La stanza sul lago

La stanza sul lago e la sua vista al tramonto.

Aspetta che mi affaccio un attimo va, vediamo cosa fa, si tuffa? Non si tuffa? Non è che magari a contatto con l’acqua poi si spegne?!


Al momento si riflette, la più vanesia delle stelle lì a bruciare tutto il giorno finisce con il coricarsi esausta, l’ho sempre sostenuto io, il troppo bruciare stufa.


E gli ulivi? 

Poco più di qualche settimana ancora e saranno pronti, pronti per lasciarsi scuotere da signori avidi di olio e bruschette, perché è la bruschetta la vera ragione che spinge l’uomo alla spremitura, ad ognuno la sua, ad ogni uliveto la propria compagnia festante, poi ad ogni giara la propria casa e ad ogni casa la propria famiglia o quasi tale.


Una brezzolina speziata sta accarezzando i cipressi, poi quella pianta curiosa che non conosco, alta, slanciata, un po’ strafottente, le foglie rigogliose e i fiori bianchi, fosse una donna la paragonerei ad un’aristocratica inconsapevole con le infradito, i  pantaloncini di jeans sdruciti e stracciati e i capelli spettinati. 

Splendida… da innamorarsene all’istante, così com’è capitato all’oleandro di fianco, ha perso le foglie dietro a quel sentimento sconosciuto. 

Devo chiedere alla signora dell’albergo come si chiama, così da non portarne mai una nel mio giardino, nemmeno per errore.


Ora è il momento di scendere, attraversare questo pezzetto d’incredibile passato incastonato nel silenzio e nel sapore di buono.


Fa fresco, il Lugana compensa,  ho deciso di farlo sposare con la tagliata di tonno e la misticanza, con assaggi a margine di pizza margherita.


Stavolta non siamo andati a caso, un minimo di piano lo abbiamo elaborato, ma giusto un minimo… domani invece come sempre faremo caso al caso!




Storie finte di donne vere

Un quartino di Sangiovese caldo della casa, che poi dici quale casa? 

Riflessioni sbilenche e stanche sui fatti della vita, che poi dici quale vita? 

Aspetta un attimo va che mi appoggio qui, proprio qui, qui all’angolo di questo tavolo che sa di briscola e osteria e storie finte di donne vere.

Eh sì, storie finte di donne vere, perché è così che succede alle volte, ci si ubriaca di un quartino di storie finte, storie mai tue, inventate, sconosciute, immaginate, scellerate, fotografate, cancellate, disegnate, colorate, mal vissute, perculate, svaporate, sol pensate, ingannate, raccontate. Che poi dici, raccontate da chi?

E il contorno? Che fanno quei signori fuori fuoco sullo sfondo? Che guardano? Chi guardano? Che vogliono? Che pensano? Aspettano? Chi aspettano? E soprattutto chi sono? Si chi sono loro ed in fondo chi sono io davvero?

Aspetta un attimo va che mi appoggio qui… proprio qui… qui all’angolo di questo tavolo che sa di briscola e osteria.



Tre bianchi, uno blu, tre bianchi. Il vento spazzolava la battigia e spettinava le menti e i ciuffi

La verità è che non riuscirà mai a perdonarsi, non riuscirà mai a perdonarsi per essersi lasciato usare in quel modo, ne era consapevole, molto consapevole, era tutto così evidente, ora come allora, ma lui ha lasciato fare, si è inzerbinato, ha traghettato, ha lasciato che dignità e orgoglio fossero sopraffatti dalla vacuità di un sentimento mono-direzionale.
No l’errore è stato ed è imperdonabile.

Il vento spazzolava teso la battigia, Aziz spegneva gli ombrelloni uno ad uno, un blu, tre bianchi, un blu, quelle stupide gocce di pioggia cadevano a tratti, a volte insistenti a volte evanescenti, solo pochi irriducibili si ostinavano comunque  sugli sdrai, avvolti in teli colorati che venivano utilizzati come impermeabili poco abili. 

I DJ dei ciringuito continuavano a sparare musica a caso, un afro cubano al 26, un pop-rock al 27, Raffaella Carrà che arrivava non era chiaro da dove, un caos melodico mica da ridere, a cui facevano da contorno pantaloncini, felpe, canotte, infradito e snickers, tutto insieme, conseguenza di questo meteo che confondeva temperature ed idee.

Ad un tratto la scena fu occupata da un gruppo di amici che festeggiava l’addio al celibato di uno di loro, 23 settembre la data fissata, sabato, il promesso sposo (lo sposando) aveva una parrucca viola, occhiali da sole scuri, una maglietta personalizzata e grandi manette in plastica. Si sedette con loro, iniziò a parlare chiedendo spiegazioni sull’assenza della madre nell’ambito di quello che per lui doveva essere naturalmente un terzetto, ma soprattutto voleva essere rassicurato per la scelta: “Dai dimmi se faccio bene? Posso ancora scappare!” - “Fai benissimo, tranquillo, sono certo, e te lo dico io che di queste cose ci capisco!” - “Allora grazie, sono più tranquillo adesso e giuro, normalmente non sono così!” - “Ma non preoccuparti vai bene anche così, sei un simpatico naturale!”.

