Storie da bar
Se non è pronto che soccorso è?!
Giulio quando qualcosa non va fa di conto, i numeri lo aiutano a razionalizzare, a distrarsi concentrandosi su altro, lo fa da sempre, fin da ragazzino, glielo aveva insegnato indirettamente John Lazzano, un italo-napoletano-newyorkese che si trasferì in Romagna all’inizio degli anni ‘80 anziché in Ohio, probabilmente per rompere le balle a Giulio, e lui per distrarsi iniziò a contare, contava i minuti che mancavano al suono della campanella, così si sarebbe finalmente liberato di quel buzzurro fino al giorno dopo.
E pure quella sera per fermare la testa che girava e il respiro che si faceva affannato provò con i numeri, Giulio era solo, contare non serviva ed essendo in prossimità del PS entró.
“Dica?!”
“Mmm, prima mi siedo un attimo e poi dico… “ buio e orecchie fischianti.
Si svegliò poco dopo, cloruro di sodio allo 0,9% d’ordinanza, barella lato medicina d’urgenza, stordito ma vigile, oppure vigile ma stordito, fate voi.
“Scusa infermiera carina voglio andare a casa, posso?”
Lei con una felpa blu Emergenza, aperta sulla classica casacca bianca a V con bordino rosso, che lasciava intendere una terza abbondante su cui lo stetoscopio poggiava rilassato, osservava Giulio con un sorriso gentile, gli occhiali neri, i capelli lisci. Federica il nome sulla targhetta, matricola ho14431, o almeno a Giulio così parve.
“Veramente è un pelino presto, dobbiamo ancora capire bene bene che succede, hai così fretta di abbandonarci?!”
“Sexy il tu della Federica” pensò.
“Mah…. è tutto passato, sei molto simpatica, mi tratterrei a lungo con te, ma devo rientrare, ho l’auto col parchimetro in esaurimento!”
“Ora aspettiamo il dottore e un paio di esiti, hai avuto una crisi vagovasale, stai sereno e rilassati un pochetto, poi chiamiamo qualcuno che ti riporti a casa”
“Federica ho la patente, giuro!”
“Ma non puoi guidare!”
“Non sono in stato di ebrezza, ho bevuto solo caffè!”
Sorrise. Intorno era un formicaio.
Nella seggiola accanto Antonella, una mano fasciata, un occhio nero e un’escoriazione sulla guancia sinistra, era caduta con la bici a pedalata assistita salendo lungo uno sterrato qualsiasi in provincia di Forlì Cesena.
Come lo so? Lo raccontava a tutti, infermieri, pazienti, portantini dell’elimedica, Giulio, Federica, il parroco passato in PS per la benedizione pasquale.
Sulle poltroncine plasticate della sala d’attesa Eros, il figlio del medico anestesista, la madre era uscita con i colleghi d’ufficio per una cena aziendale, il padre - reperibile - era stato chiamato in turno, l’alternativa era abbandonare l’Eros per strada o portarlo in ospedale con lui. Delle due l’una, optò per la seconda in attesa dello zio Christian, desiderato al più presto per il recupero del bambino.
Poi un signore agitato con problemi di prostata, un turnatore mica da ridere bagno-sala d’attesa-bagno, il problema però non era lui, a parte la necessità ripetuta di fare pipì il resto tutto a posto, era lì per Ancilla, la moglie, aveva fatto un’indigestione di cotiche e fagioli, lo stafff medico stava decidendo tra lavanda gastrica o Citrosodina masticabile, andarono sul cloruro di sodio 0,9% (buono per tutte le occasioni evidentemente) e vigile attesa.
Poi Fulvio e Carlotta, i due della sala gessi. Hanno una storia anche se lei è sposata, si capisce perfettamente da come si sfiorano sistematicamente le mani ogni volta che entrano ed escono dall’ascensore. La loro potrebbe essere una relazione un po’ spigolosa, ma certamente duratura, sono fatti l’uno per l’altra, lui il gesso lei la garza, lui stampella lei seggetta, lui calcio e lei osteoporosi. Li ho visti limonare all’uscita vicino alla colonnina di ricarica Eni Plenitude (nda), erano belli, lei di più.
