Ai Suma, Barbera d’Asti 2016 e le occasioni speciali

“Accendiamo le candele?”

“Mah così? Tutte? Non l’ho mai fatto sai? Anzi una volta da solo, volevo vedere l’effetto che faceva cenare a lume di candela, ma le ho spente subito”

“Dai accendiamole, ecco i fiammiferi”

I fiammiferi. Bastoncini legnosi con la capocchia in trisolfuro di antimonio e zolfo, un pezzo di post modernariato per cultori, praticamente introvabili negli ultimi anni, qualche scatolina ancora resiste nei tabacchi di campagna, in qualche bar della stazione e da “Oscar il paradiso della piada. Squacquerone, Prosciutto, Sigarette e Accessori” all’uscita di Cattolica, nella rotonda principale subito fuori dal casello, Oscar li tiene perché il padre in gioventù aveva una fabbrica di prodotti per il fuoco, tra cui i minerva, le zollette accendi tutto al cherosene e i posacenere personalizzati, Oscar è affezionato ai fiammiferi, li trova molto più romantici degli accendini.

E romantiche erano pure le candele, in due facevano davvero atmosfera, peccato non averlo fatto prima. 

La cosa strana era che la cera non si accumulava scendendo, Luì avrebbe voluto vederla crescere  alla base delle aste del candelabro, come nei film, avrebbe voluto vedere le montagnole di goccioline di cera fusa prendere forma, tipo stalagmiti, tipo le storie degli innamorati che partono piano piano, goccia dopo goccia, e finiscono (alle volte) per formare delle vere e proprie colline, strati di vita incastrati e fusi gli uni sugli altri.

Invece le candele bruciavano lasciando tutto bello pulito, ordinato, senza sbavature. Solo un filo di fumo grigio e molecole di CO2 in libertà, residuo di quella lenta combustione. Pure quello muoveva dentro i binari della perfezione, una vera condanna penso Luì, “anche le candele bruciano a cazzo”, nessuna sorpresa, nessun imprevisto, la fiamma si ostinava tra il giallo intenso, il rosso e qualche debole scintilla solitaria. Poteva chessó virare al verde prugna?! E perché non al nero petrolio? O al blu cobalto? Così per confondere le acque, dare un segno, invece niente, tutto da manuale, come al solito.

La Ribolla era gialla, il baccalà mantecato faceva la sua sporca figura, i sushini romagnoli al tonno saziavano quanto necessario, la serata filò via liscia, tra una risata, una massima di vita, un brindisi, i calzini sotto al letto di fianco ai boxer neri e ad un reggiseno mezza coppa in pizzo damascato di pregiata fattura (come lo descriveva la pubblicità della Victoria Secret, non l’originale, ma una tipa di Ozzano di nome Vittoria e cognome Segreto, ma con la passione per l’inglese e un negozio di merceria vicino la stazione).

Fu l’ultima volta che si videro. Il marito di lei fu molto contrariato quando la beccò che usciva dal portone di quel palazzo bianco alle 2.35 di notte, e sostenere che lì ci viveva la Romina non fu semplicissimo e ancor meno semplice fu fargli credere che doveva consolarla perché le era morto un pesce rosso, suicida, saltato fuori dall’acquario per protesta contro quella vita costretta tra quattro vetri. Ma si sa, quando si vuol credere lo si fa, anche all’impossibile, e il marito alla fine credette, tanto che fece pure le condoglianze alla Romina per la dipartita di Rosso (il pesce - nda). Luì nel frattempo aveva spento le candele per dare l’idea dell’assenza, “se non puoi batterlo nasconditi”.

Non doveva accenderle, doveva fare come con la bottiglia di vino che giace sigillata nel mobiletto d’angolo, la bottiglia che Fiammetta gli regalò sei anni prima, un rosso importante, un Barbera d’Asti del 2016, cantina Braida. “Ai Suma”. “Aprilo in un’occasione davvero speciale, lascialo decantare e fallo assaggiare solo a chi sa apprezzarlo”. Fiammetta era una sua cara amica, saggia, bellissima e un po’ somellier. 

Ci sono robe a cui si dà un sacco di significato, senza un vero motivo e spesso senza nemmeno ricordarsi il perché, “questo lo faccio solo se…”, “questa la userò solo quando…”, “di là non passo più…”. Un po' come il cellophane sulla scala in arredo, quella scala che salvò la vita di Luì tanti anni prima, il ritardo nella consegna impedì che andasse fino in fondo nell’errore che aveva e stava compiendo, e pertanto da allora decise di lasciarla protetta e non la spacchettò, cellophane e cartoncino numerato, un numero per ogni gradino, quindici per l’esattezza. Gli sembrava una forma di rispetto, una delicatezza verso quell’oggetto salvifico.

“Toglierò quell’ambaradan dai gradini quando darò un senso a questa casa” andava raccontando a tutti quelli che gli chiedevano “… e sta roba???”. Lo ha fatto questa sera, dopo quindici anni, non perché abbia trovato il senso, quell’appartamento costruito a sua immagine e somiglianza non lo avrà mai “un senso”, o non lo avrà più, che in fondo è la stessa cosa, ma lo ha fatto ugualmente contravvenendo al proprio proposito che resisteva da tre lustri giusti giusti. La ragione non la sappiamo, forse mercurio retrogrado in acquario, o forse no, ma vi garantisco che è successo.

Ora resta solo la bottiglia, l’occasione speciale non è capitata, o se è capitata è sfumata prima che ci fosse il tempo di organizzare l’apertura, o probabilmente non c’è stato chi avrebbe saputo apprezzare (come gli aveva prescritto Fiammetta), “il rosso infiamma, molto meglio la birra” avrebbe dichiarato per declinare l’invito l’ospite che forse si sarebbe potuta avvicinare allo speciale.

Le occasioni speciali? Ma esistono davvero? E che cosa è davvero speciale? Credo che la specialità dell’attimo sia spesso  sopravvalutata e caricata di significati eccessivi, o spesso utopici, ecco sì utopici, e Luì é un maestro di utopia e pure di attimi. Attimi che sfuggono, che ritornano, che risfuggono, “l’attimo fingente” o s-carpe diem, gli attimi impossibili, impossibili da prendere, da trattenere e pure da baciare. Il problema è che gli attimi si riaffacciano, o si rinfacciano, come i peperoni, li assaggi e ti si ripropongono per l’eternità, che lo so che non è poetica come metafora, ma credo renda l’idea.

Suonarono alla porta, prima di aprire volle sincerarsi che non fosse il marito agitato della sera prima, controllò dallo spioncino, nulla; poi il videocitofono, nulla; poi un’occhiata dalla finestra fronte strada ma ancora zero; e fu per questo che decise di andare direttamente al portone e aprire, immaginava si trattasse di uno scherzo a quel punto ma non voleva correre il rischio: “magari é l’attimo che ha deciso di ripassare di qua”. “No! Niente nemmeno stavolta”, ma fu quando stava per richiudere che si accorse di quei tre fiori adagiati sulla soglia, due rose e un girasole, e un piccolo biglietto anonimo carta avorio: “per Te!”.

Luì li raccolse, si guardò attorno diverse volte… il deserto. Non capitava mai che facessero sorprese a lui, o capitava molto raramente, era spesso vero il contrario, ne fu lusingato e un po’ stordito, come succede spesso di fronte alle piacevoli novità. Decise pertanto di rientrare, “dove li metto ora?!”, vasi non ce n’erano…. poi si ricordò del decanter, ne aveva ben due nel cantonale in noce, pure quelli mai usati, li prese entrambi, il primo lo riempì d’acqua e gli cacciò dentro le due rose e il girasole, nel secondo adagiò invece un rosso importante appena sbocciato… un Barbera d’Asti 2016 direte voi… no, un sangiovese riserva della Coop del Borgo, 14 gradi di vera passione, i fiori l’avevano messo di buon umore, pure se erano anonimi e destinati a restarlo, pure se erano fuori stagione, pure se il giallo tra i due rossi era davvero lucente, ma l’utopico Luì il Barbera non lo stappò, perché lo farà  solo e soltanto se sarà “vera occasione vera”…. Quind magari la prossima volta, e lo farà anche se sarà solo “un attimo di vera occasione vera”… sì promesso, anche solo un attimo, ché poi tutto passa e restano solo gli avanzi, si sa.







