? O mi ami o la colpa è di quell'altra!! Di quell'altra punto."

La cosa stava prendendo una piega un po' troppo intensamente personale e platealmente pubblica per continuare a fingere di non accorgermi dei fatti, dovevo superarli, mio malgrado dovevo farlo, anche se intimamente solidarizzavo con Concetta, perché è vero "forse non ti amo più" non si può sentire, o taci o non la ami e glielo dici tale e quale, fa male lo stesso ma almeno fa meno presa per il culo, e a parte questa mia digressione sul tema, detta qui fra voi e me, decido di aumentare l'andatura, buttarmi sulla destra e con la noncalanche tipica di un postino d'esperienza passare oltre.

Arrivato alla loro altezza, Concetta si gira di scatto, mi si para di fronte, mi appoggia entrambe le mani sulle spalle, mi blocca e mi fa; "Signore fermati, ti prego, diglielo tu, digli che non può mollarmi così, questa sera, senza una ragione, alle undici e tre quarti, dopo tre anni, per un forse non ti amo più, diglielo che se la trovo io l'ammazzo la troia di Ramona (anche se lui dice che non esiste), diglielo che un'altra come me se la sogna, digli anche che io un altro come lui me lo sogno, digli che io questo lo so ma lui no. Digli anche che domani ci sarà il sole e se io non ci sarò, lui non saprà con chi goderseli davvero quei raggi di merda che continueranno ad insistere sulla finestra di casa mentre farà colazione alle otto meno un quarto come tutte le strafottutissime mattina che Dio mette sulla faccia della terra, e digli anche che dopo domani pioverà e senza di me la pioggia farà ancora più schifo, perché con chi potrà lamentarsi della sua idosincrasia per l'acqua piovana senza essere scambiato per un pazzo? E digli che se ci siamo incontrati, io e lui e basta, in mezzo a tutta quella marea di gente che cantava Gelato al Cioccolato nel 2022 sulla spiaggia di Pinarella di Cervia una ragione ci deve pur essere, e non può essere un forse ti ho amata dal primo momento che ti ho vista ma adesso forse non ti amo più!"

Alcide, tra il sorpreso, lo sconcertato e l'imbarazzato mi fa: "Signore la scusi, si stava un attimino discutendo..."

Al ché non c'ho visto più, non potevo continuare a tacere, eh no, proprio non potevo, il troppo è troppo: "Eh no, ma proprio davvero no, Signore a chi? Ma chi vi credete di essere per darmi del Signore così impunemente? Ma voi dal pulpito dei vostri trent'anni mal vissuti davvero pensate di poter offendere uno che passa di qui così per caso mentre state mandando a puttane la vostra storia? Signore?? Ma vi rendete conto? Ma mi avete visto?? Ragazzo, ecco, come mi dovete chiamare, ragazzo".

Sconcerto, sconcerto profondo, ecco che cosa ho letto nei loro occhi appena finito il mio scazzo, sconcerto e silenzio iniziale.

Poi "Scusi ragazzo" dissero all'unisono.

"Oh ecco, così ci siamo, adesso ditemi, che succede?".

Alcide voleva parlare, dietro l’imbarazzo glielo si leggeva negli occhi, guardava Concetta, guardava me, guardava la punta dei sui piedi... "le ho solo detto che forse non la amo più, che forse non la amo più come prima e che forse sarebbe giusto che ci allontanassimo per un po'... per capire, per vedere..."

Concetta: "lo senti che dice, ma ti sembra normale?"

Io non sapevo che dire, io che sto alla coppia e ai problemi di coppia come Dracula sta all'AVIS, come Orcel sta al Ministero delle Finanze, io che sono anche figlio unico, io che non sono mai riuscito a far  funzionare niente che non avesse l'articolo indeterminativo "un" di fronte, io che in treno mi siedo nei posti da quattro e occupo i restanti tre con zaino, borsa porta PC e la spesa della Coop rubata al mio collega d'ufficio solo per il viaggio, io che colleziono uscite inutili di una mezza sera che poi abbandono a metà sfinito dalla noia (quindi smezzo ad oltranza praticamente) accampando l'improbabile scusa che devo recuperare mia figlia (che in realtà dorme ininterrottamente dalle otto del giorno prima a casa della madre), a me chiedi se mi sembra normale??!! Io che amo chi non mia ama, non amo chi mi ama, stimo pochissime persone, soprattutto quelle che non mi stimano perché hanno capito tutto,  a me chiedete consigli??? Ecco tutto questo pensavo, ma non ho detto nulla di niente, ho semplicemente sorriso, li ho guardati, ed ho provato così:

"Alcide domani c'è il sole lo sai? Io no, ma Concetta sì. Tu ti alzerai come ogni mattina alle 7.00, fari il bidet, laverai la faccia e te ne andrai in cucina, a fare colazione, e Concetta ci sarà, tu la darai per scontata anche dopo questa sera, non ti accorgerai troppo di lei, almeno non inizialmente, hai trent'anni, l'ormone agitato (appena sveglio anche di più), la mente distratta, la barba lunga, il Napoli (mortacci loro) ha vinto lo scudetto, ma le prenderai la mano, la sinistra con la sinistra, mentre con la destra metterai un cucchiaino di zucchero di canna nel caffè-latte tiepido, mescolerai in senso orario, guarderai fuori dalla finestra, ti accorgerai del sole, penserai per un attimo che lei aveva ragione e io non ne sapevo nulla, e ti accorgerai che le stai ancora tenendo la mano.
E ti accorgerai, per la prima volta dopo tanto tempo, che tenerle la mano la mattina mentre fai colazione, anche solo per quarantonove secondi, cazzo se ti piace. 
E ti accorgerai che non lo fai per lei, lo fai per te. 
E uscirai di casa, andrai al lavoro, ma prima di entrare in ufficio sentirai il bisogno di chiamarla un attimino, un attimo soltanto, per dirle semplicemente: "avevi ragione… c'è il sole…  e sai un'altra cosa? Ma quanto cazzo sei bella quando c'è il sole!?", solo così semplicemente "…ma quanto cazzo sei bella quando c'è il sole?!". 
E anche questo non lo dirai per lei, no, lo dirai per te, perché stai iniziando a renderti conto che forse non ti amo più è una cagata, che forse una Ramona di merda te la sei pure incontrata due settimane fa, e ti ha fatto pure l'occhiolino, e aveva due tette della madonna, il rossetto rosso, i capelli biondi, la gonna corta, il tacco quattordici e ti sembrava libera come il vento, ma perché non hai provato a tenerle la mano? Perché non hai provato a farla salire in auto, a prenderle nuovamente la mano anche lì, ad accarezzarla con l'indice e il pollice come fai con Concetta per provare la sensazione che ti dava? 
Perché non le hai sfiorato il naso senza dirglielo, perché non ti sei fermato all'improvviso in autostrada e non ha provato a baciarla come se fosse un bisogno impellente che manco il terremoto ai Campi Flegrei? 
Dovevi provare, così questa sera me l'avresti potuta descrivere la sensazione. 
Non lo hai fatto lo so, non ancora almeno, e spero proprio non lo farai mai, ma te lo dico io che cosa avresti provato toccando la mano di Ramona: niente, non avresti sentito niente.
Non avresti sentito il bello, non avresti sentito il mare, non avresti sentito il vento, non avresti sentito la saliva, il sudore, non avresti visto il sole, non avresti sentito i brividi, non ti avrebbe assalito la voglia di regalarle uno, dieci, cento, mille fiori, tutti i giorni, per un mese, per due, anche tre se fossi stato milionario, non avresti sentito il bisogno di metterti a litigare con lei alle 23.45 in Viale dello Stradino e dirle sta minchiata di cosa che è forse non ti amo più. No, non lo avresti fatto, perché Ramona sta roba qui se la sogna...."

Rimasero in silenzio, mi guardarono straniti, Alcide le prese la mano, dopo qualche istante di imbarazzo dissero lui "ciao" e lei "buonanotte", si incamminarono lentamente, lui si avvicinò all'orecchio di lei, lo sentii bisbigliare "oh.... ma quanto cazzo sei bella anche se non c'è il sole?!".
Lei sorrise dolcemente imbarazzata.

Ecco, lo dicevo io che due passi dopo cena fanno bene.