Infine Enzo, vero nome Moammed, non aveva nulla ma aveva freddo, e lì in PS si sentiva a suo agio. Parlava con tutti, rideva con tutti, voleva giocare a dadi con Eros, ma temeva che in caso di vittoria il padre non avrebbe pagato il suo debito per circonvenzione di minorissimo e anzi lo avrebbe pure denunciato alla Polizia di Stato.
“Dottore allora io vado?!”
“Ma Giulio, ma dove va d solo? Ha i battiti a tre come le formiche!!”
“Ma dottore passo al bar, caffè doppio e via si sale almeno a 50, e io sono già in linea”
“Guardi Giulio è un errore, lei si assume ogni responsabilità”
Un’ambulanza stava salendo la rampa a sirene spiegate, tutto intorno agitazione e pronti all’azione, un incidente tra due auto, tre feriti, uno abbastanza grave ma non in pericolo di vita, la fidanzata illesa piangeva e lo guardava, lui le stringeva la mano, qualche graffio sul dorso dava alla scena un qualcosa di delicato.
Giulio approfittò della confusione e prese l’uscita, 175 euro di ticket e un senso di spossatezza lo accompagnarono fino al parcheggio, si ricordò allora che l’intermezzo ospedaliero gli aveva fatto saltare il concerto,. A due passi da lui stava uscendo Federica, in abiti borghesi ancora più bella, salutò Giulio con un sorriso, lui la guardò allontanarsi dal lato opposto, ad attenderla un’auto di grossa cilindrata, dalla distanza non riusciva a vedere nitidamente, ma gli parve di riconoscere il guidatore…. ne era quasi certo, con quel ciuffo laccato poteva essere solo lui… direttamente da New York (quartiere Little Italy) il mitico John Lazzano….. un nome una garanzia: uno scassa balle sesquipedale.
Buonanotte Mario
Come si chiama? Non lo so, ma ha la faccia seria, dignitosa, fiera e a me piace chiamarlo Mario, come Mario Merola, però magro, senza capelli e con l’accento marchigiano, di poco fuori Ancona, Agugliano direi. Anzi sono certo.
Ma avrà freddo? Forse sì, forse no, si protegge, sacco a pelo, un piumone a fiori azzurro panama, una valenzana anni settanta ( che oggi nessuno la chiama più così), un giubbotto verde, una berretta blu, un pantalone marrone e un sacco di cartoni.
No cartone, cartoni. Cartoni da imballo, cartoni che hanno protetto lavatrici, forni a microonde, una Tv 62000 pollici Samsung Panamera, un tostapane, una lavastoviglie (credo abbia fatto amicizia con il Direttore del negozio di elettrodomestici di via vattelapesca, poco distante da lì), un armadietto dell’Ikea Kleppstad (lo so che guarderete se esiste, ve lo assicuro esiste!), un toner per stampanti Hp multifunzione, sopra una scritta nero pennarello: “ESAUSTO”. Ah il toner è esausto? Chiediamo a Mario che dice…
Se fossimo a Parigi lo chiameremmo clochard, ma siamo qui, a due passi da San Petronio, va bene pure barbone in fondo, anche se la barba è ben rasata.
Qualcuno lo chiamerebbe invisibile, e ci farebbe su un pippone buon buonista che la metà avanza, ma invisibile non è. Passa un sacco di gente di fronte a lui, passo io, passa la signora con gli occhiali neri i capelli neri, il trolley Mandarina nero, le scarpe nere i pantaloni neri e qualche volta la gonna nera con le calze a pois, bianchi i pois, nere le calze. Passa Gisto il fattorino della GLS; passano sei muratori marocchini fastidiosi come il fango che fumano come i turchi e urlano come Olga, la cugina di Orlando, ‘na rompicoglioni di Boncellino che lavora alla Coop.