Natale a casa Lipschitz


Come ogni giovedì era andato dal dott. Lipschitz, come ogni giovedì, dopo sessanta minuti di full immersion introspettiva, si era fermato a pranzare da “Mexico cucina p🌶️cante”, aveva pasteggiato con una chicken guacamole e tre calici di Ribolla Gialla, e ora stava rientrando verso casa.

La playlist era quella delle grandi occasioni, delle grandi occasioni perse, fatta di Ornella (che in quel periodo devo dire era davvero abusata dalla massa), Bruno Lauzi, Loretta Goggi e Giorgio Conte; in superstrada le auto sfrecciavano come non ci fosse un autovelox, lanciata alla velocità della luce lo superò financo un’Alfa Romeo Giulietta turbodelta del 1978 come quella di suo zio, la stessa con cui lo andava a prendere il sabato all’uscita da scuola ormai quarant’anni prima, al volante un signore di mezza età con un sigaro puzzolente in bocca  e un Borsalino nero. Luì non aveva fretta, aveva deciso di non rientrare in ufficio, la sera prima si era fermato fino a tardi per chiudere la pratica della RanXerox Utility e oggi poteva prendersela comoda, non aveva voglia di fare nulla.

Il cellulare squillava con insistenza, era di nuovo lei, Giulia, la sera prima si era arrabbiata a bestia, “sei veramente una testa di cazzo”, ma lui era stato solo sincero “non ne ho Giulia, c’ho provato ma non ci riesco, non ne ho davvero, perdonami…”. “Non ne ho” era diventato il light motive di ogni storia iniziata e finita nell’arco di tre giorni, la regola del tre, un teorema, o un postulato, non sapeva rispondere, ma era un fatto. Giulia tra l’altro si era fermata a due uscite, troppo coinvolta.

Non rispose al telefono, le sarebbe passata, in fondo meglio così, soprattutto per lei, era giovane, di belle speranze, le sarebbe passata sì, ne era certo. 

Prima di salire in macchina aveva chiamato anche Stefano: “Non lo vendere eh! Mi si sono allungati i tempi, riesco a concludere ma stipulerò non prima di settembre, te aspettami”. L’appartamento lo voleva, ma aveva necessità di fare cassa, non poteva farsi sfuggire quella chicchina vista mare, ma non voleva nemmeno incasinarsi oltremodo, lo aveva già fatto troppe volte e non aveva più l’età per fare azzardi, di indebitarsi non aveva nessuna intenzione, fare tutto da solo era un vantaggio ma anche un limite, ma non aveva alternative, un po' per carattere e un po’ per destino.

Il cortisolo troppo alto era un segno inequivocabile, il dottore glielo aveva detto, “Luì te ti devi calmare”, proprio così, “te ti”, che non era proprio una locuzione propriamente scientifica ma rendeva l’idea più di altro, e Lipschitz era davvero bravo a rendere l’idea, anche se Luì poi non lo ascoltava mai. 

Invecchiare non gli portava saggezza, l’esperienza acquisita per lui era solo lo strumento che gli consentiva di rendersi conto di continuare a fare errori. In fondo era un’ariete ascendente ariete, “testardezza 1000%” stava scritto nelle caratteristiche del segno stilate da Simon & the star, il suo nuovo guru stellare on line, e con sta cosa in parte si crogiolava ed in parte si giustificava.

Quando non sai uscire dalle situazioni hai bisogno di darti delle giustificazioni più o meno plausibili, e dar la colpa agli astri é più facile, “causa di forza maggiore” é sempre meglio di “sei un coglione”, e il destino scritto nelle stelle è una causa di forza maggiore, lo dicevano anche gli oracoli romani secoli or sono.

Nel frattempo avrebbe fatto un salto in palestra, mezz’ora di panca, dieci minuti di tapis roulant, due addominali, venti minuti di bagno turco. Anche se quei due marocchini che infestavano la Spa da un mese a quella parte gli stavano parecchio sulle balle, tutte quelle consonanti che caratterizzavano le loro conversazioni continue a voce altissima lo infastidivano da matti, “ma che cazzo avranno da raccontarsi ogni giorno? Ma non possono starsene zitti almeno un quarto d’ora?!”, in fondo non aveva torto, se quella doveva essere una zona relax si doveva fare silenzio, stava pure scritto all’ingresso: “fate silenzio”, e sotto avrebbe voluto aggiungere “per Dio”, ma non aveva con sé l’Uniposca nero con cui normalmente imbrattava le colonne dei portici di Bologna e quindi lasciò correre.

Quattro gradi e una bora insistente lo accolsero al suo arrivo nel parcheggio della Cosmos, gianetta in termini tecnici, la bassa temperatura lo aiutava a ragionare, o forse a sragionare sarebbe più giusto dire, il vento dell’est scendeva direttamente da San Leo dopo essere partito da Kharkiv (questa é un’allegoria che si sposa con i tempi, giusto per dare un tocco d’attualità a questo racconto - nda), il week end precedente se n’era andato a fare una gita prima in spiaggia e poi su in vetta al monte, ed era chiaro che sarebbe durata a lungo la cosa, in fondo l’inverno stava entrando nella sua fase clou, pareva proprio che quell’anno il Natale sarebbe stato meteorologicamente tradizionale.

Già il Natale, come lo avrebbe passato? Con sua figlia ok, a sto giro toccava a lui, ne era molto felice, e poi? I regali? Quanti? A chi? Che Natale é senza regali? Si lo so, non è abbandonandosi ad un consumismo decadente che si deve festeggiare il compleanno di Gesù, ma fare regali é comunque bello, fare sorprese è comunque bello, farle a chi vuoi bene é comunque bello, sarebbe d’accordo anche Don Pietro, ne sono certo. Ripensando a Don Pietro gli venne alla mente il Presepe sotto l’altare laterale, Luì era uno dei “presepisti” ufficiali della parrocchia, oltre a far suonare le campane ai funerali e alle feste comandate, si occupava anche del Presepe. Ogni anno il progetto e la realizzazione erano identici, lo stesso muschio che si tramandava di generazione in generazione, solo qualche aggiunta di fresco raccolto durante le vacanze a TraRio, ma la bae non doveva cambiare; le statuine avevano proporzioni improbabili, il Bue e l’Asinello erano più piccoli di Giuseppe e Maria, Gesù bambino sembrava un quindicenne con l’aureola anziché un neonato, i pastori erano a grandezza naturale, il fiume con l’acqua scrosciante sembrava il Rio Plata, la capanna fatta con la legna raccolta di fianco alla canonica era molto simile alla casa nel bosco in cui vive la famiglia anglo-australiana separata dai giudici pochi giorni fa,  tutto era molto surreale, ma bellissimo.

Meglio del Natale c’è solo l’attesa, non la Vigilia, ma le settimane precedenti via via a ridosso del venticinque, quando ancora tutto ti sembra possibile, quando aspetti la neve, l’accensione delle luminarie, la messa della mezzanotte, un bacio, il panettone, i cappelletti in brodo, Babbo Natale. Quando “vedrai che questa volta sarà bello”. Qualcuno un giorno disse  “bhe per noi il Natale è sempre complicato”, non ricordo chi lo disse e non ricordo nemmeno perché, ma forse era proprio lì il problema, chiamare le difficoltà in anticipo porta sempre le difficoltà ad arrivare, e questo é vero non solo a Natale.

A Natale normalmente si fa l’amore molto più spesso che in qualsiasi altro periodo dell’anno, più spesso che a giugno, lo dicono le statistiche ufficiali, lo fanno tutti, anche i più refrattari, a loro viene peggio ma lo fanno, non sanno lasciarsi andare ma si lasciano coinvolgere dall’atmosfera. C’è chi lo fa in modo incredibile, anche sulle sedie, spesso dalle 17.30 alle 18.30 che poi c’hanno altro da fare. Lo fanno anche gli amanti, insieme prima e con i rispettivi partner ufficiali poi; lo fanno anche i fidanzati, i quasi fidanzati e i trombamici. A Natale si concepiscono bambini, si cantano le canzoni, si gioca a tombola e si pensa a chi non c’è. 