In fondo era tutto vagamente surreale, pensieri serissimi viaggiavano in mezzo a situazioni al limite dell’assurdo, spacciatori sull’autobus che lasciavano il posto a sedere ad anziani e bambini, gruppetti di tatuatori indiani che sfanculeggiavano controllori che non controllavano, un bimbotto napoletano di 136 kg con un finto cappello di Gucci, una finta tracolla di Gucci, finte scarpe di Gucci, finti pantaloncini di Gucci, una t-shirt della Coop.

Il mondo è bello perché è avariato.

In mezzo a questo variegato zoo umano Luì rifletteva su ciò che gli era successo negli ultimi mesi, su ciò che aveva perso, anzi su ciò che non aveva mai avuto per essere precisi, ed inghiottito dal vuoto non potè non soffermarsi almeno per un attimo su quello che aveva lasciato andare perché sempre e chiaramente troppo uguale a tutte le ragioni che ne decretarono la fine qualche anno prima. L’errore questa volta è stato pensare (anche solo per un istante) che potesse essere diverso, ma le persone non cambiano, e incontri fugaci in periodi tormentati, confusi e già occupati dal niente non portano nulla di buono, per nessuno. Quindi assolutamente meglio così. 

Mancava ancora una mezz’oretta all’ora di cena, sta cosa dei due turni non era proprio l’ottimo, soprattutto il non poter cambiare in corsa li infastidiva, in questo modo non potevano né liberarsi dei molesti vicini di “tavolo” drogati di Coca Cola né conoscere meglio i fratelli col ciuffo, sedicenni spettinati che incuriosirono molto Giulia fin dal loro arrivo e che ormai era certo frequentassero lo slot 19.15-19.45. Giulia e Luì decisero che la prossima volta, a Parigi, avrebbero studiato meglio la situazione prima di prendere decisioni strategiche: “papà dobbiamo seguire il piano, non andare a caso”.

Era una vita che Luì faceva piani a caso, o per caso, o a cazzo che forse è più appropriato per descrivere la realtà, ed una volta fatti manco li seguiva, e se capitava era comunque contro la sua volontà, per causa di forza maggiore diciamo. Difficilmente avrebbe cambiato modo di essere alla sua età, e aggiungerei purtroppo.



Ma non ti imbarazza cenare solo?

“Ma non ti imbarazza uscire a cena da solo?!”

Glielo chiese così a bruciapelo che non poté che risponderle altrettanto velocemente: “Ma no, sinceramente ora non mi imbarazza, non mi piace eh, sia chiaro, ma no, non mi imbarazza, non più… qualche mese fa magari sì, oggi mi sembra di nuovo normale”

“Scusa ma se non ti piace perché lo fai?”

“Beh mangiare è un bisogno primario, senza non potrei sopravvivere”

“Fallo a casa no?”

“Non cambia molto, sempre solo cenerei, e magari lo farei pure in mutande, che mi sembra disdicevole al limite del trasandato, e sinceramente trasandato è peggio di solo”

“Non ti ci vedo tu che ceni in mutande”

“Perché non sei mai venuta a cena a casa mia”

“Non mi hai mai invitata”

“E non lo farò”

“Stronzo. E perché? Guarda che sono di compagnia e porto sempre qualcosa da bere”

“Perché da me, oltre a me, non cenerà più nessuno. Al massimo ti invito a merenda”

“È una nuova regola? 

“È una nuova regola”

“Mi sembra una cagata, nemmeno i tuoi amici inviteresti?”

“Loro sì, e se ci sono loro puoi venire anche tu, ma ho solo quattro sedie, se ci sono tutti uno di voi dovrebbe portare una sedia da casa propria, o dovremmo rubarla all’enoteca in fondo alla via, o quattro stanno a tavola e uno (che non sarei comunque io) sul divano”

Cenare in uno non è imbarazzante, è semplicemente brutto, e tra le altre cose ti senti un po’ egoista, soprattutto se il locale è pieno e la coppia di turno se ne sta lì ad aspettare il tavolo, in piedi, tra l’ingresso e l’attacapanni, sempre a spostarsi per fare entrare i prenotati, o per far passare i camerieri che devono servire quelli seduti fuori. In alcuni locali l’attesa è di fianco al bagno, e lì è peggio.

E tu, seduto, a sorseggiare sangiovese, a pizzicare formaggi, a leggere un po’ il menù e un po’ il libro che ti porti appresso, poi il caffè, il Vermut… insomma ti senti odiato, odiato da lei che non sa portare il tacco dodici e fatica a stare ferma, odiato da lui che ha fame e sa che lei si spazientirà, sia perché non ha prenotato e questo gli verrà rinfacciato per tutta la sera, sia perché se a lei fanno male i piedi poi diventa intrattabile. E allora tu, che sei buono e comprensivo, inizi a strafogarti, finisci il calice di vino alla stessa velocità di un alpino con la cirrosi, salti il dolce e chiedi un caffè ristretto che si fa prima sia a farlo che a berlo.