Passano tutti, passano tutte. Tutti di fretta, tutte di fretta. Pure io. Tutti vediamo, tutti guardiamo, anche Gisto, perciò non è invisibile, questo è certo, è lì.
Ecco appunto, perché? Perché è lì?
Mario è salito da Agugliano provincia di Ancona per lavoro, per amore e per fare fortuna, era il 2004, pioveva ma lui era felice. Oddio felice, se non altro sereno, che è qualcosa che comunque assomiglia a felice. Sono passati 21 anni e ha perso l’amore, ha perso il lavoro, ha perso la fortuna ma non ha perso la serenità.
Lo si vede da come dorme, e da come risistema i cartoni, anche quello esausto del toner, pare quasi voglia consolarlo: “suvvia esausto, la vita non è poi così male, fa schifo sì, ma non tanto, un pochino, le mattine di novembre soprattutto, poi a giugno migliora, fidati”.
Questa mattina Mario puliva le colonne del colonnato con l’acqua minerale, toglieva il guano dei piccioni, si capisce che ci tiene a lasciare in ordine, in fondo lui li ci vive, almeno un po’, “che cosa caghi cosa piccione maledetto?”
Mario non appende cartelli tipo “ho sei figli, tre mogli, un cane e due Mercedes bianche a cui fare il pieno, per favore aiutatemi”, almeno non li, lui è dignitoso, l’ho già detto, tanto che perfino io che sono scettico-cinico-distratto, e qualcuno direbbe “fascista carogna ritorna nella fogna” anche se non è vero, sono tentato di fermarmi e: “Hei Mario, andiamo a prendere un caffè?”.
Sono tentato ma non lo faccio, perché? Non lo so, ci penso da settimane, ma non lo faccio. Mi giustifico pure passando oltre, mi giustifico con me stesso e con la signora con gli occhiali neri: “ma se poi il caffè non gli piace? E se è russo? E se ha ancora sonno? E se puzza? E se poi s’incazza? Eh ma se non chiede niente, chi sono io per dargli qualcosa? Ma poi qualcosa cosa? Un caffè? E se è un serial killer di Ostuni che ha ucciso ventiquattro vergini tra il 1999 e il 2002, altro che Mario di Agugliano?
Non lo faccio e passo oltre.
Passiamo tutti oltre, passano oltre anche quelli che fingono di rallentare e gettano due monete, perché in fondo noi siamo qui e Mario è lì, pure con due monete in più che servono a pulire la coscienza del lanciatore più che a beneficiare il tapino, e forse è pure giusto così, o forse no, che ne so io chi è Mario e perché è lì?! Le mie sono fantasie, fantasie di un osservatore solitario, di uno che passa, guarda e va oltre, perché è tardi, perché ho fretta e da Gamberini c’è sempre la fila a quell’ora, ma ne vale la pena… andare da Gamberini dico, lo dico da sempre io, sì proprio io: “se mai un giorno dovessi lavorare a Bologna io il caffè lo prenderei da Gamberini… che i baristi con la cravatta e le maniche di camicia fanno atmosfera”.
Non sono invisibili, sono solo pezzetti di un mondo buffo che non serve spiegare, perché è fatto così anche senza di loro e anche senza di noi.
Fossimo a Parigi li chiameremmo clochard…. siamo a Bologna… va bene pure barboni.
Buonanotte Mario.
L’amore
“Luì quello che tu credi di provare non è amore. Tu non sei innamorato di lei, non può essere amore, tu non puoi amare l’assenza, l’inconsistenza, il niente, tu non puoi amare chi regala se stessa ad un altro. Non è amore la distanza, non esiste l’amore a senso unico, l’amore è uno più uno, non esiste l’amore da solo. L’amore è condivisione, è dormire nello stesso letto, l’amore è pensare insieme e raccontarsi a vicenda, l’amore è passione, è bere dallo stesso bicchiere, è proteggersi, difendersi, abbracciarsi, brindare in un têt a têt infinito, è scaramucce quotidiane, è viversi, è prima crescere e poi invecchiare insieme, è fuggire e perdonarsi, è pensare in due, preoccuparsi in due, consolarsi in due, baciarsi, scopare, avere voglia di farlo e poi rifarlo e poi ancora rifarlo e poi anche basta perché su Netflix parte la puntata numero uno della serie numero tre della stagione quattro che non si può far altro che sintonizzarsi insieme, l’amore è futuro, l’amore è progetto, progetti, vita, casa, saliva e sudore, involtini con il prosciutto crudo e due foglie di salvia cucinati sbronzandosi a tavernello. Lui tu non sei innamorato, sei solo fissato.”