“Quest’anno sarà bello”. 

Sarà. 

Sarà bello anche per chi non c’è, ne sono sicuro, ne è convinto anche Lipschitz, ecco questa certezza è il mio regalo.

Buon Natale con un mese d’anticipo, buona attesa e buona vigilia, Buon Natale anche a Luì, a Giulia e a tutte le vittime del tre, a Lipschitz e anche al pilota della Giulietta col Borsalino nero e il sigaro puzzolente che sfrecciava in superstrada, a questo però faccio una raccomandazione, rallenta, non c’è fretta, che tanto poi arrivi e tutto è finito comunque.



Louis Vuitton… difficile farne a meno

Che poi come riusciva a stipare tutta quella roba nella Panda 4x4 bicolor resta e resterà un mistero, ogni mattina la stessa storia, uno zaino North Face extra large il cui contenuto non è dato conoscere, una borsa media arancione per la palestra, una borsa porta PC e - chiaramente - l’immancabile Vuitton, l’unica che cambiava con una certa regolarità, quella volta era una OnTheGo PM argento barluccicante.

La radio dell’utilitaria (che se l’era portata via con l’equivalente di due Vuitton e mezzo dal concessionario dell’usato di via del Macellaio 18) sparava a bomba America di Gianna Nannini, e lei cantava di rimando mentre scendeva caricandosi di tutto quell’armamentario.

Quando lo incontrò non si accorse immediatamente di lui, non lo incrociava da mesi, forse da più di un anno, non si erano più sentiti, nemmeno per sbaglio (perché sì, di sbaglio si sarebbe trattato), tantomeno visti, lei se n’era andata da casa di lui un sabato sera qualunque, senza dire più una parola dopo aver semplicemente sentenziato “non ti amo più… e forse non ti ho mai amato”, lo fece una sera di fine inverno in un sussulto di rara sincerità, portandosi via il niente che teneva lì, un libro, una copertina leopardata in plaid, il tostapane. Le ciabatte no, quelle le aveva comprate Angelo per lei ma erano sue.

Ora non vi starò a raccontare quello che fece lui subito dopo, né quello che fece lei, il tutto coinvolge un sacco di gente, e la storia si incasinerebbe senza costrutto, posso solo dirvi che si tratta delle solite cose che succedono sempre in questi casi e che tutti giurano (prima) che “a loro mai, loro non sono così”, ma sappiatelo: “sono tutte cagate!”. 

Loro sono così, lei è così (cazzo se lo é), lui è così.

A inizio primavera Angelo si trasferì, lo decise all’improvviso, dopo essersi dimesso dal suo incarico di Direttore Finanza della Rossi & Co. (che nome banale!), decise di accettare la proposta di un conoscente che si occupava di recruiting ed entrò nello staff del Capitol, un albergo sulla costa, 4 stelle con la S. Si sarebbe occupato di conti anche lì, ma lo avrebbe fatto vista mare e con un occhio alla reception e alle receptionist, che faceva un sacco esotico, pur trovandosi nel cuore della Romagna e della piadina.

A volte per uscire dal dramma (con tutto il rispetto per i drammi veri) occorre cambiare radicalmente tutto, tutto ma proprio tutto: ambiente, vita, amici (che tanto poi amici veri non lo sono mai), la macchina, i calzini, gli occhiali, le trombamiche, i bar, la marca di crocchette per il cane, il deodorante, il parrucchiere, il supermercato sotto casa, la casa (che così il supermercato viene da sé). Angelo così fece. Senza tentennamenti, senza rimorsi, con un sacco di rimpianti.

Per questo non si aspettava di vederla, lei era sempre lì ok, lì dentro di lui, una terribile per quanto delicata, quotidiana, inevitabile, rassicurante, sexy e stronza ossessione, ma posizionata a 100 km di distanza, quella era la prima barriera che aveva forzatamente frapposto fra loro. Ne ricordava il profumo, la voce, i colori, la postura, l’allure per farla breve, ma l’aveva sepolta per sempre (forse rinunciando a vivere), troppo testa di cazzo persino per lui, che di teste di cazzo si intendeva parecchio.

La riconobbe immediatamente va da sé, non fece nemmeno finta di non essersi accorto, non inscenò neanche la tecnica dello “svenimento che cade a fagiuolo” che spesso usava per evitare le persone che non voleva incontrare, continuò banalmente ad andarle incontro, con quel suo fare claudicante per via della tallonite bilaterale che lo infastidiva da settimane. Il cuore accelerò di tre quarti, pensava peggio, (e lo pensavo anch’io - nda), “sei ancora bella…” pensò, “la più bella” aggiunse. Faceva caldo, anzi no, faceva tiepido.

Anche lei lo riconobbe, va da sé pure questo. Iniziò ad ondivagare (licenza di scrittore, lasciatemi fare), la borsa arancione, che ora lo possiamo dire era davvero brutta, iniziò a pesare come un macigno, nella testa le si aprì un mondo: “adesso attacca con il suo pippone, nooooo, ma che… ma perché qui?! Non passava mai di qua, ma checcazzo, mi tiene un’ora, e poi dopo mi scriverà, e magari pure i fiori, e ricomincerà lo so e non ne ho davvero voglia di starlo ad ascoltare, con quel tono sempre uguale, le sue frasi ad effetto,  lo sguardo da totano, tutto quel gesticolare… dai ma perché??”.

Ecco, ora erano uno di fianco all’altra, lei rallentò, lui sorrise e con un groppo in gola grande quanto una mela disse “ciao…” e, zoppicando,  proseguì senza voltarsi.

Per tre settimane, ogni giorno, lei passò di lì, stesso parcheggio, stessa ora, stessa Panda, solo la Vuitton era diversa. Non lo vide più. Non le aveva scritto, non le aveva mandato fiori, non le aveva fatto pipponi. Il lunedì della quarta decise di passare da via del Babbuino anche se l’allungava di dieci minuti, non voleva correre il rischio di non incontrarlo di nuovo. 

“Mi manchi, razza di uno stronzo… un messaggino potevi mandarmelo”… questa volta fu lei a pensare senza dire,  rimettendo in spalla il North Face e avviandosi verso l’ufficio con passo svelto.

Lui da lontano la guardava allontanarsi, nascosto dietro ad un platano come ogni giorno da tre settimane e un lunedì a quella parte, ogni giorno 100 km così, “sei sempre la più bella… anche se non so che cazzo ci tieni dentro a quello zaino”.

E fu così che il sole, continuando a fare il suo sporco lavoro, alzandosi ostinato, diede luce anche a quella ennesima giornata di merda.





La Sambuca della Camst

“Come stai?”

“Sono triste,  terribilmente triste, fottutamente triste, ma di un triste che vaffanculo triste… per il resto tutto bene”.

“Dai… bene… oggi fa davvero freddo, brrr 🥶, è arrivato l’inverno”

“Come stai?” è  una di quelle domande che spesso si fanno senza aspettare una risposta, ma soprattutto senza ascoltarla nel caso venga data, perché nove volte su dieci non ci interessa, si chiede perché si deve chiedere, così, per attaccare discorso quando proprio non se ne può fare a meno, un po’ come “ciao, da quanto tempo… che bello“… detto in sala d’attesa dal medico di base a quella di cui non ricordi nemmeno più il nome, mentre stavi aspettando il turno per fare il vaccino antinfluenzale ed in realtà l’avevi incontrata due giorni prima, al mercato, all’altezza della bancarella del formaggio e ti eri deliberatamente spostato sull’altro lato del viale per evitarla. 

Semplicemente perché non avevi nulla da dire e non avevi tempo da perdere, e se ce l’avevi, perché ce l’avevi visto che il sabato non hai mai nulla da fare, non volevi farlo con lei.


