Le scale del Primo Piano, il Panamá, le pizze…


Oh ve lo dico…  e ve lo dico nella consapevolezza che chi non ha vissuto quegli anni non potrà capire fino in fondo…. e sì lo so che dicono tutti così, quelli dei ruggenti anni cinquanta, poi quelli dei fantastici sessanta, e pure dei difficili ma incredibili settanta, per non citare poi gli spavaldi ottanta (e mi ci metto pure io), e tutti ma proprio tutti, senza rendersene conto, a magnificare e idealizzare solo la propria giovinezza e quello che ha rappresentato nelle loro vite: il futuro, i sogni, il domani che si costruiva pezzo dopo pezzo, le sconfitte, i pianti, le risalite, i sorrisi, le fughe in camporella, la voglia di fare, la rabbia, le interrogazioni e poi gli esami di matematica-fisica e diritto, la fatica, la scuola, la necessità di andare, di andare fuori di casa, fuori di testa, fuori dalle regole, il lavoro, la famiglia, gli Amici.
E gli amori? Quelli veri, quelli finti, quelli di plastica, quelli indimenticabili,  quelli che sembravano non dover finire mai, quelli che ritornavano, quelli che sarebbero finiti dopo mezz’ora, forse anche quindici minuti, quelli da “una botta e via”, quelli da “via senza manco una botta”, quelli di una vita, insomma tutto l’armamentario tipico di chi diciotto-diciannove-venticinque-trentadue anni e passava di lì.

Ma fra tutto questo caos che ha la pretesa (fasulla) dell’unicità,  c’è qualcosa che solo una, massimo due generazioni hanno vissuto, almeno qui in Romagna, almeno qui a Faenza e dintorni, un locale che faceva da sfondo a ciò che succedeva e che era più di un locale o forse anche meno, una roba che dire bella è un azzardo stilistico, che dire fascinoso è fantasia, che dire di tendenza è minimizzare, una roba che si può descrivere solo in tre parole: una scala (mobile), un piano (il primo), la gente (tutta).
Tre parole e un posto brutto, un centro commerciale che manco a Timisoara, un disco-pizzeria-pub-risto music, post pre e durante dinner, cresciuto in maniera irregolare in mezzo ad una ferramenta, un forno, una pescheria, la Coop, gli zingari, un negozio di elettrodomestici che da grande sarebbe diventato una blasonata catena nazionale.

Sono andato questa sera, un po’ per caso un po’ perché c’avevo voglia, a distanza di trentatré anni dalla prima volta in cui ci misi piede, in quel due di ottobre di un 1992 banale per tutti ma fantastico e terribile per me, finiva uno dei periodi più belli, brutti e difficili della mia vita, iniziava uno dei periodi più belli, brutti e difficili della mia vita.

Anche questa sera ho lasciato che a portarmi sul quel terrazzo interno, quasi un soppalco apparecchiato, fosse ancora una volta la scala mobile, che ora come allora è partita solo al passaggio dinnanzi alle fotocellule.
Man a mano che procedevo il vuoto ha iniziato a riempirsi, man a mano che salivo la scala ha iniziato a rallentare, oh non si passava, cataste di ragazzi e ragazze si affastellavano a famiglie in fuga, i ferormoni hanno iniziato ad invadere l’ambiente.
La cameriera mi è venuta incontro: “Buonasera!”. 
Non ho risposto, lo sguardo perso a guardare una vita prima, lei invece ancorata al presente mi chiede: “ti siedi qui?”, non ho risposto nuovamente, “scusa, ti siedi qui?!”, “qui lì? Ok va bene”. 
Una musica che sentivo solo io, silenziosa, ha iniziato a invadere lo spazio, il tempo, il bar all’ingresso che non c’è più, il bar in fondo alla sala chiusa; ad un tratto sono apparsi lo Squizzone del lunedì, le cinquecentocinquanta pizze bruciate, Lorenzo, Roberto, Tommaso che si affacciavano al bancone per salutarmi, la schiacciatina macchiata di pomodoro, la Sangria, il Coca Rhum, Omero, Annamaria, la Caipiroska, Bicio, le pizze da asporto, lo Speciale Mascarpone-Torta di Carote-Cioccolato Fuso, Marzio..
Poi quella gnocca, quella carina, quella timida, quella simpatica, quella che se la tirava, quella che la conoscevamo tutti, quella che li conosceva tutti, hanno iniziato a passare di lì ancora una volta.
E io ora come allora guardavo e non avevo il coraggio di dire nulla, un po’ invisibile un po’ scontato.
Ho visto anche Matteo e i suoi jeans intercambiabili, Sergio sordomuto che “Berlusconi vaffancccullo” con tre c e due l.
Ho fatto due passi fino al bagno, quello con la porta rotta, il lavello semidistrutto e la fila perenne.
Poi Susanna, Ombretta, Davide, Zimbo, Cleto, la Patty, Walter, Laura, Marika, Sandra, Silvano. 
Si anche lui, lui più di tutti gli altri, con il cellulare blu elettrico della Swatch e la Mercedes classe SL, che pesava più il cellulare della Mercedes.

