E’ buffo, nella vita ci sono luoghi, oggetti e situazioni che le persone caricano di significato, di senso, di intensità.
Si convincono che dietro a quei momenti ci sia qualcosa di unico… e quel vicoletto, quel tavolino vista mare, quel trespolo vista tigelle, quella calamita sul frigorifero, rappresentino per tutti coloro che hanno vissuto l’esperienza un qualcosa di indelebile.
Andrea era così, continuava ad essere legato a quei “simboli” ritenendoli irripetibili per lui e per lei, densi di vita e di assoluto. Per questo ritornava spesso da quelle parti, ripercorreva quelle strade, si lasciava vivere da quei dove, si sedeva nuovamente su quelle poltroncine, si estasiava respirando quei profumi come se ancora fosse tutto vero o lo fosse stato. Inconsapevole di aver vissuto e di rivivere ogni giorno un’illusione.
Ripassava spesso di fronte a quel tavolo da ping pong che stava di fianco all’ombrellone che in una fredda e nebbiosa notte autunnale aveva ospitato, ignaro, un amplesso assurdo vissuto di corsa e senza ritegno, “incredibile” si diceva, i jeans che si abbassavano, la gonna che sia scostava, il cellulare abbandonato chissà dove, straffottendosene di poter essere visti, presi solo da loro, dal momento, dalla foga. E se ne fregava se la prestazione era stata mediocre per via del vino abbondante bevuto poco prima e dall’emozione che aveva preso il sopravvento. “Solo noi” ripensava ingannandosi, solo lui era la verità.
Continuava ad ordinare pesto montanaro e scaglie di grana, mortadella e culaccia, e un calice di sangiovese riserva, controllando se il gancetto porta borse fosse ancora al suo posto sotto al tavolo. E cercava di rivivere il momento immergendosi in quei sapori tipici, scrivendo bigliettini da regalare a nessuno, convinto sbagliando che l’originale lei ancora lo conservasse da qualche parte, custodito con cura e con affetto.
Vagava tra i palazzi del centro, sotto ai portici, nelle vie più nascoste, tra la buca di San Petronio e le perpendicolari di piazza Maggiore, ostentando padronanza e savoir faire, “fidati di me, conosco sti posti come le mie tasche” diceva allora e ripeteva adesso a se stesso. Teneva ancora in tasca l’auricolare dal quale quella sera ascoltò la guida narrare storie antiche di streghe e principesse, di signorotti e dame, di impiccagioni ed omicidi. Cercava i rumori e le voci di allora, osservava le facce buffe dei satiri che dovevano proteggere i palazzi in Santo Stefano dal maligno. Fantasie.
Si divertiva a guardare il mare con il tramonto che si ostinava alle loro spalle sostituendo un poco alla volta la luce del giorno con il tepore dei lampioni retrò appena montati. Ascoltava la stessa musica di allora, quella “maledetta primavera” che martellava in sottofondo. Ma era successo davvero?
Ritornava di tanto in tanto ad arrampicarsi per le vie medioevali di quel borgo antico alla ricerca di quei ceppi puzzolenti che bruciavano stanchi su un braciere improbabile, ordinava Gin Monkey 47 annaffiato da una tonica ghiacciata, chiedendosi se quel sorriso malinconico, che ricordava perfettamente, fosse per lui o per qualcun altro.
Continuava a comprare fiori a mazzi, lo fece di nuovo per una settimana intera, non li faceva consegnare a nessuno, li riportava a casa, lasciandoli appassire 🥀 senz’acqua, quasi a volersi vendicare con loro per non aver lasciato il segno che si sarebbe aspettato. Una vendetta postuma consumata nei confronti di altri irresponsabili del fallimento. Una costante quella follia che lo attraversava da anni. Quanto male aveva fatto a chi non centrava nulla con quello che era successo?
Ignorava, o fingeva di farlo, che era ed era stato tutto finto, tutto un bluff, un’enorme presa per il culo.
La ragazza che saliva a San Lazzaro ogni mattina andava di fretta, ogni mattina la stessa strada, ogni mattina scendeva dal treno indossando un tacco arrogante, ed ogni mattina si fermava a cambiare la scarpa sedendosi sulla panchina fronte stazione, lo faceva non appena il suo compagno di viaggio la salutava per salire sull’autobus che coincideva alle 7.45. Li osservava salire le scale che dal sottopasso portavano all’uscita, lui che si avvicinava a lei, sfiorandole la mano, cercando un contatto finto casuale, lei che lo lasciava fare, compiaciuta, fintamente indifferente, tutta perfettina nelle sue mise ricercate e un po’ vintage. Clandestini pensava Andrea, ne era certo, si sarebbero risentiti certamente poco dopo, un watsappino, una mail, una telefonata, per darsi appuntamento al giorno dopo, alla settimana successiva, a giovedì prossimo, quando la moglie di lui sarebbe stata fuori con le amiche a giocare a burraco. Quali erano i loro oggetti? I loro posti? I loro ricordi indelebili? I loro profumi? Ma soprattutto erano reali, condivisi, unici, o semplicemente orpelli di storie come tante che sarebbero svaniti di lì ad un niente, per fare posto a tutto il resto che nulla centrava con loro?
Avrebbe voluto chiederle “ci credi davvero?”, ma temeva lo avrebbe scambiato per un folle, lei non avrebbe capito, e come darle torto. Chi era lui per farsi gli affari loro, un maniaco? Un serial killer? O davvero un pazzo? Si, forse stava impazzendo, anzi forse era già impazzito, imprigionato nelle sue fantasie.