E così Luì si divertiva a dare risposte a cazzo, per vedere la reazione dell’interlocutore, “per vedere l’effetto che fa”, per trovare conferma alla regola del “viviamo convenzionalmente ognuno perso nei propri naturali egoismi”. 

E per questo si sorprese da matti quando la ragazza bionda che stava dietro lui in fila alla cassa (e che per inciso aveva comprato solo un budino proteico alla vaniglia private label Coop e nonostante ne avesse diritto non aveva usato la cassa automatica), incrociandolo al parcheggio gli disse: “vaffanculo triste credo sia proprio triste triste… dovresti bere uno Jäghermaister”.


Bionda, capello irritato tra il mosso e lo spettinato, fare sbarazzino, sguardo intensissimo, uno smanicato di visone  su giubbotto di jeans, occhiali da sole sulla testa, stivaletto texano mezza altezza, un culo e due gambe stellari, una sigaretta self made in procinto di essere accesa, fuseaux in similpelle nera, ed un budino proteico alla vaniglia infilato in una Louis Vuitton che non si poteva definire di “primo pelo” ma aveva tutto il fascino retrò che si addiceva al personaggio, le labbra rifatte.


Luì alzò lo sguardo, non sapeva esattamente cosa rispondere e come rispondere, e se ne uscì con un “e perché non una Sambuca Molinari?”.

“Ci sta, vada per la Sambuca Molinari”.

Si ritrovarono così al bar della Camst a bere Sambuca alle 16.45 di un giovedì pomeriggio di metà novembre.

Lei faceva la logopedista infantile, amava viaggiare, non in auto però, aveva un tatuaggio stilizzato sul polso, un figlio post-adolescente che studiava a Urbino, avrebbe voluto un cane ma non ne aveva coraggio, si allenava con regolarità, giocava a canasta, le piaceva un sacco leggere, guardare le serie legal su Netflix, dire parolacce e frequentare locali dove si suona la musica dal vivo, preferibilmente rock, anni ‘80 e Jazz..

Avrebbe pagato anche 765 € per un quadretto originale di Frida Kahlo che baciava Diego Rivera.


Di Luì già sapete tutto, inutile approfondire ora. 


“Perché sei triste”

“Perché passo la vita ad aspettare”

“Chi?”

“E perché non cosa?”

“Perché dietro ad ogni cosa ci sta un chi, e quindi meglio andare all’origine per avere una vera risposta”

“Te lo hanno insegnato al corso di Logopedia tre?”

“Ma lo sai che aspettare è un po’ morire, e chi passa la vita ad aspettare non vive? E anzi spesso è morto e non lo sa?”

“Hai fatto anche Filosofia due?”

“No, l’ho letto sulla carta di un Bacio Perugina che mangiai un pomeriggio di qualche anno fa mentre assistevo ad una lezione di Diritto dei Sentimenti”

“Facoltà?”

“Giurisprudenza ca va sans dire”

“Bologna?”

“Lugo”

“Dai scema, sii seria”

“Hai sorriso, non sei più triste”

“Sì ma è la Sambuca”

“Bologna comunque”

“L’avevo capito”

“Da cosa?”

“Da come rolli la sigaretta”

“Perché sei qui?”

“E tu?”

“Non si risponde ad una domanda con una domanda”

“Allora perché volevo rimorchiarti e non ti ho trovato su Tinder”

“Hai cercato male”

“Forse mi hai bloccata”

“Forse ti sei bloccata”

“Forse è più bello così”

“Forse”

“Andiamo?”

“Dove?”

“Da te”

“E poi?”

“E poi dopo mi porti a cena al mare a mangiare il polpo arrosto con la cicoria ripassata al burro”

“Non è meglio aspettare?”

“Non lo credi nemmeno tu”

“Per la cicoria intendo, non è stagione”

“E come lo sai”

“Da giovane ho fatto l’ortolano”


Si svegliò tutto sudato quella mattina, quel sogno lo aveva affaticato, era a colori, un mix di vero, verosimile, buffo, finto, impossibile, ricordi mai accaduti, profumi.

Ma più di tutto era sottosopra per via di due robe, guardandosi allo specchio mentre faceva toeletta ricordava perfettamente il tono di voce di quella “sconosciuta” ed il dentifricio sapeva di Sambuca.







Nessuno si salva da solo… soprattutto se il treno è in ritardo


Sai quando dici le giornate incastrate? Quelle che alle 8.00 sei qui, alle 10.00 vai là a cento kilometri di distanza (scritto per esteso che rende più l’idea), alle 12.20 parti per di lì ad altri cento, un pezzetto in auto, poi a piedi, poi il treno, poi di nuovo a piedi, poi non lo sai.

Beh un vantaggio c’è, non hai troppo tempo per pensare o almeno non dovresti averne, a meno di non essere un overthinker (che poi tu l’inglese lo hai sempre odiato ma ti rendi conto che a volte sintetizza meglio di qualsiasi altra lingua), e dato che lo sei… inizi appena sveglio a overthinkare, in bagno, prima sul wc e poi lavandoti i denti, poi mentre raggiungi il parcheggio, poi fermo al semaforo, poi di fronte ad un caffè troppo caldo osservando la tua nuova barista quasi preferita tanto è stronza, e ti chiedi: “ma le labbra sono botulinizzate o no? E anche fosse? In fondo le donano ugualmente, a lei e alla sua stronzaggine finemente trascurata…”, e non riesci a non chiederti se è fidanzata, quanti anni ha, quanti anni ha il suo fidanzato, se lo ha mai tradito, se lui ha mai tradito lei, se hanno un falso profilo su Tinder l’uno all’insaputa dell’altra, se vivono insieme, dove, “ce l’hanno il Bimbi?”, “si amano?”, “vorranno dei figli?”, “e il Folletto Virwerk senza fili?”, e chiosi immaginandoli a cena da “Silvano” il giovedì, cercando di immaginare pure i loro dialoghi, i loro temi di conversazione, dando per scontato (inopinatamente) che conversazione ci sia.

E prosegui in camera iperbarica dove la tipa che ti sta a fianco, la numero 3, troppo bassa e troppo piena di sé senza nessuna ragione, quando il tecnico di sala le dice-chiede: “signora l'orologio è subacqueo? Se non lo è rischia di danneggiarsi, dovrebbe toglierlo”, lei risponde “è un Rolex” , sotto-intendendo “ma non l’hai riconosciuto barbone di un povero?!”, e tu non puoi non pensare - osservando di sottocchi la numero 12 che ti sta seduta di fronte e che nel frattempo ha alzato il sopracciglio sinistro - “sticazzi, magari investi due spicci pure sul botulino e sistemati le labbra, che così scialbe col Rolex stonano parecchio”. E comunque se é subacqueo, il Rolex s’intende,  resta un mistero.

Chi ostenta ricchezza è spesso ricco davvero, e non è una scontatezza nel mondo della leva finanziaria spinta al massimo (leggasi debiti della madonna sottoscritti a nastro), e altrettanto spesso - soprattutto nel caso emblematico dei pidocchi rifatti - è pure arrogante e noioso e brutto e rumoroso, quasi una sorta di karma che spiega: “È la vita che ti parla, ti ho fatto nascere povero e brutto, ma ho deciso di farti ricco, sappi però che proseguirai rompicoglioni fino alla fine dei tuoi giorni, subendo e facendo subire a tutti le conseguenze”. 

I ricchi di nascita sono invece normalmente belli, patinati pure dal vivo, capello fluente pettinato e pelle delicata, nati ricchi vivono giustamente come tali, scivolando con grazia sulle cose del quotidiano con un disincanto che fugge la comprensione dei normo patrimonializzati, con una nonchalance che spesso viene scambiata per protervia quando in realtà è solo destino.