Pochi posti hanno lasciato il segno come questo, pochi posti hanno disegnato un’epoca come questo, pochi posti come questo  sono leggenda per chi “facciamo un salto al Panamà e poi via agli Hippo” e io a fare le pizze.

È buffo come alcuni ricordi sedimentino nella nostra mente, pronti a riaffiorare nei momenti più impensati, con quel sapore di nostalgia mista ad una pretesa (caduca) di immortalità.
Su quella scala sono nate coppie, sono scoppiate amicizie, sono tramontati progetti, sono cresciute fantasie, si sono addormentati i sensi dopo la terza boccia di prosecco, si sono sfilate calze velate.
E di fronte al forno delle pizze passeggiava “avanti e indietro”, senza che io potessi nemmeno immaginarlo allora, chi un giorno avrei incontrato al solo scopo di lasciarmi irrimediabilmente travolgere..

Chi non si ricorda la serranda di Amorino che puntuale come la morte alle 00.30 scendeva in automatico fracassando al suolo dopo aver travolto sgabelli e avventori ubriachi?
E la musica dal vivo? E lui appoggiato a lei che si strusciava come un babbuino con una paresi agli arti inferiori? E la scala di servizio che ti portava sul retro? E il parcheggio che ospitava auto appannate e le sue improbabili liasion interne? Credo siano stati concepiti almeno trentadue bambini dalle 3 alle 4 di notte in quei dieci anni malcontati.

Il tempo è passato, ma non sono passati i ricordi, che continuano a vivere un po’ dentro noi ed un po’ tra quelle quattro mura sgarrupate, ricordi stampati su una t-Shiet grigia, su di un cappellino blu con l’ala tesa, blu come le felpe e blu come il cappuccio delle felpe.

“Mi fai una schiacciata a spicchi?”
“Tu mi porti un calice di rosso?”
“Va bene, ma tu fai presto”
“Va bene, ma tu ricordati di non dimenticare…. mai”














Il valore aggiunto sul treno

Lei Sofia, lui non lo so. Vent'anni? Massimo ventuno.
Sono saliti a Castel San Pietro, seduti uno di fianco all'altro, belli, puliti, vicini, serenamente agitati, lui ricciolino, lei pallida e con le unghie tutte smangiucchiate, esame di economia o qualcosa di simile di lì a poco (sono fuori da quel mondo da troppo tempo per conoscere i titoli), il Conto Economico e lo Stato Patrimoniale, riclassificazione a Valore Aggiunto, a Costo del Venduto, a Costi Variabili e Margine di Contribuzione, il MOL? Cazzarola il MOL. Poi i tratti di evidenziatore giallo, i post-it gialli, le note a margine.

"E' noiosa sta roba, preferisco scienza delle costruzioni" dice Sofia e scopro che è d'accordo anche la madre, glielo dice sempre, "No ma ripassiamo dai... parliamo del consumo dei materiali" diceva lui disegnando nell'aria uno schema mentale con la mano sinistra, uno, due, quattro,  tac tac.... sembra una scala a pioli.

Io continuavo ad indugiare su pagina diciannove del "Club delle cattive figlie" comprato nel fine settimana in uno dei miei pellegrinaggi tra una libreria e l'altra, ma non riuscivo a concentrarmi, distratto da loro, nemmeno il chihuahua antidroga salvato da morte sicura e per questo sempre grato a Monica (protagonista delle prime  pagine) è riuscito a riportarmi al punto.

Ordinati nella loro tarda adolescenza (se ne sentiva ancora il retrogusto pur essendo abbondantemente avviati all'uscita), ordinati gli appunti, ordinate le dispense, ordinati i raccoglitori, e subito penso (è più forte di me) che si può essere ordinati e non per questo noiosi, e ancora li descriverei bonariamente tesi ma concentrati, sognanti, vicini.

Volevo intervenire: "lo Stato Patrimoniale immaginatelo come fonti di finanziamento e impieghi di capitale, è molto meno noioso così, credetemi, vi farà capire che cosa serve per fare che cosa, anche il capannone che un giorno progetterete avrà bisogno di essere finanziato, per farci dentro quello che servirà e lo Stato Patrimoniale ve lo racconterà e vi farà capire un pezzetto della storia". 
"E' un po' come nei rapporti di coppia" avrei aggiunto, come nel vostro, fonti di affetto e impieghi di sentimento, cosa darsi a vicenda per fare cosa, un po' lo dovete mettere voi (è il Patrimonio di Condivisione) un po' potete prenderlo a prestito (i Debiti di sentimento), l'importante è che il risultato economico sia positivo, e che Margine Amoroso Lordo sia più alto del Costo del Debito, Modigliani e Miller sono arrivati alla dimostrazione del loro teorema  partendo da lì: i rapporti con Giuditta e Genny (le loro fidanzate dei tempi del liceo), ne sono praticamente certo!!
Ma non riuscivo ad interromperli, affascinato dalla loro giovane complicità, da quello stare appiccicati. Vicini.
Parlavano sottovoce, Sofia guardando lui, lui guardando la sua scala a pioli immaginaria, senza accorgersi del mio sorriso impossibile da trattenere, la tenerezza fa brutti scherzi, quei due stavano costruendo un pezzetto del loro futuro, lì sul Regionale Veloce TTPER 17438 delle 6.59 (che non sono le 7.00 non è pignoleria è necessità di salirci in tempo...se arrivi alle 7.00 e il treno partiva alle 6.59, hai perso il treno, punto.), il loro futuro, lo stavano costruendo insieme, per un giorno, un mese, due anni, una vita, non importa "quel pezzetto" era così, lì, in quel momento, vicini.

