Natale a casa Lipschitz


Come ogni giovedì era andato dal dott. Lipschitz, come ogni giovedì, dopo sessanta minuti di full immersion introspettiva, si era fermato a pranzare da “Mexico cucina p🌶️cante”, aveva pasteggiato con una chicken guacamole e tre calici di Ribolla Gialla, e ora stava rientrando verso casa.

La playlist era quella delle grandi occasioni, delle grandi occasioni perse, fatta di Ornella (che in quel periodo devo dire era davvero abusata dalla massa), Bruno Lauzi, Loretta Goggi e Giorgio Conte; in superstrada le auto sfrecciavano come non ci fosse un autovelox, lanciata alla velocità della luce lo superò financo un’Alfa Romeo Giulietta turbodelta del 1978 come quella di suo zio, la stessa con cui lo andava a prendere il sabato all’uscita da scuola ormai quarant’anni prima, al volante un signore di mezza età con un sigaro puzzolente in bocca  e un Borsalino nero. Luì non aveva fretta, aveva deciso di non rientrare in ufficio, la sera prima si era fermato fino a tardi per chiudere la pratica della RanXerox Utility e oggi poteva prendersela comoda, non aveva voglia di fare nulla.

Il cellulare squillava con insistenza, era di nuovo lei, Giulia, la sera prima si era arrabbiata a bestia, “sei veramente una testa di cazzo”, ma lui era stato solo sincero “non ne ho Giulia, c’ho provato ma non ci riesco, non ne ho davvero, perdonami…”. “Non ne ho” era diventato il light motive di ogni storia iniziata e finita nell’arco di tre giorni, la regola del tre, un teorema, o un postulato, non sapeva rispondere, ma era un fatto. Giulia tra l’altro si era fermata a due uscite, troppo coinvolta.

Non rispose al telefono, le sarebbe passata, in fondo meglio così, soprattutto per lei, era giovane, di belle speranze, le sarebbe passata sì, ne era certo. 

Prima di salire in macchina aveva chiamato anche Stefano: “Non lo vendere eh! Mi si sono allungati i tempi, riesco a concludere ma stipulerò non prima di settembre, te aspettami”. L’appartamento lo voleva, ma aveva necessità di fare cassa, non poteva farsi sfuggire quella chicchina vista mare, ma non voleva nemmeno incasinarsi oltremodo, lo aveva già fatto troppe volte e non aveva più l’età per fare azzardi, di indebitarsi non aveva nessuna intenzione, fare tutto da solo era un vantaggio ma anche un limite, ma non aveva alternative, un po' per carattere e un po’ per destino.

Il cortisolo troppo alto era un segno inequivocabile, il dottore glielo aveva detto, “Luì te ti devi calmare”, proprio così, “te ti”, che non era proprio una locuzione propriamente scientifica ma rendeva l’idea più di altro, e Lipschitz era davvero bravo a rendere l’idea, anche se Luì poi non lo ascoltava mai. 

Invecchiare non gli portava saggezza, l’esperienza acquisita per lui era solo lo strumento che gli consentiva di rendersi conto di continuare a fare errori. In fondo era un’ariete ascendente ariete, “testardezza 1000%” stava scritto nelle caratteristiche del segno stilate da Simon & the star, il suo nuovo guru stellare on line, e con sta cosa in parte si crogiolava ed in parte si giustificava.

Quando non sai uscire dalle situazioni hai bisogno di darti delle giustificazioni più o meno plausibili, e dar la colpa agli astri é più facile, “causa di forza maggiore” é sempre meglio di “sei un coglione”, e il destino scritto nelle stelle è una causa di forza maggiore, lo dicevano anche gli oracoli romani secoli or sono.

Nel frattempo avrebbe fatto un salto in palestra, mezz’ora di panca, dieci minuti di tapis roulant, due addominali, venti minuti di bagno turco. Anche se quei due marocchini che infestavano la Spa da un mese a quella parte gli stavano parecchio sulle balle, tutte quelle consonanti che caratterizzavano le loro conversazioni continue a voce altissima lo infastidivano da matti, “ma che cazzo avranno da raccontarsi ogni giorno? Ma non possono starsene zitti almeno un quarto d’ora?!”, in fondo non aveva torto, se quella doveva essere una zona relax si doveva fare silenzio, stava pure scritto all’ingresso: “fate silenzio”, e sotto avrebbe voluto aggiungere “per Dio”, ma non aveva con sé l’Uniposca nero con cui normalmente imbrattava le colonne dei portici di Bologna e quindi lasciò correre.