Le giornate incastrate e l’overthinker antecedente o conseguente,  ti fanno rendere conto che soli è più difficile che in compagnia, e questo è un fatto, non puoi e non vuoi  chiedere una mano a nessuno (che non è fondamentale s’intende,  ma potrebbe comunque farti sentire leggermente più appagato di Matteo Ricci dopo i risultati delle regionali nelle Marche), devi contare solo su te stesso, sui tuoi mezzi e un po’ anche sui mezzi di RFI (costantemente e ostinatamente in ritardo anche quando non è sciopero generale) o della Coop Trasporti se hai l’auto in officina.

Alcuni ci riescono, altri no. I primi non sono migliori dei secondi, sono solo diversi, necessitano, anzi bramano, anzi anelano, di stare in compagnia. Ma in compagnia di chi? “Di un uomo, di una donna o di un cane” direbbe Zucchero, in realtà in compagnia della qualunque.

So di certo che ci sono matrimoni che reggono sull’effetto treno: “ma se divorzio chi mi porta in stazione?”; altri sull’effetto venerdì: “ma se divorzio chi tiene Luigino il venerdì sera?”; altri sull’effetto Ikea: “ma se divorzio chi viene con me all’Ikea”. Il matrimonio di Anna, pantera social acchiappa like,  regge sull’effetto moltitudine: “se divorzio chi scelgo dopo, sono troppi”. Conosco uno che resta sposato perché non sa piegarsi i pantaloni e sa cucinare solo polpette surgelate, ama spesso dire: “in fondo che cos’è l’amore se non una bella piega sul panta appena ti alzi, e una bella bottarella dopo cena, il mercoledì, a settimane alterne, nei mesi pari, negli anni bisestili!?”.

So di certo che quello che ho scritto è vero.

So di certo che ci sono relazioni clandestine che reggono sulla scia dei matrimoni che non saltano per le ragioni appena descritte. Nà garanzia!

“Nessuno si salva da solo” ha scritto Margaret qualche tempo fa, il libro non l’ho letto, almeno non ancora, ma il titolo preso nella sua sinteticità credo sia un po’ ingannevole, manca il sottotitolo, si salva da cosa? O da chi? O da chi e che cosa? Forse ha ragione, da soli non ci si salva, da soli si consuma e ci si consuma, da soli si va al mare, al cinema, a teatro, a mangiare la pizza, in bagno, al lavoro, a Merano, a comprare TV Sorrisi e Canzoni, si guarda Uomini e Donne su Mediaset Extra, da soli si installano botole in camera da letto, si offrono cene a nastro a sconosciute che ti raccontano della loro vita e tu a loro della tua (omettendo tutte le cose significative) e a nessuno dei due frega un’emerita minchia di niente perché l’unica cosa che conta è consumare il tempo e fuggire (da qualcosa o più spesso da qualcuno) o al massimo trombare dopo cena senza sognarsi di fermarsi a dormire (tutto volutamente scritto senza punteggiatura per dare il senso).

Da soli si assapora la libertà. E’ vero? Forse sì, ma la domanda da porsi dovrebbe essere un’altra: “è così importante la libertà?!”. Se lo chiedi ad un ergastolano ti direbbe di sì va da sé, se lo chiedi ad un nordcoreano probabilmente non ti risponderebbe per paura di essere cannoneggiato, se lo chiedi a Totti ti direbbe “il Rolex alla signora dell’iperbarico gliel’ho regalato io”, se lo chiedi a me risponderei:  “Sì è importante la libertà, molto importante, le hanno dedicato pure una statua mica a cazzo, ed è importante la libertà di essere liberi, di amare davvero (è rarissimoooo), di andare, di stare, di sognare, di dormire la notte, di essere sè stessi, di non impazzire se il treno è in ritardo, ma anche di farlo se ci va. È importante la libertà di essere e pure un po’  di avere, è importante la libertà di dire la verità in questo mondo di ipocriti e ipocrite, e perciò quindi sì, è importante la libertà, ma é importante pure il bello.

Sta imbrunendo, mentre sorseggio un Refosco riserva al tavolino di un bar-bistrot vista tangenziale, arriva una bellissima ragazza, si siede poco distante da me, altre amiche già l’aspettavano, è arrabbiata al limite dell’incazzo, la giacca sulle spalle vibra tanto è nervosa, prende un vino bianco “secchissimo, il più secco che c’è” chiede al barista, prima uno e poi due, infama l’ex compagno per una cosa di figli che essendo sordo in parte mi sfugge, nei suoi occhi il fiele, l’amore perduto, l’azzurro, la rabbia, la gelosia, le bollette dell’Enel che si accumulano, e lì in un angolino, giusto giusto di fianco al condotto lacrimale sinistro, una stilla: la voglia di essere felice ancora una volta. Qualcosa di nuovo e mai provato, che probabilmente morirà nella culla del piuttosto, ma ora è lì che cerca di uscire, come un bimbo al nono mese e due giorni compiuti.

La guardo, lei mi guarda e pensa: “e questo che cazzo vuole?!”, mi avvicino e le dico, “e falla uscire quella roba dai, molla, sii coraggiosa, liberati, bevi pure il terzo calice se ti va, ma liberati, sorridi, incazzati, urla, mandalo a fare in culo, ma vai!!”

Lei mi guarda e mi fa: “tutto qui?!”. “No” dico io, “nella tua solitudine maledetta o salvifica che sia ricordati solo di una cosa, non ti innamorare mai più, non lasciare agli altri la libertà di prenderti per il culo… perché nessuno si salva da solo, ma da solo ti salvi dagli altri…”.


Questa di Alissa è la storia vera…

Era forse la terza volta che andava a trovarla in ufficio, secondo piano del condominio delle Cicogne, giusto sopra il magazzino del Conad, stanza d’angolo, vista invidiabile su pallet carichi di Levissima, Sant’Anna e San Benedetto da 1,5 e 2 litri.
Orario sempre lo stesso, 19.45, quando anche Gisto, il geometra dello studio affianco, aveva mollato Autocad per rientrare da Gina che lo aspettava con il petto di pollo diggià adagiato nella Ballarini fondo acciaio 18/10.
Si erano incontrati inaspettatamente un paio di settimane prima, un lunedì tardo pomeriggio al supermercato lì di sotto per l’appunto, lei lo notò alla cassa, aveva comprato crocchette di merluzzo Findus, due tomini avvolti nello speack e una busta di valeriana pre-lavata marchiata “Fresco della madonna” (una roba nuova fatta apposta per Conad pare), una spesa da single indomito insomma. 
È inutile indugiare sul gioco di sguardi, il “ti è caduto lo scontrino”,  quindi “oh grazie, sei molto gentile”, il “prima tu” a cui ha fatto seguito l’immancabile “no, assolutamente no, prima tu”, possiamo passare direttamente alla scrivania due piani sopra, i fascicoli gettati a terra, le biro blu e rosse scaraventate due metri avanti, le Tiger una all’ingresso e l’altra sotto la poltroncina di fianco al PC, la tenuta del filer labbra messo a dura prova da una passione agitata parecchio, il cellulare di lei che vibrava ininterrottamente “Antonio🤍”.., è inutile indugiare perché tutto questo fa parte del cliché, così come scontato è l'amplesso furtivo sul desk, sette minuti sette di passione travolgente. 
Oddio travolgente, diciamo intensa, e più che passione diciamo "scontatezza".
La terza volta sarebbe stata anche l'ultima, lo sapevano entrambi, Antonio🤍 si stava innervosendo perché aveva intuito che qualcosa di strano stava accadendo e non era improbabile trovarselo sul pianerottolo, a lui invece stava capitando ciò  succedeva sempre da quattro anni a quella parte: "non ce la faccio, devo andare, fuggire, scappare, evaporare, nascondermi, ghostarmi, entrare in convento".
E fu così che si salutarono, "ciao, è stato bello ma non é il momento giusto", "in un'altra vita chissà avrebbe potuto pure funzionare", " a me piace il gelato alla nocciola", "io adoro le scarpe rosse", "ci si vede in giro eh?", "grazie", "prego", "domenica mi sposo", "io no". 
Non è importante chi ha detto cosa, nessuno dei due ascoltava l'altro, si dovevano solo rivestire ed uscire senza dare nell'occhio, perché è così che funzionano queste cose qua, il dialogo finale serviva solo per rompere un silenzio che sarebbe stato altrimenti imbarazzante.