Libri e limoni, anche se non subito, troppo esame e troppo sul pezzo, ma sono certo dopo avrebbero recuperato.
Lui si agitava, sostenendo le proprie tesi non del tutto corrette, "il valore aggiunto è prima del costo del personale, ha ragione Sofia fidati di lei" anche questo volevo dirgli, ma non l'ho fatto.
Lui si agitava e lei di tanto in tanto gli accarezzava il naso, dolce ma non portatrice di carie, vera, non lo voleva sentire teso, sapeva come calmarlo, ci è riuscita, almeno per cinque minuti.
Ho sentito il bisogno, subito assennatamente abortito, di scrivere a qualcuno che comunque non avrebbe capito: "dovresti vedere come sono belli!".
Non poter o non voler condividere gli attimi che ci colpiscono è una delle violenze più ingiuste che la vita ad un certo punto decide di regalarci.

Il regionale era decisamente in orario, "dai preparati, siamo in arrivo, Bologna centrale" dice lui - passano trenta secondi - "che fai rompi me e poi ritardi tu?" dice lei, lei già in piedi, zaino in spalla, sciarpa forse eccessiva ad aprile nonostante la pioggia, sguardo comprensivo, lui ancora a infilare i raccoglitori, a recuperare il giubbotto, a dire "arrivo, arrivo".

Li ho osservati ancora per più di un po', li ho visti affrontare il sottopasso, risalire le scale, attraversare l'androne che porta al porticato, schivare gli autobus in transito, sgattaiolare in mezzo a quella follia di auto-moto-bici-tram-pedoni che ogni giorno si aggrovigliano in quel confuso costruire la giornata, anche sotto la pioggia come oggi, anzi con la pioggia ancora di più.

Li ho osservati camminare vicini, come prima sedevano vicini, nessuna velleità voyeristica, solo un affetto generazionale, un po' di sana invidia, la nostalgia di qualcosa che non mi è mai capitato, il compiacimento che deriva dal rendersi conto che il mondo non vive di soli maranza, influencer e lobotomizzati e che forse la mia pensione ha ancora qualche chance di essere pagata.

Non sono totalmente d'accordo sul fatto che scienza delle costruzioni sia più interessante delle riclassificazioni a valore aggiunto, soprattutto se il valore aggiunto è tanto, ma se lo dice Sofia forse è vero, dovrò riflettere anche su questo.

Piove, il quotidiano ha inghiottito anche me, devo entrare in ufficio, è giunta l'ora, prima di abbandonarli con lo sguardo non sono riuscito a sussurrare tra me e me: “in bocca al lupo, in bocca al lupo per oggi, ma soprattutto per domani, anche per dopodomani e continuate a stare vicini che siete…. siete belli si, siete proprio belli belli, fidatevi di me".

Sofia si è voltata un attimo, ha guardato ed ha sorriso, o almeno credo, lui le ha detto: "dai andiamo che è tardi" e le ha preso la mano.
Hanno iniziato a correre…



Storie da bar

Giorgia ha 48 anni ed un accento misto tra l’emiliano e Zattaglia Nord, alta val della Sintria, la conosco da un po’, da quando ogni mattina vado a prendere il caffè dal Gamberini.
Il settimo giorno anziché salutarmi: “Ciò ma te non ridi mai?”
E io le dico “Ma non dovresti dire soccia?!”.
Da lì ha iniziato a raccontarmi la sua vita, un pezzo alla volta, tra un cappuccino e un the alla menta tiepido ma non troppo.
Mi ha confessato che anche lei ride poco, e non perché “ho i denti brutti” - ci ha tenuto a sottolineare - ma perché non c’è niente da ridere.

“Se ti svegli ogni mattina alle 4.30 e devi preparare la colazione a Camilla senza fare troppo rumore, e devi lavarti denti-faccia e fare bidet al buio perché l’appartamento è piccolo e il bagno confina proprio con la camera di Camilla e la porta è a vetri, e mentre prendi il primo caffè (sempre al buio) scrolli le foto del padre di Camilla (nonché tuo maledettissimo ex) che su IG posta mentre sta a Bangkok con quella strafottutissima Ludmilla di anni 29 che mi dici? Poi uscita, dopo aver baciato Camilla sulla guancia guardandola dolcemente per 32 secondi e dopo aver chiamato la zia per sapere a che punto è ché non è ancora lì, devi fare 780 km a piedi perché tu  non hai il garage e la sera prima hai parcheggiato a Vergato, beh parte in salita ammettilo e questo già non ti stimola il sorriso”.