Quattro gradi e una bora insistente lo accolsero al suo arrivo nel parcheggio della Cosmos, gianetta in termini tecnici, la bassa temperatura lo aiutava a ragionare, o forse a sragionare sarebbe più giusto dire, il vento dell’est scendeva direttamente da San Leo dopo essere partito da Kharkiv (questa é un’allegoria che si sposa con i tempi, giusto per dare un tocco d’attualità a questo racconto - nda), il week end precedente se n’era andato a fare una gita prima in spiaggia e poi su in vetta al monte, ed era chiaro che sarebbe durata a lungo la cosa, in fondo l’inverno stava entrando nella sua fase clou, pareva proprio che quell’anno il Natale sarebbe stato meteorologicamente tradizionale.

Già il Natale, come lo avrebbe passato? Con sua figlia ok, a sto giro toccava a lui, ne era molto felice, e poi? I regali? Quanti? A chi? Che Natale é senza regali? Si lo so, non è abbandonandosi ad un consumismo decadente che si deve festeggiare il compleanno di Gesù, ma fare regali é comunque bello, fare sorprese è comunque bello, farle a chi vuoi bene é comunque bello, sarebbe d’accordo anche Don Pietro, ne sono certo. Ripensando a Don Pietro gli venne alla mente il Presepe sotto l’altare laterale, Luì era uno dei “presepisti” ufficiali della parrocchia, oltre a far suonare le campane ai funerali e alle feste comandate, si occupava anche del Presepe. Ogni anno il progetto e la realizzazione erano identici, lo stesso muschio che si tramandava di generazione in generazione, solo qualche aggiunta di fresco raccolto durante le vacanze a TraRio, ma la bae non doveva cambiare; le statuine avevano proporzioni improbabili, il Bue e l’Asinello erano più piccoli di Giuseppe e Maria, Gesù bambino sembrava un quindicenne con l’aureola anziché un neonato, i pastori erano a grandezza naturale, il fiume con l’acqua scrosciante sembrava il Rio Plata, la capanna fatta con la legna raccolta di fianco alla canonica era molto simile alla casa nel bosco in cui vive la famiglia anglo-australiana separata dai giudici pochi giorni fa,  tutto era molto surreale, ma bellissimo.

Meglio del Natale c’è solo l’attesa, non la Vigilia, ma le settimane precedenti via via a ridosso del venticinque, quando ancora tutto ti sembra possibile, quando aspetti la neve, l’accensione delle luminarie, la messa della mezzanotte, un bacio, il panettone, i cappelletti in brodo, Babbo Natale. Quando “vedrai che questa volta sarà bello”. Qualcuno un giorno disse  “bhe per noi il Natale è sempre complicato”, non ricordo chi lo disse e non ricordo nemmeno perché, ma forse era proprio lì il problema, chiamare le difficoltà in anticipo porta sempre le difficoltà ad arrivare, e questo é vero non solo a Natale.

A Natale normalmente si fa l’amore molto più spesso che in qualsiasi altro periodo dell’anno, più spesso che a giugno, lo dicono le statistiche ufficiali, lo fanno tutti, anche i più refrattari, a loro viene peggio ma lo fanno, non sanno lasciarsi andare ma si lasciano coinvolgere dall’atmosfera. C’è chi lo fa in modo incredibile, anche sulle sedie, spesso dalle 17.30 alle 18.30 che poi c’hanno altro da fare. Lo fanno anche gli amanti, insieme prima e con i rispettivi partner ufficiali poi; lo fanno anche i fidanzati, i quasi fidanzati e i trombamici. A Natale si concepiscono bambini, si cantano le canzoni, si gioca a tombola e si pensa a chi non c’è. 

“Quest’anno sarà bello”. 

Sarà. 

Sarà bello anche per chi non c’è, ne sono sicuro, ne è convinto anche Lipschitz, ecco questa certezza è il mio regalo.

Buon Natale con un mese d’anticipo, buona attesa e buona vigilia, Buon Natale anche a Luì, a Giulia e a tutte le vittime del tre, a Lipschitz e anche al pilota della Giulietta col Borsalino nero e il sigaro puzzolente che sfrecciava in superstrada, a questo però faccio una raccomandazione, rallenta, non c’è fretta, che tanto poi arrivi e tutto è finito comunque.



3 commenti:

  1. Povero Luí, sempre in balía dei sentimenti (altrui) e delle mancanze (le sue)
    Non so se amarlo o odiarlo, la mia parte che ripara e cura lo prenderebbe volentieri con sé, raccatterebbe questo personaggio e cercherebbe di salvarlo, più che altro da se stesso; la parte più ragionevole invece tutte le volte che lo legge pensa che non si può fare nulla per chi non vuole essere aiutato e nuota con destrezza dentro al suo minestrone di sentimenti e situazioni mai concluse …ah, dimenticavo, Luí non esiste, mannaggia a me , tendo a dimenticarlo e perdo puntualmente il focus

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  2. Dai ma un giorno a sto Luì voglio costruirgli una storia a lieto fine, fantasia per fantasia ti accontenterò!!!

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  3. Aspetterò con ansia! E comunque è sempre bello leggerti 😆

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