“Agata non è così, anzi è così nel 99,973% dei casi, anzi nel 99,999999954789547% dei casi, quindi hai quasi ragione, ma hai dimenticato un pezzo, anzi il pezzo, il pezzo più importante, l’amore è desiderare la felicità dell’altro più della propria, l’amore è reincontrati per caso o giù di lì e sentire il cuore battere e ribattere esattamente come capitò quella volta che tu la incontrasti - sempre per caso - centoventiquattro settimane prima, l’amore è rivedersi dopo mesi e avere la sensazione che il tempo non sia passato niente. L’amore è riprendere dall’ultima frase detta tre giorni prima per il gusto di ascoltare come va a finire L’amore è un pensiero fisso, anzi è il pensiero fisso, il primo all’alba, l’ultimo al tramonto, il secondo a pranzo dopo aver scelto i cappelletti alla panna dal menù on Line, ogni giorno, ogni strafottuttissimo giorno, puntuale come le raccomandate di Equitalia. L’amore è bello, se non fosse che ti impedisce di dormire, di mangiare, di volare, ma ti consente di Vivere davvero. Si può amare da soli? Forse no, hai ragione, è una follia pensare di poterlo fare… ma in fondo solo se si è folli si può pensare di amare”
“Lui te sragioni”
“No, tranquilla non sragiono, semplicemente non ragiono, perché non serve la ragione per amare davvero, serve semplicemente l’accorgersi di non sapere fare altro, perché altro è banalmente nulla”
Alles gute
“Ma papà oggi è il suo compleanno?”
“Sì”
“Ah! E le farai gli auguri?”
“Non lo so”
“Perché non lo sai?”
“Perché non so se le farebbe piacere o se abbozzerebbe un grazie di circostanza come fai tu con Oriana quando ti incontra alla Coop e ti dice ohhhhh ma come ti sei fatta grandeeeeee e belllaaaa!”
“Ma che c’entra Oriana papà? A lei puzza l’alito di canfora, per questo ringrazio e scappo, altrimenti lei poi mi bacia e a me viene da vomitare!”
“Bhe anch’io vorrei baciarla!”
“Chi Oriana?!?!?!”
“Ma no scema!! Hai capito benissimo”
“Vabbè tu falle gli auguri, tanto di baciarla avrai voglia comunque pure senza auguri e dovrai tenertela in ogni caso, glieli farai a distanza wattsappabile così la tentazione resterà tale e non ci rimarrai male e anzi ne sarai felice”
“Chi io?”
“Si tu”
“E che ne sai?!”
“Ti conosco da quando sono nata, certe cose di te le capisco al volo, anzi lo so e basta senza davvero capirti fino in fondo, perché la ragione di tutto ciò per me resta un mistero, un mistero buffo tra l’altro… ma tant’è, e perciò falle gli auguri”
“… falle gli auguri…” fa presto lei a dire “falle gli auguri”, e come faccio? Le scrivo? E che le scrivo? La chiamo? E che le dico? Le mando una lettera? Una mail? Una pec? O un messo comunale come si fa con gli atti giudiziari più importanti?!