“Va beh, ma la guerra? Pensa alla guerra, che dovrebbero dire loro?”. 
Giuro che l’ho detto, lì con un mini bombolone alla crema tra le mani, non so da dove mi sia uscita a 52 anni ancora nemmeno compiuti.
Lei mi ha guardato perplessa: “ti facevo più originale”.
Touché.

Il giorno dopo mi ha raccontato del suo ex. 
Negli ultimi 5 anni, Camilla ne ha 12, l’ha presa e rilasciata tre volte, anzi “mi sono fatta prendere e rilasciare tre volte”,  la prima per una più “ribelle” ha scoperto poi, la seconda era una più “affine” e la terza una più giovane e con le tette più grosse senza virgolette.
Ogni volta è tornato, ogni volta non mi ha promesso niente, ogni volta se n’è andato quando già la nuova storia era iniziata.
(E io non posso non ripensare a ciò che un tempo mi disse un saggio:  “ma te ti sei mai andato a comprare un paio di jeans nuovi in mutande” - nda).

“E perché l’hai ripreso?!”
“Mah cosa vuoi, che fossi innamorata?!”
“A me lo chiedi? Ti conosco da ieri e pure di vista”
“Ma forse all’inizio lo ero, forse pure dopo la prima e la seconda, magari anche dopo la terza…”
“Sono tre, quindi sei ancora innamorata?!”
“No, se ci penso dopo la terza non più, ma non per quello ma perché mi sono resa conto di chi avevo davvero di fronte”
“E chi avevi?”
“Uno coglione. Un coglione incapace di stare solo, di amare davvero, un racconta balle, un insoddisfatto cronico, un narcisista che trovava piacere nella mia ossequiosa venerazione di cui non riesce a fare a meno ma che in fondo detesta. Uno che non mi ha mai detto la verità tutta in una volta, che ha sempre lasciato che la scoprissi io da sola, da amici, da conoscenti, per caso. Un codardo.”

Rumori di sottofondo.
 “Allora il mio caffè…”
“E un attimo non vedi che sto parlando?!”…

“Ah, capisco”
“Ma non so se capisci, forse mi giudichi, ma mi rendo conto che è normale.”
“Ma sinceramente non giudico affatto, ascolto e credo di capire”
“In realtà l’ho fatto quasi sempre e solo per Camilla, al novantotto per cento direi, si novantotto”
“E l’altro due per cento*
“Eh l’altro due per cento per me… ciò (è spuntata la vena di Zattaglia). Avevo voglia di crederci, avevo voglia di vedere quello che non c’era, avevo voglia di pensare che il suo non fosse solo un opportunismo d’accatto ma un qualcosa di non ancora compreso fino in fondo, che il tempo avrebbe chiarito. Tutte cazzate. Lui, e non ti dico come si chiama perché non voglio più pronunciare il suo nome, mi ha usata, una tappabuchi, oh una che lo faceva godere eh, ma null’altro. Una tappabuchi part time, da tenere lì finché non fosse sbucato qualcosa di più stuzzicante.”
“Sei severa”
“Severa un par di balle, sono realista. Perché voi uomini siete così, dei paraculi”
“Oh non iniziare a generalizzare che mi fai girare le scatole”
“E io me ne frego, ti ho raccontato un cliché, la storia di Giorgia è la storia di mille donne, e forse di tre uomini, noi non siamo così”
“No è vero, a volte siete peggio, molto peggio”

Se non avessi l’abitudine di alzarmi molto presto non avrei mai avuto occasione di conoscere la storia di Giorgia, da Gamberini devi arrivare prima delle 7.30 altrimenti la folla ti assale, e quando la folla assale anche Giorgia deve concentrarsi sui caffè.

Da allora la osservo ogni giorno, non è male, gli occhi sono grandi, tristi, neri, profondi, spenti, si illuminano solo quando dice “Camilla”; le mani sono curate, lo smalto rosso, i capelli lunghi, le labbra morbide (all’apparenza). Non sorride, non sorride mai, ma è gentile, non gentile per finta al limite dello smieloso, gentile vera, perché è così. 
È ancor innamorata di quel suo ex che nemmeno nomina, e se beccasse Ludmilla per strada sono certo che la stirerebbe con l’auto, anche se sa che la colpa non è di lei ma di lui, ma schiacciare Ludmilla con l’auto le darebbe comunque massimo godimento.

Due giorni fa, a tre mesi più o meno dal primo pezzetto le ho chiesto: “Ma perché hai raccontato tutta questa roba a me?”.
“Perché tu non sorridi mai, te l’ho detto, e non fai il piacione”
“E che c’entra? Alle 7 di mattina sto pensando ai dazi di Trump, come potrei sorridere? E tantomeno fare il piacione?”
“La tua aria seriosa mi ha fatto capire che sai ascoltare”
“Al bancone del ba?r”
“Sì al bancone del bar”
“Giorgia promettimi una cosa però, stavolta Andrea mandalo a fare in culo davvero”
“E come sai che si chiama così?!”
“Ce l’hai tatuato sul braccio….”