Ma come mai lui è diventato così? Non si sa, o meglio non lo so io che sto raccontando questa storia, ma lo sapevano tutti quelli che mi hanno raccontato i vari pezzi, e l'hanno fatto affinché io che faccio il narratore per hobby, d'accatto tra l’altro, trasformassi gli spezzoni dei loro racconti in una storiella strampalata ma con un minimo di costrutto.
 
Di certo sono riuscito a capire che il colpo di grazia è arrivato lo scorso Natale, faceva “non troppo freddo”, un “non troppo freddo” umido e fastidioso, lei (Alissa, questo è il nome) lo aveva chiamato in pausa pranzo, "sono incazzata come una bestia, sai che ha fatto la merda (la merda è Gustavo, l'ex marito - nda)?? Se ne va a vivere con lei, anzi la porta a vivere da lui, ha comprato casa, si conoscono da due mesi... ma vaffanculo. Sono innamorato mi ha detto, dovresti conoscerla questa, piacerebbe anche a te. Ma vaffanculo".

Lui non le chiese "e a te che cazzo te ne frega, vi siete mollati ventisette anni fa?", no.. le disse: "dai, stai tranquilla, stasera mi racconti, ne parliamo e vedrai che sistemiamo tutto".
Sistemiamo tutto? Ne parliamo? Ma vi rendete conto?

La sera non si videro, lei lo messaggiò accampando la più scontata delle scuse: "mia figlia non esce, ha un ascesso e anche il raffreddore, forse è malaria".
Lui intuì che molto probabilmente si trattava di una scusa buttata lì alla bell'e meglio, "la malaria in questo periodo? Mah, mi fa strano..." ma finse di crederle e iniziò a preoccuparsi per lei.
Lei che dietro quella faccia da stronza nascondeva un cuore d'oro, un cuore d'oro che regalava solo a chi voleva s'intende, e a lui "non voleva", questo era chiaro da mo' ma lui fingeva di non saperlo. 
"Diamole tempo" si ripeteva, che io poi mi chiedo "diamole chi?", ma essendo chiaro che quella non era una coppia ma un incidente di percorso in cui si affacciavano in altri sette, il plurale era decisamente adeguato.

Quella sera Alissa non restò a casa con la figlia, probabilmente era riuscita a trovare l'artemisinina concentrata (un antimalarico mica da ridere) e prima delle 18.45 ascesso, raffreddore e febbre africana erano passati, e decise quindi di uscire, la figlia non era più in pericolo di vita e il pensiero di Gustavo la tormentava come neanche Antonio Di Pietro con Pillitteri ai tempi di mani pulite.
Uscì di casa senza una meta, vagava di qua e di là, e dopo aver percorso ottocento metri assolutamente guidata dal caso, si ritrovò sotto caso di Fausto.
Chi è Fausto. Fausto è uno, uno di cui non era stata mai innamorata ma che non riusciva a dimenticare, che prendeva e lasciava a suo piacimento da un paio d'anni, con cui non avrebbe mai passato la vita nonostante gli avesse chiesto un paio di volte di trasferirsi da lei, uno che davvero non la capiva e manco la desiderava (così amava raccontare a chi glielo chiedeva) ma a cui confessava anche i pensieri più reconditi e con cui trombava almeno ventisette volte a settimana, sabato pomeriggio compreso.
Forse questo lo faceva solo per tenersi in forma o perché trombare fa bene alla pelle. 
Fausto faceva il ballerino, anche un po' il cantante, l’elettricista e se necessario anche il barista, il DJ e il facchino, frequentavano insieme i locali più trasgressivi del bolognese (fu lì che successe la prima volta), gin e rock & roll, fumo e perdita di sensi, un divertente con la bocca larga e un sacco di amici.
Lui (lui quello che stava a casa a preoccuparsi della disperazione di Alissa) non lo conosceva, ne aveva sentito parlare da lei, dalle amiche di lei, dagli amici di lui, e dalle amiche degli amici, non lo conosceva ma conosceva la storia, la sua fama di bello e maledetto, sapeva che si erano frequentati a lungo, che si vedevano quando ancora lei vedeva lui, che si vedevano quando lui vedeva Luisa, Magda, Francesca e anche Sonia,
Sapeva ma fingeva di essersene dimenticato.

Ma al di là di questa digressione sulla vita e lo stile di Fausto, abbiamo detto che lei vagando vagando si trovò per caso sotto casa sua, e sempre per caso suonò, e ancora per caso salì, e chiaramente per caso lui apri.
Quando si dice il destino!!
Alissa piangeva disperata e non appena lo vide gli saltò al collo, gli raccontò di Gustavo e della sua nuova fiamma, non si capacitava, malediceva tutti gli dei dell’Olimpo, “lo dico non per me sia chiaro, ma per Ginevra (la figlioletta con la malaria), che sarà di lei ora? Fausto che faccio?!”
E Fausto chiaramente la consolò. Comprensivo e adorabile come solo lui sapeva essere, la consolò più e più volte, e gli suggerì cosa sarebbe stato giusto fare.

Alissa si sentì subito meglio, e fu in quel momento che decise che era giunta l’ora di liquidare definitivamente lui (lui l’altro, quello di prima, quello del Conad, quello del “ne parliamo e si sistema tutto”), non era difficile, lo aveva già fatto altre nove volte, la tecnica era affinata ed efficace, praticamente indolore. 
Successe di sera, successa a primavera, “sei troppo per me, ti lascio libero di vivere”.
Lui tacque, disse solo “di nuovo” ed aprì la porta per farla uscire  (in realtà fu tutto molto più lungo, tortuoso e patetico… ma sto racconto ha da finire ed è necessario arrivare al punto), lei sgattaiolò via velocemente, senza voltarsi. 
Non andò da Fausto però, non subito, poteva aspettare ancora un paio di mesetti si disse, aveva ancora una roba in sospeso con Ughetto, un compagno di bisboccia e pilates conosciuto da poco: “basta, ho bisogno di novità nella mia vita, sto soffocando”.

E’ giovedì oggi, le campane si abbandonano ai loro rintocchi, la bruma avvolge ancora l’eremo quella mattina, un giovanotto passeggia leggero lungo il crinale per raggiungere la fontanella che sta sotto la quercia, ha un lungo saio, una Bibbia tra le mani e un segnalibro colorato di rosso con un paio di righe scritte fitte fitte:  “dai tranquilla, stasera mi racconti, ne parliamo e si sistema tutto”. 

Ecco così è andata la storia…. e voi mi chiederete qual è la morale, e io vi risponderò che la morale non c’è ma c’è comunque un insegnamento: se incontrate Alissa per caso, fate ben una cosa…. scappate immediatamente, vi conviene, perché nulla è come sembra.













 

Sant’allegria… (Ornella Vanoni)


E sale e sale e risale più a fior di pelle
In cima a una montagna piena, piena di stelleScende e scende la sera, ma è così breve staseraNera, nera riviera, c'è chi spera e chi va
Una preghiera, due preghiere pregheròNel dubbio della seraUn'altra frase, mezza frase aspetteròSperando chе sia vera
E sole, sole chе sale, rosso che brillaIn mezzo a un desiderio cade, cade una stellaStella, stella che cade fra le cose e le stradeQuesto è quello che accade per chi viene e chi va
Sant'allegria, sant'amore che vai viaAscoltami staseraUn'altra frase, mezza frase aspetteròSperando che sia vera
E sale, sale e risale l'ombra d'un fioreSereno arcobaleno, dà dolore al doloreScende, scende la sera, ma è così breve staseraNera, nera riviera, c'è chi spera e chi va
Una preghiera, due preghiere pregheròNel dubbio della seraUn'altra frase, mezza frase aspetteròSperando che sia vera
Sant'allegria, sant'amore che vai viaAscoltami staseraUn'altra frase, mezza frase aspetteròSperando che sia vera
Un'altra frase, mezza frase aspetteròSperando che  sia vera



Idiosincrasie e altre storie di vita vera (o quasi)


E poi ci sono quelli che si sdraiano sul bancone per pagare la colazione, stravaccati sulla cassa, oltre alle loro membra stanche appoggiano di fianco al “piattino” del resto le chiavi di casa, il cellulare, il portafoglio, il portachiavi di Trudi, le sigarette, il badge della palestra, una bottiglietta di naturale, gli auricolari senza filo, un Tampax, la foto della comunione di Enrichetta e a volte i Kleenex aromatizzati al mughetto. E che cosa pagano? Un bombolone cotto non fritto, con zucchero a velo non granulato, ed il cappuccino con latte di soia mandorlato, allo zenzero secco della piana di Timbuktu.