Falle gli auguri… va beh ok… auguri allora, sappi però che lo faccio soprattutto per me, fare gli auguri alle persone mi rende felice, me lo ha detto pure mia figlia, lei in realtà ha detto che fare gli auguri a te mi rende felice, ma lei non lo sa, è ancora piccola in fondo, vive nel suo mondo di YouTube, Temptation Island e Ammaniti perché “non ha paura”, una romantica con un piano B sempre in tasca, una mini donna alla ricerca del proprio posto nella vita insomma, e quindi crede di sapere tutto di me…. e invece…
Ma stavolta si, stavolta ha ragione lei, farti gli auguri mi rende felice, non auguri a tutti, auguri proprio a te, questo mi rende felice.
A te che sei lì, lì che stai a leggere distrattamente, velocemente, compassionevolmente, teneramente e nervosamente questo papiro elettronico, lì che scrolli sul video dello smartphone, indecisa se proseguire o meno, subissata da cento-mille-centomille messaggi come questo o più o meno come questo, un profluvio di auguri.
Te che in fondo la ribalta non ti piace, preferisci passare inosservata, un glamour silenzioso e pratico il tuo, come una regista della porta accanto con il piglio decisionista dei manager tedeschi e la fragilità nascosta di una framcesina in gita in Toscana a metà settembre, zona del Gallo Nero, media collina interna vista vigneto con piscina e pista di atletica a fianco ma con il Brufen nel beauty che non si sa mai.
Te che gli auguri - tranne quelli dei tuoi figli - un po’ ti annoiano, come ti annoiano le cose che si ripetono uguali o semiuguali per più di tre volte di seguito anche non consecutive, avrei dovuto scriverti “alles gute” non auguri per catalizzare interesse, avrei dovuto scrivertelo su un cartello di cartone marrone sorretto da un paletto di legno giallo piantato all’alba nel giardino di casa tua, di fianco ad un girasole 🌻 grande e rotondo, tutto però fuori dallo sguardo indiscreto della tua vicina di fianco, ma non mi compete, non è il mio ruolo.
Te che pure diventare grande non ti aggrada, e ricordartelo un po’ ti fa rabbia, te che anziché concentrarti sul fascino travolgente che emani ti lasci distrarre dal contorno labbra due toni sotto la consistenza di una ventenne insapore.
Te che hai millecentoventiquattro cose da fare e “pure sto compleanno aveva da esserci? Non si poteva fare settimana prossima?!”.
Te che la bici, la corsa, il saluto al sole, il tritarifiuti intasato, gli schemi di matematica, il sudafricano che ha perso un container, l’andata e ritorno business class sti cavoli…. si fa andar bene la prima, gli addominali e poi le ripetute, la spesa alla Conad lanciata e non appoggiata nel carrello, il racchettone, il tennis, il paddle, la festa, Raffaella Carrà che la sua tomba non l’hai ancora vista, “cosa vuoi che stia a compiere pure gli anni!”
Te che “piuttosto che farmi gli auguri regalatemi un buono clinica per passare ad una quarta sostenuta”🤣.
Te che ancora io non so perché ti ho incontrata e soprattutto non so perché non sono scappato di corsa subito dopo, come dovrei fare ora…. e anzi sono stato proprio lì a insistere ché volevo proprio dirtela quella cosa lì che ti dicevo sempre, mannaggia a me!!
Si ecco te insomma, facciamo che ti faccio gli auguri e punto, quindi ecco prendi: “auguri”!!
“Papà allora? Le hai fatto gli auguri”
“Si”
“Bravo. E gliel’hai detta quella cosa che le dicevi sempre perché gliela volevi proprio dire?”
“Ancora??! Che vuoi? Che ne sai tu?!”
“Ok, non lo so, però tu scriviglielo, non dirmi se e quando lo avrai fatto se non vuoi, ma scrivile, fallo, solo quello, tu sarai felice almeno un po’, lei sorriderà il giorno del suo compleanno e gli auguri saranno più di più”
💬… “Ah scusa, sono quello di prima…. ho dimenticato di scriverti una cosa…. una cosa roba semplice… volevo dirti che… che sì insomma… si ecco volevo dirti che sei e resterai sempre la più bella, anche il giorno del tuo compleanno. Auguri più di più. Firmato Venanzio”
Racconto incompiuto, senza capo né coda, che non doveva essere pubblicato ma il destino ha fatto sì che fosse pigiato il tasto errato.