Se non è pronto che soccorso è?!

“Il 112 sta nel 118 1 volta e  resta 6… chiamo? Vado? 6 per 6 è 36 resta 0? No, non resta niente se c’è per! Adesso mi siedo, passa… si passa…. se non passa  magari vado… sudo… sudo freddo…. 34, 35, 38,48, 52….”

Giulio quando qualcosa non va fa di conto, i numeri lo aiutano a razionalizzare, a distrarsi concentrandosi su altro, lo fa da sempre, fin da ragazzino, glielo aveva insegnato indirettamente John Lazzano, un italo-napoletano-newyorkese che si trasferì in Romagna all’inizio degli anni ‘80 anziché in Ohio, probabilmente per rompere le balle a Giulio, e lui per distrarsi iniziò a contare, contava i minuti che mancavano al suono della campanella, così si sarebbe finalmente liberato di quel buzzurro fino al giorno dopo. 

E pure quella sera per fermare la testa che girava e il respiro che si faceva affannato provò con i numeri, Giulio era solo, contare non serviva ed essendo in prossimità del PS entró.

“Dica?!”

“Mmm, prima mi siedo un attimo e poi dico… “ buio e orecchie fischianti.

Si svegliò poco dopo, cloruro di sodio allo 0,9% d’ordinanza, barella lato medicina d’urgenza, stordito ma vigile, oppure vigile ma stordito, fate voi.

“Scusa infermiera carina voglio andare a casa, posso?”

Lei con una felpa blu Emergenza, aperta sulla classica casacca bianca a V con bordino rosso, che lasciava intendere una terza abbondante su cui lo stetoscopio poggiava rilassato, osservava Giulio con un sorriso gentile, gli occhiali neri, i capelli lisci. Federica il nome sulla targhetta, matricola ho14431, o almeno a Giulio così parve.

“Veramente è un pelino presto, dobbiamo ancora capire bene bene che succede, hai così fretta di abbandonarci?!”

“Sexy il tu della Federica” pensò. 

“Mah…. è tutto passato, sei molto simpatica, mi tratterrei a lungo con te, ma devo rientrare, ho l’auto col parchimetro in esaurimento!”

“Ora aspettiamo il dottore e un paio di esiti, hai avuto una crisi vagovasale, stai sereno e rilassati un pochetto, poi chiamiamo qualcuno che ti riporti a casa”

“Federica ho la patente, giuro!”

“Ma non puoi guidare!”

“Non sono in stato di ebrezza, ho bevuto solo caffè!”

Sorrise. Intorno era un formicaio.

Nella seggiola accanto Antonella, una mano fasciata, un occhio nero e un’escoriazione sulla guancia sinistra, era caduta con la bici a pedalata assistita salendo lungo uno sterrato qualsiasi in provincia di Forlì Cesena.

Come lo so? Lo raccontava a tutti, infermieri, pazienti, portantini dell’elimedica, Giulio, Federica, il parroco passato in PS per la benedizione pasquale.

Sulle poltroncine plasticate della sala d’attesa Eros, il figlio del medico anestesista, la madre era uscita con i colleghi d’ufficio per una cena aziendale, il padre - reperibile - era stato chiamato in turno, l’alternativa era abbandonare l’Eros per strada o portarlo in ospedale con lui. Delle due l’una, optò per la seconda in attesa dello zio Christian, desiderato al più presto per il recupero del bambino. 

Poi un signore agitato con problemi di prostata, un turnatore mica da ridere bagno-sala d’attesa-bagno, il problema però non era lui, a parte la necessità ripetuta di fare pipì il resto tutto a posto, era lì per Ancilla, la moglie, aveva fatto un’indigestione di cotiche e fagioli, lo stafff medico stava decidendo  tra lavanda gastrica o Citrosodina masticabile, andarono sul cloruro di sodio 0,9% (buono per tutte le occasioni evidentemente) e vigile attesa.

Poi Fulvio e Carlotta, i due della sala gessi. Hanno una storia anche se lei è sposata, si capisce perfettamente da come si sfiorano sistematicamente le mani ogni volta che entrano ed escono dall’ascensore. La loro potrebbe essere una relazione un po’ spigolosa, ma certamente duratura, sono fatti l’uno per l’altra, lui il gesso lei la garza, lui stampella lei seggetta, lui calcio e lei osteoporosi. Li ho visti limonare all’uscita vicino alla colonnina di ricarica Eni Plenitude (nda), erano belli, lei di più.

Infine Enzo, vero nome Moammed, non aveva nulla ma aveva freddo, e lì in PS si sentiva a suo agio. Parlava con tutti, rideva con tutti, voleva giocare a dadi con Eros, ma temeva che in caso di vittoria il padre non avrebbe pagato il suo debito per circonvenzione di minorissimo e anzi lo avrebbe pure denunciato alla Polizia di Stato.

“Dottore allora io vado?!”

“Ma Giulio, ma dove va d solo? Ha i battiti a tre come le formiche!!”