Fantasia, quella era la risposta, Andrea era vittima della sua fantasia, non essendo riuscito a costruirsi una vita vera al di fuori dei doveri del quotidiano, delle imposizioni culturali che lo avevano infettato fin da ragazzino, non essendo riuscito a vivere… per dirla tutta, si era perso in un mondo fantastico a cui aveva dato le sembianze della realtà. Si era perso e non riusciva a ritrovarsi.
Fu questo ad ingannarlo, ad ingannare il suo cuore ed il suo cervello. Si era tatuato sull’avambraccio una roba così: “だってばよ!”, non aveva idea di cosa significasse, Lin You gli aveva spiegato che era una frase ben augurante, glielo aveva spiegato in giapponese e lui si era fidato, d’altronde si era fidato di chi mai avrebbe dovuto perché non farlo anche questa volta?
A chi gli chiedeva “bello, cosa vuol dire?”, lui rispondeva “vita”. Vita? Come gli era venuta in mente una roba del genere? Che vita poi? La sua? Era forse stata così interessante da lasciarsi un segno indelebile sulla pelle? E poi che significava vita? E se avesse incontrato un giapponese vero e questo gli avesse detto che quegli ideogrammi stavano per “porca la puttana”?
Andrea faceva il netturbino, dopo anni passati a fare di conto nell’azienda del cugino di suo padre si era licenziato e aveva deciso di mettere la sua laurea in economia al servizio dell’igiene urbana, e si era convinto che ogni netturbino che si rispetti debba avere un tatuaggio, ché fa macho, fa vissuto, fa “per sempre”, lo ostentava tenendo perennemente il braccio fuori dal finestrino del camioncino elettrico con il quale affrontava le vie del centro alla ricerca dei cestini da svuotare, gli sembrava affascinante.
Ma poi chi doveva affascinare? Chi?
Quel tatuaggio in realtà era l’ennesimo cimelio di una vita per finta (vita!), una roba da conservare nella teca delle illusioni insieme alle calamite, ai fiori appassiti, ai bigliettini inutili, ai gin tonic, alla storia fasulla del Cassero per giustificare quella sera in cui lei non era con lui, ai cornetti rossi portafortuna, alle ciabatte di lana di pecora, alla sfanculata dell’attico zona sicura, alle foto della tetta bronzea e consunta di Giulietta visitata in un Natale surreale e piovoso, alle chat su Telegram, alla bottiglia di Grigio e ai peperoni sott’olio. Un cimelio farlocco come i baci che credeva di aver dato mentre era solo saliva, bugiardo come gli orgasmi che venivano raccontati come fantasmagorici a lui come a tutti gli altri, ed erano tanti, gli altri. Una roba incomprensibile, disegnata da un cinese travestito da giapponese, che gli aveva addebitato 275 euro senza fattura. Affascinante? Una ciofeca.
Faceva caldo quella mattina, e Andrea sudava come un muratore di Bergamo in trasferta a Tunisi a metà agosto, mentre con la ramazza cercava di pulire il tratto che da via degli Orti arrivava in zona valle, fu lì che trovò un pezzetto di carta tutto stropicciato, “sei sempre la più bella” ci stava scritto sopra, lo raccolse, lo guardò con attenzione e lo gettò nell’indifferenziata, era sporco di sabbia e salsa di polipo, “povero patacca” disse pensando a chi lo aveva scritto… si proprio un gran patacca.

Siamo in tanti ad essere legati a ricordi di momenti passati a cui diamo un casino di importanza…noi, ma mica è sicuro che siamo stati corrisposti , capiti.
RispondiEliminaAvremmo voluto collezionarne ancora per farne una bella scorta come gli scoiattoli fanno con le noccioline per l’inverno.
Ripensiamo a quel locale, alla ballerina di lei e alla camicia di lui
Alla musica, al mare, al rossetto rosso di lei e alle mani di lui… e’ un po’ come avere tante calamite attaccate al frigo e per ognuna di esse conservare il ricordo del luogo in cui sono state comprate
Sì, mi ci ritrovo, come sempre del resto, un po’ di questo e un pochino di quello, annuso e mi sembra di sentire il profumo delle pagine di questo libro virtuale … sempre bello leggerti
Grazie
Comunque dovresti concentrarti su Andrea il netturbino!
RispondiEliminaMa perché si è fatto un tatuaggio?
Mi stai facendo notare in modo elegante che sono andata fuori tema?
RispondiEliminaMmmmm dunque…secondo me il tatuaggio è l’ennesimo ricordo di una vita passata, un souvenir fatto in un momento di debolezza per ricordare una lei che adesso non c’è più?
Comunque, la vera chicca del racconto è il bigliettino stropicciato con il suo messaggio…un chiaro riferimento al film dell’estate per antonomasia ~Sapore di sale~
Aggiungerei un ultima cosa…il fatto che ognuno di noi ci veda dentro quello che vuole in base alla propria esperienza e al proprio vissuto e’ sicuramente il valore aggiunto di questo racconto ….giusto?
No, non sei fuori tema!
RispondiEliminaSolo mi sembrava tu avessi trascurato un po’ il povero Andrea, che chissà davvero che cosa diavolo sì è scritto sul braccio🤣
Credici!
RispondiEliminaPer me c’è scritto: “Andrea sei un coglione”
RispondiEliminaSempre bello leggerti
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