“Te sei diverso, uno su un milione…”, che detto da una donna alle 11.02 di un sabato mattino qualunque non so se lo si può considerare un complimento.
Diverso…. Venanzio d’istinto rispose: “purtroppo!!!”, e fu una risposta d’istinto ma anche convinta, quel diverso se lo portava dietro da sempre, lo sapeva, lo sapeva e non se ne rallegrava, perché diverso non è meglio, a volte non è peggio, certamente è complicato.
Ma poi diverso da cosa o da chi o perché, direte voi? Certamente la diversità non era riferibile al suo orientamento sessuale, Venanzio in quell’ambito era il più tradizionalista dei tradizionali, un vetero-etero con venature fantastiche.
E quindi per provare a raccontare di lui e di quelli come lui, che speriamo siano pochi con un nome del genere, partiamo dal perché, ché è sempre necessario capire le ragioni di ciò che accade, ché é questo che distingue i geni dai pirla, e la risposta qui non lascia spazio a dubbi ed è una sola, categorica ed imperativa per tutti: “non lo so!”.
Io non faccio né lo psicologo, né il sociologo, né il fruttivendolo, io perché Venanzio è diverso dagli altri non lo so. Inutile girarci intorno, diciamolo subito che non voglio creare facili aspettative, so che lo è ma non so perché.
Io so che Venanzio è uno che piuttosto che accontentarsi di ciò che non lo aggrada “prende su anche da solo e va” (tipica locuzione romagnola che sta per “decide all’improvviso, anche in solitudine, e si avvia verso dove lo porta il cuore”). Venerdì ad esempio l’ho incontrato a Sant’Arcangelo, seduto ai tavolini de “La Vermuteria della Sangiovesa” che beveva un Carpano Rosso Classico, mangiava piadina arrotolata con ciccioli vegani e leggeva un’articolo sulla Lonely Planet dal titolo “scoprire Alassio in due giorni”. Più che diverso dite strano? Non so nemmeno questo in realtà, ma non credo, se una persona ha voglia di godersi pezzetti di bello, bere vino aromatizzato, leggere, passeggiare, incantarsi al tramonto, senza per forza accompagnarsi ad inappaganti circostanze surrogati del vero desiderio, e per questo vagheggia in solitaria, è forse strano?
O “peggio strana” era la coppia di fianco a Venanzio? Lui sui 45, lei sui 43, lui castano semicalvo, lei bionda rifatta, lui sneaker bianche tirate a festa, lei tacco dodici da battaglia, lui silente, lei silente annoiata, lui con lo sguardo perso di chi pensa ad Italia-Germania 4 a 3 e “sarebbe bello qualcosa del genere anche in questo Europeo”, lei che pensa ad Italo il Personal Trainer della Extragym 24 e “sarebbe bello qualcosa del genere anche in questo Europeo”. Una coppia di esseri soli in compagnia, quattro parole in venticinque minuti, di cui l’ultima è stata “andiamo” senza punto interrogativo pronunciata da lei quando era già a metà del porticciolo d’uscita e lui ancora al tavolo a fissare lo schermo del Samsung A3 blu. Non erano forse più soli loro di Venanzio il diverso? Forse no, ma qualche dubbio a me che faccio l’osservatore viene.
E che dire di quella tavolata di amici urlanti e mezzi ubriachi? Anzi tutti mezzi tranne uno che era proprio sbronzo da paura. Ecco questi nella loro caciara sembravano i più felici, donne, uomini, insieme e separati, accumunati dall’alcol, dalla musica, dalla conoscenza in alcuni casi pluriennale in altri giornaliera (quello sbronzo pareva non conoscerlo davvero nessuno, un imbucato dell’ultimo minuto). Ma coltivare l’amicizia non è sempre semplice, serve dedizione quasi e come nella coppia, serve forse persino più lealtà, e serve anche un po’ di culo per aiutare le circostanze.