“Ma dottore passo al bar, caffè doppio e via si sale almeno a 50, e io sono già in linea”

“Guardi Giulio è un errore, lei si assume ogni responsabilità”

Un’ambulanza stava salendo la rampa a sirene spiegate, tutto intorno agitazione e pronti all’azione, un incidente tra due auto, tre feriti, uno abbastanza grave ma non in pericolo di vita, la fidanzata illesa piangeva e lo guardava, lui le stringeva la mano, qualche graffio sul dorso dava alla scena un qualcosa di delicato.

Giulio approfittò della confusione e prese l’uscita, 175 euro di ticket e un senso di spossatezza lo accompagnarono fino al parcheggio, si ricordò allora che l’intermezzo ospedaliero gli aveva fatto saltare il concerto,. A due passi da lui stava uscendo Federica, in abiti borghesi ancora più bella, salutò Giulio con un sorriso, lui la guardò allontanarsi dal lato opposto, ad attenderla un’auto di grossa cilindrata, dalla distanza non riusciva a  vedere nitidamente, ma gli parve di riconoscere il guidatore…. ne era quasi certo, con quel ciuffo laccato poteva essere solo lui… direttamente da New York (quartiere Little Italy) il mitico John Lazzano….. un nome una garanzia: uno scassa balle sesquipedale.




Buonanotte Mario

Alle 7.45 lui si sveglia, ogni mattina, sta lì in Galliera, duecentotrentotto passi e dieci scalini dopo la Drogheria della Pioggia.

Come si chiama? Non lo so, ma ha la faccia seria, dignitosa, fiera e a me piace chiamarlo Mario, come Mario Merola, però magro, senza capelli e con l’accento marchigiano, di poco fuori Ancona, Agugliano direi. Anzi sono certo.

Ma avrà freddo? Forse sì, forse no, si protegge, sacco a pelo, un piumone a fiori azzurro panama, una valenzana anni settanta ( che oggi nessuno la chiama più così), un giubbotto verde, una berretta blu, un pantalone marrone e un sacco di cartoni.

No cartone, cartoni. Cartoni da imballo, cartoni che hanno protetto lavatrici, forni a microonde, una Tv 62000 pollici Samsung Panamera, un tostapane, una lavastoviglie (credo abbia fatto amicizia con il Direttore del negozio di elettrodomestici di via vattelapesca, poco distante da lì), un armadietto dell’Ikea Kleppstad (lo so che guarderete se esiste, ve lo assicuro esiste!), un toner per stampanti Hp multifunzione, sopra una scritta nero pennarello: “ESAUSTO”. Ah il toner è esausto? Chiediamo a Mario che dice…

Se fossimo a Parigi lo chiameremmo clochard, ma siamo qui, a due passi da San Petronio, va bene pure barbone in fondo, anche se la barba è ben rasata.

Qualcuno lo chiamerebbe invisibile, e ci farebbe su un pippone buon buonista che la metà avanza, ma invisibile non è. Passa un sacco di gente di fronte a lui, passo io, passa la signora con gli occhiali neri i capelli neri, il trolley Mandarina nero, le scarpe nere i pantaloni neri e qualche volta la gonna nera con le calze a pois, bianchi i pois, nere le calze. Passa Gisto il fattorino della GLS; passano sei muratori marocchini fastidiosi come il fango che fumano come i turchi e urlano come Olga, la cugina di Orlando, ‘na rompicoglioni di Boncellino che lavora alla Coop.

Passano tutti, passano tutte. Tutti di fretta, tutte di fretta. Pure io. Tutti vediamo, tutti guardiamo, anche Gisto, perciò non è invisibile, questo è certo, è lì.

Ecco appunto, perché? Perché è lì?

Mario è salito da Agugliano provincia di Ancona per lavoro, per amore e per fare fortuna, era il 2004, pioveva ma lui era felice. Oddio felice, se non altro sereno, che è qualcosa che comunque assomiglia a felice. Sono passati 21 anni e ha perso l’amore, ha perso il lavoro, ha perso la fortuna ma non ha perso la serenità.

Lo si vede da come dorme, e da come risistema i cartoni, anche quello esausto del toner, pare quasi voglia consolarlo: “suvvia esausto, la vita non è poi così male, fa schifo sì, ma non tanto, un pochino, le mattine di novembre soprattutto, poi a giugno migliora, fidati”.

Questa mattina Mario puliva le colonne del colonnato con l’acqua minerale, toglieva il guano dei piccioni, si capisce che ci tiene a lasciare in ordine, in fondo lui li ci vive, almeno un po’, “che cosa caghi cosa piccione maledetto?”

Mario non appende cartelli tipo “ho sei figli, tre mogli, un cane e due Mercedes bianche a cui fare il pieno, per favore aiutatemi”, almeno non li, lui è dignitoso, l’ho già detto, tanto che perfino io che sono scettico-cinico-distratto, e qualcuno direbbe “fascista carogna ritorna nella fogna” anche se non è vero, sono tentato di fermarmi e: “Hei Mario, andiamo a prendere un caffè?”.