E poi ci sono quelli che guardano i real arabi in treno, a volume venticinque, senza auricolari, gettati a corpo morto sulle poltroncine lerce del Regionale Veloce TTPER 17627 delle 17.18, e ridono con quei cappellini indossati al contrario, gli occhiali tarocchi di Gucci, i capelli double livello rasati sotto e riccioluti sopra, modello maranza 2.0 made in Albania, che guardano se li guardi, forzatamente distratti, indolenti, strafottenti ed arroganti fissano te, il controllore, il bambino con la girella salata e la bolla al naso e le mani unte, Suor Maria salita a Varignana, la tipa bionda con il girellino e sei trolley e la faccia sconvolta dopo una settimana di ferie a Bellaria-Igea Marina.

E poi ci sono quelli che camminano in centro con quei cuffioni giganti modello DJ Paella, e parlano con non si sa chi, alle 7.45 del mattino, il K-Way color oro sbiadito, la barba, il Rolex, le New Balance rosa modello Running di sta minchia, e te li ritrovi poco dopo da Gamberini a salutare il barista con un “ciao caro, che fatica il lunedì”.
Che poi “ciao caro” nella medio-quasi alta borghesia radical-chic, non è un saluto, è uno status, lo devi dire, gli altri porelli devono essere “cari”, non puoi esimerti, 
E c’è un problema, che si può superare certo, il lunedì ok è faticoso, ma oggi è mercoledi.

E poi ci sono quelli con le elettriche fat bike, le bici extra large modello Glovo o Deliveroo, che non vengono usate solo dai rider ma anche da tutti coloro che vogliono occupare spazio, in mezzo alla strada, sotto ai portici, in treno, in stazione, nei sottopassaggi, in fila alla posta, davanti alla Coop, sulle strisce pedonali, nel parcheggio del cinema, dal veterinario, all’uscita dalla Sala del Regno, al mercato, di fronte a Slego Shoop, insomma ovunque tranne che nelle ciclabili. Le cavalcano con quegli occhiali scuri, le catene al collo, le canottiere di pelle, i jeans Amiri, le Nike superboolspaceXjordan3400 da 1.500 euro l’una originali, 25 euro tarocche (25 euro entrambe, lacci compresi eh!).
Non chiedono mai permesso, loro passano, travolgono, accelerano, pedalano con una forza proporzionale al numero di pedoni in circolazione, più ce ne sono più ci danno, una progressione esponenziale. 
E masticano il chewing gum, alla fragola.

E poi ci sono quelli “sapessi io…”, che tu puoi raccontargli qualsiasi cosa ma loro “ah sapessi io…”. 
“Mi sono rotto un piede inciampando un una buca” - “Ah mi spiace, ma sapessi io, sono caduto in una scarpata alla Montagnola al mercato degli stracci, ho rischiato la vita, tre settimane di intensiva, il prete al capezzale, settantanove punti di sutura… solo sotto l’ascella sinistra, sei mesi di riabilitazione, il tutore, il collare, la flebo e anche l’holter cardiaco per ventiquattro mesi, sai dopo lo shock… il cuore…”.
“Mio figlio si è laureato a Forlì, economia aziendale…” - “Ah bene, ma sapessi il mio, ha preso la novennale alla Massachutes Business School di Boncellino, una succursale di Harvard in Italia, e ora è andato a fare il master e dopo farà il remaster, “perfezionamento delle tecniche di fusione dell’atomo applicate alle teorie neoclassiche di Trousot (che chi cazzo è non frega a nessun), implicazioni pratiche in campo economico e cinematografico e turistico”.
“Oggi sono stanco…” - “Tu stanco??? Ah sapessi io, non dormo da tre settimane, lavoro ininterrottamente, mia madre di centoventinove anni è ricoverata e io sono l’unica delle sedici sorelle che se ne occupa, mia figlia e i suoi sei nipoti sono a pranzo da me ogni giorno, faccio ventisette ore al giorno al lavoro, ieri ho portato l’auto per la revisione, sono andata a fare la spesa all’Ikea, ho portato Gianni dall’oculista, ho stirato sei tir di panni, mi sono un’attimo rilassata a pilates, due botte ad Alberto (il marito della Giusy nda), e per oggi non ho ancora finito eh!!”
“Sono morto…” - “Ah sapessi io…. Io sono resuscitato”.

E poi ci sono quelli che usano le creme corpo & varie. Due giorni fa in palestra, post allenamento, post doccia, ho assistito ad un fatto mai visto. 
Il nostro si è avvicinato allo specchio fronte panca con uno zaino extra, erano le 20.30, ha estratto una boccetta, una lozione magica da passare sul capello bagnato ed ha frizionato accuratamente per quindici minuti; quindi è passato al phone portato da casa (ce ne sono 654 disponibili lì) ed ha iniziato il pettinamento a  caldo, riga da una parte, ciuffo dall’altra, lisci dietro, riccioli dentro; fatto questo è stato il turno degli olii essenziali di timo-eucalipto-passiflora-salvia-cicoria, sempre sul capello ma stavolta asciutto. 
Poi è arrivato il momento delle creme, quella corpo, quella mani, quella viso, quella piedi, e giuro su quanto ho di più caro, quella per la pianta dei piedi (uno stick bianco con la scritta nera).
Inutile vi dica delle sopracciglia cesellate, la depilazione total body, e il necessaire per il manicure. 
Si era fatta mezzanotte, dovevo ancora cenare, non potevo fermarmi oltre.

Poi ci sono quelli che odiano tutti, guardano, anzi osservano, soffiano, si lamentano sboffonchiando, chiamano la questura per sapere cosa serve per il porto d’armi perché il vicino cammina con i tacchi, cercano posti isolati in cui sedersi al ristorante, vanno in vacanza da soli a novembre a Taranto zona Ilva, comprano l’ultimo libro di Fabio Volo solo per bruciarlo nel caminetto senza manco aprirlo, litigano con i call center della Tim perché non rispondono al secondo squillo, non parlano con la madre dal 1976 e con il padre dal 1973, la sorella è in carcere, l’hanno denunciata loro tre anni fa perché spacciava crack.
Comprano il cane per seviziarlo, si sposano per divorziare, si iscrivono ai corsi di nuoto per fare causa al Comune perché l’acqua è troppo fredda, stanno sui social per insultare e maledire tutti quelli che postano foto felici, fanno figli per abbandonarli in orfanotrofio.
Qualcuno di loro tiene un blog su blogspot, lo usa per raccontare storie, storielle e storiacce. 
È uno dei peggiori.




だってばよ!

E’ buffo, nella vita ci sono luoghi, oggetti e situazioni che le persone caricano di significato, di senso, di intensità.

Si convincono che dietro a quei momenti ci sia qualcosa di unico… e quel vicoletto, quel tavolino vista mare, quel trespolo vista tigelle, quella calamita sul frigorifero, rappresentino per tutti coloro che hanno vissuto l’esperienza un qualcosa di indelebile.

Andrea era così, continuava ad essere legato a quei “simboli” ritenendoli irripetibili per lui e per lei, densi di vita e di assoluto. Per questo ritornava spesso da quelle parti, ripercorreva quelle strade, si lasciava vivere da quei dove, si sedeva nuovamente su quelle poltroncine, si estasiava respirando quei profumi come se ancora fosse tutto vero o lo fosse stato. Inconsapevole di aver vissuto e di rivivere ogni giorno un’illusione. 