Venanzio di amici veri ne ha davvero pochi, migliaia di conoscenti, centinaia di colleghi, ma amici veri pochi, credo li si possano contare nelle dita di una mano, e anche quella resta abbondante. Colpa sua? Può essere, ma tant’è. Colpa loro? Può essere, ma tant’è. Colpa di nessuno? Eh no, di qualcuno è sempre colpa.
La piazza di Forlì, Artemio che limona e i ristoranti chiusi
E’ un po’ come quando chiude un ristorante fuori porta in cui eri abituato ad andare regolarmente perché ti piaceva un sacco e ti capita di passare di fronte a distanza di tempo, e lo trovi così, abbandonato, sporco, con cumuli di pubblicità accatastati sulla soglia, un sollecito della Tari che si ostina accartocciato fuori dalla buchetta, l’insegna sbiadita con una cacca di piccione tra la O e la S di “Osteria dei poveracci”, le vetrine opacizzate dal tempo e dalle goccioline di mille piogge cadute durante l’inverno, quel panorama mozzafiato che si gode dal vecchio gazebo ancora in piedi nonostante tutto, il silenzio, quel silenzio stronzo che sa di nulla, di perso, di passato, di grigio, di fallito, di cappelletti in brodo di dado e pure freddi.
Insomma, una sensazione che piacevole non mi pare proprio un termine adeguato per descriverla, ma era questo ciò che Artemio provava i quei giorni sospesi (sospesi non so dove e non so perché, ma ho sempre adorato leggere ste robe così che non sai bene cosa stanno a significare ma fanno profondo, perciò ora che ne ho avuto l’occasione l’ho pure scritta - nda).
Artemio è un ragazzo di poco più di cinquant’anni, ha fatto le elementari con Venanzio che chi mi segue ne ha già sentito parlare, ora i due si salutano a fatica, per nessun motivo in particolare, ma solo perché si sono persi di vista come spesso capita tra compagni delle elementari, passano gli anni, cambiano le vite e si diventa semi sconosciuti. Artemio si è dimenticato pure di Rosalina, quella bellina del primo banco, con i codini e gli orecchini di madreperla primi anni ‘80, quella a cui aveva dato un bacino sulla guancia appena sceso dal pulmino l’ultimo giorno di terza, in un primordiale impeto da “o la va o la spacca”. La spaccò, Rosalina non gli rivolse più la parola per tutta l’estate e nemmeno per il primo quadrimestre di quarta, poi a fine dicembre si trasferì a Campobasso dai nonni e da lì comunicare sarebbe stato ancora più difficile pur volendolo, e non dobbiamo dimenticare che lei non voleva, ed è probabilmente questa la ragione pur cui Artemio non si ricorda più di Rosalina, rimozione selettiva da orgoglioso umiliato.
Ma pur se oggi non ricorda né la bimbotta né l’episodio, qualche strascico è rimasto al nostro sventurato amico per via di quel bacio innocente, rubato e nient’affatto gradito (e questo è il giusto ordine degli aggettivi: prima innocente e poi rubato e poi nient’affatto gradito): ad Artemio è venuto il “blocco del limone”, fino a ventiquattro anni non è più riuscito a baciare una ragazza. Oh ma niente proprio, quasi fosse allergico! Non che non lo volesse eh, sia chiaro, ma proprio non ci riusciva, sopraffatto dallo spettro di un nuovo rifiuto partiva perdente in partenza, e dire che aveva pure un bel sorriso, denti bianchi e alito profumato, tutto a posto insomma, ma niente, il primo bacio vero Artemio riuscì a darlo il giorno del suo ventiquattresimo compleanno, anzi riuscì a farselo dare per l’esattezza.