Sono tentato ma non lo faccio, perché? Non lo so, ci penso da settimane, ma non lo faccio. Mi giustifico pure passando oltre, mi giustifico con me stesso e con la signora con gli occhiali neri: “ma se poi il caffè non gli piace? E se è russo? E se ha ancora sonno? E se puzza? E se poi s’incazza? Eh ma se non chiede niente, chi sono io per dargli qualcosa? Ma poi qualcosa cosa? Un caffè? E se è un serial killer di Ostuni che ha ucciso ventiquattro vergini tra il 1999 e il 2002, altro che Mario di Agugliano?

Non lo faccio e passo oltre.

Passiamo tutti oltre, passano oltre anche quelli che fingono di rallentare e gettano due monete, perché in fondo noi siamo qui e Mario è lì, pure con due monete in più che servono a pulire la coscienza del lanciatore più che a beneficiare il tapino,  e forse è pure giusto così, o forse no, che ne so io chi è Mario e perché è lì?! Le mie sono fantasie, fantasie di un osservatore solitario, di uno che passa, guarda e va oltre, perché è tardi, perché ho fretta e da Gamberini c’è sempre la fila a quell’ora, ma ne vale la pena… andare da Gamberini dico, lo dico da sempre io, sì proprio io: “se mai un giorno dovessi lavorare a Bologna io il caffè lo prenderei da Gamberini… che i baristi con la cravatta e le maniche di camicia fanno atmosfera”.

Non sono invisibili, sono solo pezzetti di un mondo buffo che non serve spiegare, perché è fatto così anche senza di loro e anche senza di noi.

Fossimo a Parigi li chiameremmo clochard…. siamo a Bologna… va bene pure barboni.

Buonanotte Mario.



L’amore

“Luì quello che tu credi di provare non è amore. Tu non sei innamorato di lei, non può essere amore, tu non puoi amare l’assenza, l’inconsistenza, il niente, tu non puoi amare chi regala se stessa ad un altro. Non è amore la distanza, non esiste l’amore a senso unico, l’amore è uno più uno, non esiste l’amore da solo. L’amore è condivisione, è dormire nello stesso letto, l’amore è pensare insieme e raccontarsi a vicenda, l’amore è passione, è bere dallo stesso bicchiere, è proteggersi, difendersi, abbracciarsi, brindare in un têt a têt infinito, è scaramucce quotidiane, è viversi, è prima crescere e poi invecchiare insieme, è fuggire e perdonarsi, è pensare in due, preoccuparsi in due, consolarsi in due, baciarsi, scopare, avere voglia di farlo e poi rifarlo e poi ancora rifarlo e poi anche basta perché su Netflix parte la puntata numero uno della serie numero tre della stagione quattro che non si può far altro che sintonizzarsi insieme, l’amore è futuro, l’amore è progetto, progetti, vita, casa, saliva e sudore, involtini con il prosciutto crudo e due foglie di salvia cucinati sbronzandosi a tavernello. Lui tu non sei innamorato, sei solo fissato.”

“Agata non è così, anzi è così nel 99,973% dei casi, anzi nel 99,999999954789547% dei casi, quindi hai quasi ragione, ma hai dimenticato un pezzo, anzi il pezzo, il pezzo più importante, l’amore è desiderare la felicità dell’altro più della propria, l’amore è reincontrati per caso o giù di lì e sentire il cuore battere e ribattere esattamente come capitò quella volta che tu la incontrasti - sempre per caso - centoventiquattro settimane prima, l’amore è rivedersi dopo mesi e avere la sensazione che il tempo non sia passato niente. L’amore è riprendere dall’ultima frase detta tre giorni prima per il gusto di ascoltare come va a finire L’amore è un pensiero fisso, anzi è il pensiero fisso, il primo all’alba, l’ultimo al tramonto, il secondo a pranzo dopo aver scelto i cappelletti alla panna dal menù on Line, ogni giorno, ogni strafottuttissimo giorno, puntuale come le raccomandate di Equitalia. L’amore è bello, se non fosse che ti impedisce di dormire, di mangiare, di volare, ma ti consente di Vivere davvero. Si può amare da soli? Forse no, hai ragione, è una follia pensare di poterlo fare… ma in fondo solo se si è folli si può pensare di amare”

“Lui te sragioni”

“No, tranquilla non sragiono, semplicemente non ragiono, perché non serve la ragione per amare davvero, serve semplicemente l’accorgersi di non sapere fare altro, perché altro è banalmente nulla”



Alles gute

“Ma papà oggi è il suo compleanno?”

“Sì”


“Ah! E le farai gli auguri?”


“Non lo so”


“Perché non lo sai?”


“Perché non so se le farebbe piacere o se abbozzerebbe un grazie di circostanza come fai tu con Oriana quando ti incontra alla Coop e ti dice ohhhhh ma come ti sei fatta grandeeeeee e belllaaaa!”


“Ma che c’entra Oriana papà? A lei puzza l’alito di canfora, per questo ringrazio e scappo, altrimenti lei poi mi bacia e a me viene da vomitare!”


“Bhe anch’io vorrei baciarla!”


“Chi Oriana?!?!?!”