Ripassava spesso di fronte a quel tavolo da ping pong che stava di fianco all’ombrellone che in una fredda e nebbiosa notte autunnale aveva ospitato, ignaro, un amplesso assurdo vissuto di corsa e senza ritegno, “incredibile” si diceva, i jeans che si abbassavano, la gonna che sia scostava, il cellulare abbandonato chissà dove, straffottendosene di poter essere visti, presi solo da loro, dal momento, dalla foga. E se ne fregava se la prestazione era stata mediocre per via del vino abbondante bevuto poco prima e dall’emozione che aveva preso il sopravvento. “Solo noi” ripensava ingannandosi, solo lui era la verità.

Continuava ad ordinare pesto montanaro e scaglie di grana, mortadella e culaccia, e un calice di sangiovese riserva, controllando se il gancetto porta borse fosse ancora al suo posto sotto al tavolo. E cercava di rivivere il momento immergendosi in quei sapori tipici, scrivendo bigliettini da regalare a nessuno, convinto sbagliando che l’originale lei ancora lo conservasse da qualche parte, custodito con cura e con affetto.

Vagava tra i palazzi del centro, sotto ai portici, nelle vie più nascoste, tra la buca di San Petronio e le perpendicolari di piazza Maggiore, ostentando padronanza e savoir faire, “fidati di me, conosco sti posti come le mie tasche” diceva allora e ripeteva adesso a se stesso. Teneva ancora in tasca l’auricolare dal quale quella sera ascoltò la guida narrare storie antiche di streghe e principesse, di signorotti e dame, di impiccagioni ed omicidi. Cercava i rumori e le voci di allora, osservava le facce buffe dei satiri che dovevano proteggere i palazzi in Santo Stefano dal maligno. Fantasie.

Si divertiva a guardare il mare con il tramonto che si ostinava alle loro spalle sostituendo un poco alla volta la luce del giorno con il tepore dei lampioni retrò appena montati. Ascoltava la stessa musica di allora, quella “maledetta primavera” che martellava in sottofondo. Ma era successo davvero?

Ritornava di tanto in tanto ad arrampicarsi per le vie medioevali di quel borgo antico alla ricerca di quei ceppi puzzolenti che bruciavano stanchi su un braciere improbabile, ordinava Gin Monkey 47 annaffiato da una tonica ghiacciata, chiedendosi se quel sorriso malinconico, che ricordava perfettamente, fosse per lui o per qualcun altro. 

Continuava a comprare fiori a mazzi, lo fece di nuovo per una settimana intera, non li faceva consegnare a nessuno, li riportava a casa, lasciandoli appassire 🥀 senz’acqua, quasi a volersi vendicare con loro per non aver lasciato il segno che si sarebbe aspettato. Una vendetta postuma consumata nei confronti di altri irresponsabili del fallimento. Una costante quella follia che lo attraversava da anni. Quanto male aveva fatto a chi non centrava nulla con quello che era successo?

Ignorava, o fingeva di farlo, che era  ed era stato tutto finto, tutto un bluff, un’enorme presa per il culo.

La ragazza che saliva a San Lazzaro ogni mattina andava di fretta, ogni mattina la stessa strada, ogni mattina scendeva dal treno indossando un tacco arrogante, ed ogni mattina si fermava a cambiare la scarpa sedendosi sulla panchina fronte stazione, lo faceva non appena il suo compagno di viaggio la salutava per salire sull’autobus che coincideva alle 7.45. Li osservava salire le scale che dal sottopasso portavano all’uscita, lui che si avvicinava a lei, sfiorandole la mano, cercando un contatto finto casuale, lei che lo lasciava fare, compiaciuta, fintamente indifferente, tutta perfettina nelle sue mise ricercate e un po’ vintage. Clandestini pensava Andrea, ne era certo, si sarebbero risentiti certamente poco dopo, un watsappino, una mail, una telefonata, per darsi appuntamento al giorno dopo, alla settimana successiva, a giovedì prossimo, quando la moglie di lui sarebbe stata fuori con le amiche a giocare a burraco. Quali erano i loro oggetti? I loro posti? I loro ricordi indelebili? I loro profumi? Ma soprattutto erano reali, condivisi, unici, o semplicemente orpelli di storie come tante che sarebbero svaniti di lì ad un niente, per fare posto a tutto il resto che nulla centrava con loro?

Avrebbe voluto chiederle “ci credi davvero?”, ma temeva lo avrebbe scambiato per un folle, lei non avrebbe capito, e come darle torto. Chi era lui per farsi gli affari loro, un maniaco? Un serial killer? O davvero un pazzo? Si, forse stava impazzendo, anzi forse era già impazzito, imprigionato nelle sue fantasie.

Fantasia, quella era la risposta, Andrea era vittima della sua fantasia, non essendo riuscito a costruirsi una vita vera al di fuori dei doveri del quotidiano, delle imposizioni culturali che lo avevano infettato fin da ragazzino, non essendo riuscito a vivere… per dirla tutta, si era perso in un mondo fantastico a cui aveva dato le sembianze della realtà. Si era perso e non riusciva a ritrovarsi.

Fu questo ad ingannarlo, ad ingannare il suo cuore ed il suo cervello. Si era tatuato sull’avambraccio una roba così: “だってばよ!”, non aveva idea di cosa significasse, Lin You gli aveva spiegato che era una frase ben augurante, glielo aveva spiegato in giapponese e lui si era fidato, d’altronde si era fidato di chi mai avrebbe dovuto perché non farlo anche questa volta?

A chi gli chiedeva “bello, cosa vuol dire?”, lui rispondeva “vita”. Vita? Come gli era venuta in mente una roba del genere? Che vita poi? La sua? Era forse stata così interessante da lasciarsi un segno indelebile sulla pelle? E poi che significava vita? E se avesse incontrato un giapponese vero e questo gli avesse detto che quegli ideogrammi stavano per “porca la puttana”?

Andrea faceva il netturbino, dopo anni passati a fare di conto nell’azienda del cugino di suo padre si era licenziato e aveva deciso di mettere la sua laurea in economia al servizio dell’igiene urbana, e si era convinto che ogni netturbino che si rispetti debba avere un tatuaggio, ché fa macho, fa vissuto, fa “per sempre”, lo ostentava tenendo perennemente il braccio fuori dal finestrino del camioncino elettrico con il quale affrontava le vie del centro alla ricerca dei cestini da svuotare, gli sembrava affascinante.

Ma poi chi doveva affascinare? Chi?

Quel tatuaggio in realtà era l’ennesimo cimelio di una vita per finta (vita!), una roba da conservare nella teca delle illusioni insieme alle calamite, ai fiori appassiti, ai bigliettini inutili, ai gin tonic, alla storia fasulla del Cassero per giustificare quella sera in cui lei non era con lui, ai cornetti rossi portafortuna, alle ciabatte di lana di pecora, alla sfanculata dell’attico zona sicura, alle foto della tetta bronzea e consunta di Giulietta visitata in un Natale surreale e piovoso, alle chat su Telegram, alla bottiglia di Grigio e ai peperoni sott’olio. Un cimelio farlocco come i baci che credeva di aver dato mentre era solo saliva, bugiardo come gli orgasmi che venivano raccontati come fantasmagorici a lui come a tutti gli altri, ed erano tanti, gli altri. Una roba incomprensibile, disegnata da un cinese travestito da giapponese, che gli aveva addebitato 275 euro senza fattura. Affascinante? Una ciofeca.

Faceva caldo quella mattina, e Andrea sudava come un muratore di Bergamo in trasferta a Tunisi a metà agosto, mentre con la ramazza cercava di pulire il tratto che da via degli Orti arrivava in zona valle, fu lì che trovò un pezzetto di carta tutto stropicciato, “sei sempre la più bella” ci stava scritto sopra, lo raccolse, lo guardò con attenzione e lo gettò nell’indifferenziata, era sporco di sabbia e salsa di polipo,  “povero patacca” disse pensando a chi lo aveva scritto… si proprio un gran patacca.