Fu una roba intensa, diciotto minuti e ventisette secondi di vorticoso scambio di lingue con diversi momenti di apnea, lei si chiamava Ornella, era di Porto Recanati, faceva la gommista ma aveva studiato lettere e filosofia a Urbino, braccia possenti, labbra di fuoco, cervello fino e tette rifatte, che Artemio si limitò a sfiorare da sopra la maglietta tra il minuto sei e il minuto sette. La loro storia fu breve, ventotto minuti in tutto, praticamente più dei tre quarti del loro stare insieme lo passarono a baciarsi, poi finì, “troppo diversi” disse lei. Ornella era una con le idee chiare.
Dopo l’arrivo (e la partenza) di Ornella Artemio si sbloccò, e da allora non ha più smesso di baciare. Un dispensatore di saliva, un professionista del bacio a domicilio (preferiva infatti baciare a casa d’altri) con una tecnica via via perfezionata: giusti tempi, giusta rotazione della lingua, soprattutto giusta velocità di rotazione, occhi aperti e distaccati quanto basta, leggeri morsetti sulle labbra, mani tentacolari ma non invadenti (perché non si bacia solo con la bocca ma con tutto il corpo sia chiaro), la giusta quantità di aria e il sorriso sempre pronto.
Artemio sorrideva poco nella vita, soprattutto dentro, ma sempre lo faceva mentre baciava, anche se felice davvero lo fu solo una volta.
Tra i tanti têt â têt in cui si cimentò gliene capitò uno “molto più tanto” degli altri, fu così, all’improvviso in piazza a Forlì, faceva caldo o faceva freddo ora non ricordo (Artemio mi ha raccontato ma è uno che parla veloce e spesso perdo dei pezzi), probabilmente faceva tiepido, e il nostro si trovò ad uscire un po’ brillo un po’ perso da un localino caratteristico con le sedie spaiate e colorate, era con lei, una di cui non ricordo il nome ma che ricordo mi descrisse così: “era bella, e sappi che portava tutta quella bellezza con una noncuranza che te rimanevi lì che non sapevi dove mettere le mani, ed era bionda o mora o dipende che te anche in quel caso non sapevi dove mettere le mani, ed aveva un culo che le gambe e lo sguardo e le labbra e le mani e la borsa di pelle morbida e il tono di voce e la sigaretta sdrucita, oh… che te ancora una volta non sapevi dove mettere le mani. Capito?!”
E io che non avevo capito gli chiesi: “Ma allora le mani dove le hai messe?”.
E sapete cosa mi rispose Artemio? “Addosso gliele ho messe, addosso ovunque, perché nel dubbio dell’attimo e contemporaneamente nella certezza che sarebbe finita di lì a poco, e poi nella fretta, nel caos, in quella piazza con i lampioni col fascio littorio, e quella calamita che era il suo corpo, col sapore di ribolla biologica che diciamo al mondo esiste di meglio ma non ti frega un cazzo, io volevo toccarla oltre che baciarla, sentirla, abbracciarla, stringerla, carezzarle il viso, morderle il naso, ridere dentro e non solo fuori, ridere dentro come non mi era mai capitato, fare lo scemo, il serio e il coglione e continuare a sentire il suo profumo pure un’ora dopo, pure il mercoledì dopo, pure a settembre, pure nel 2028”
Ecco è così che successe, e qualcuno di voi ora si chiederà: “E quindi? Qual è la morale di questa storia? E che c’entra il ristorante chiuso? E le elementari e il collegamento con Venanzio?”
La risposta è semplice, la morale non c’è, c’è solo che bisognerebbe evitare di baciarsi in piazza a Forlì dopo aver bevuto troppo o troppo poco, ché poi non lo dimentichi mai più quel bacio, e se proprio si deve…. bisogna farlo senza mani, perché toccare è pure meglio di guardare. Quanto ai ristoranti chiusi posso solo dirvi che a me mettono tristezza, e pure malinconia, volevo si sapesse e l’ho scritto e credo che Artemio potesse ben rappresentare ciò che volevo dire. Poi c’è Venanzio, e per lui aggiungo solo che i compagni di classe non si scelgono, semplicemente te li ritrovi, come succede con i parenti e con la Giardia di Finanza.