“Ma no scema!! Hai capito benissimo”


“Vabbè tu falle gli auguri, tanto di baciarla avrai voglia comunque pure senza auguri e dovrai tenertela in ogni caso, glieli farai a distanza wattsappabile così la tentazione resterà tale e non ci rimarrai male e anzi ne sarai felice”


“Chi io?”


“Si tu”


“E che ne sai?!”


“Ti conosco da quando sono nata, certe cose di te le capisco al volo, anzi lo so e basta senza davvero capirti fino in fondo, perché la ragione di tutto ciò per me resta un mistero, un mistero buffo tra l’altro… ma tant’è, e perciò falle gli auguri”


“… falle gli auguri…” fa presto lei a dire “falle gli auguri”, e come faccio? Le scrivo? E che le scrivo? La chiamo? E che le dico? Le mando una lettera? Una mail? Una pec? O un messo comunale come si fa con gli atti giudiziari più importanti?!


Falle gli auguri… va beh ok… auguri allora, sappi però che lo faccio soprattutto per me, fare gli auguri alle persone mi rende felice, me lo ha detto pure mia figlia, lei in realtà ha detto che fare gli auguri a te mi rende felice, ma lei non lo sa, è ancora piccola in fondo, vive nel suo mondo di YouTube, Temptation Island e Ammaniti perché “non ha paura”, una romantica con un piano B sempre in tasca, una mini donna alla ricerca del proprio posto nella vita insomma, e quindi crede di sapere tutto di me…. e invece…

Ma stavolta si, stavolta ha ragione lei, farti gli auguri mi rende felice, non auguri a tutti, auguri proprio a te, questo mi rende felice.


A te che sei lì, lì che stai a leggere distrattamente, velocemente, compassionevolmente, teneramente e nervosamente questo papiro elettronico, lì che scrolli sul video dello smartphone, indecisa se proseguire o meno, subissata da cento-mille-centomille messaggi come questo o più o meno come questo, un profluvio di auguri.


Te che in fondo la ribalta non ti piace, preferisci passare inosservata, un glamour silenzioso e pratico il tuo, come una regista della porta accanto con il piglio decisionista dei manager tedeschi e la fragilità nascosta di una framcesina in gita in Toscana a metà settembre, zona del Gallo Nero, media collina interna vista vigneto con piscina e pista di atletica a fianco ma con il Brufen nel beauty che non si sa mai.


Te che gli auguri - tranne quelli dei tuoi figli -  un po’ ti annoiano, come ti annoiano le cose che si ripetono uguali o semiuguali per più di tre volte di seguito anche non consecutive, avrei dovuto scriverti “alles gute” non auguri per catalizzare interesse, avrei dovuto scrivertelo su un cartello di cartone marrone sorretto da un paletto di legno giallo piantato all’alba nel giardino di casa tua, di fianco ad un girasole 🌻 grande e rotondo, tutto però fuori dallo sguardo indiscreto della tua vicina di fianco, ma non mi compete, non è il mio ruolo.


Te che pure diventare grande non ti aggrada, e ricordartelo un po’ ti fa rabbia, te che anziché concentrarti sul fascino travolgente che emani ti lasci distrarre dal contorno labbra due toni sotto la consistenza di una ventenne insapore.


Te che hai millecentoventiquattro cose da fare e “pure sto compleanno aveva da esserci? Non si poteva fare settimana prossima?!”.


Te che la bici, la corsa, il saluto al sole, il tritarifiuti intasato, gli schemi di matematica, il sudafricano che ha perso un container, l’andata e ritorno business class sti cavoli…. si fa andar bene la prima, gli addominali e poi le ripetute, la spesa alla Conad lanciata e non appoggiata nel carrello, il racchettone, il tennis, il paddle, la festa, Raffaella Carrà che la sua tomba non l’hai ancora vista, “cosa vuoi che stia a compiere pure gli anni!”


Te che “piuttosto che farmi gli auguri regalatemi un buono clinica per passare ad una quarta sostenuta”🤣.


Te che ancora io non so perché ti ho incontrata e soprattutto non so perché non sono scappato di corsa subito dopo, come dovrei fare ora…. e anzi sono stato proprio lì a insistere ché volevo proprio dirtela quella cosa lì che ti dicevo sempre, mannaggia a me!!

Si ecco te insomma, facciamo che ti faccio gli auguri e punto, quindi ecco prendi: “auguri”!!


“Papà allora? Le hai fatto gli auguri”


“Si”


“Bravo. E gliel’hai detta quella cosa che le dicevi sempre perché gliela volevi proprio dire?”


“Ancora??! Che vuoi? Che ne sai tu?!”


“Ok, non lo so, però tu scriviglielo, non dirmi se e quando lo avrai fatto se non vuoi, ma scrivile, fallo, solo quello, tu sarai felice almeno un po’, lei sorriderà il giorno del suo compleanno e gli auguri saranno più di più”


💬… “Ah scusa, sono quello di prima…. ho dimenticato di scriverti una cosa…. una cosa roba semplice… volevo dirti che… che sì insomma… si ecco volevo dirti che sei e resterai sempre la più bella, anche il giorno del tuo compleanno. Auguri più di più. Firmato Venanzio”