Quando poi sarà il momento di alzarsi, pagare il conto e uscire, loro non te ne saranno grati, ti guarderanno sottocchi, con quell’espressione livorosa e superiore di chi pensa: “ma guarda sto sfigato”, tanto che la voglia di sedersi di nuovo e ordinare un GinTonic con le patatine fritte diventa quasi insopprimibile, ti assale, ti fa accelerare i battiti, e non lo fai solo perché il cameriere ha già sbarazzato e le patatine da aperitivo ti fanno cagare, sopratutto dopo aver mangiato una selezione di fossa con le confetture.

Al che ti porti fuori dal locale, accendi un sigaro anche se non fumi, indugi qualche minuto prima di abbandonare tutti, e per un attimo li guardi. Se ne stanno seduti uno di fronte all’altra, lui al posto che fino a poco prima era stato il tuo, sguardo fisso sul menù, nessuno dei due apre bocca, nemmeno il più classico del “tu che mangi?”, e quando Fabio arriva e chiede “avete deciso?”, lei ordina un antipastino vegano, lui un castrato con i pomodori confit,  poi due calici di bollicine, e appena restano soli si lanciano sui rispettivi smartphone. 

E tu non puoi far altro che pensare: “Cazzo, potevo ordinare anche una sambuca baby ghiaccio e mosca a sto punto”.

Non va sempre così, non tutti vivaidDio sono soli in coppia, esistono pure quelli che stanno insieme davvero, che si guardano negli occhi sorridendo, che si tengono la mano, che si raccontano a vicenda, che si sbaciucchiano non appena Fabio scompare in cucina a portare la comanda ad Antonio lo chef, che sono felici di essere lì in due e non in uno più uno, che ridono di gusto, che si prendono un po’ per il culo a vicenda, che brindano col ciocco, che “lo sai che è bello essere qui insieme, dopo facciamo l’amore?!”. Esistono sì, mi è capitato di incontrane alcuni, soprattutto a primavera.

“A primavera (che poi era solo maggio -nda) il mondo è bello e invitante di colori e ancora sugli alberi ci sono solo fiori..”, cantava Cherubini, io dico che pure ad ottobre il mondo può sembrare bello, a luglio meno, anche se queste sono considerazioni da meteoropatici, non semplici da comprendere per le persone che non sanno (cioè tutte tranne due).

“Ok a casa tua no, ma a cena fuori mi ci porti?”

“Oh sì, volentieri, sono piacevole sai per passare una serata!”

“E se poi ci provo?”

“Faresti un errore, un errore piuttosto inutile, soprattutto per te”

“E perché? Sono piacevole dopo cena”

“Certo, non ne dubito, anzi ne sono sicuro, qualcuno apprezzerà!”

“Allora cos’è, non ti piaccio?”

“No, soprattutto non mi piaccio più io, è diverso”

Si sta alzando il vento, tutto attorno poco fa è stato un macello di temporali e grandine, meglio rientrare velocemente che stare qui a scrivere minchiate, meglio farlo prima che la tormenta arrivi pure da ste parti, ma le cicale stanno ancora a frinire nonostante l’ora che si sta attardando, venere si è messa a luccicare sotto ad una luna che è ridotta ad uno spicchio, non è male.

“Poi un giorno me lo racconterai perché non vuoi più nessuno a cena da te”

“Ma non c’è nessuna spiegazione da dare, semplicemente non si può, è occupato”

“Da chi?”

“Da nessuno, ma un nessuno talmente ingombrante che non lascia spazio a nient’altro”



I dettagli, la morale, i limoni.

Caldo faceva caldo, molto caldo, direi caldissimo, troppo caldo pure per fare l’amore (questo è ciò che sosteneva l’Alda con il Giorgio, i signori del cortile interno lato vicolo, non credo fosse questa la vera ragione della ritrosia dell’Alda, però chi sono io per sostenere il contrario?), troppo caldo financo per lamentarsi, sembrava luglio inoltrato, sembrava estate, sembravano le 23.03 e ancora si boccheggiava, come i pesci quando nuotano in pochi centimetri di limo.

La mia nuova vicina di casa chiacchierava con Alexa, lo faceva in inglese, anche se credo sia polacca (la vicina, non Alexa), un dialogo serrato, un po’ metallico a dire il vero, ma sembrava tutto sommato una conversazione amichevole, io personalmente non ci capivo una mazza, ma il mio rapporto con l’inglese è ostico da sempre, e sia chiaro che non è colpa di Alexa, ma solo della mia idiosincrasia per la lingua di sua Maestà (cazzo questa avevo voglia di scriverla da almeno quindici anni!!).

Sulla via di fronte passeggiavano ragazzotti testosteronici che muovevano da e per il Rione Rosso, la settimana è quella del Palio, mi è sempre piaciuto un sacco questo periodo, la città e le persone si colorano, rosso-verde-nero-giallo-durbecco (che poi che colore è durbecco non l’ho mai capito🤣), qualcuno lo incontri anche inondato di fucsia, ma lo fa per vezzo o anche solo per partito preso, molto LGBTQ plus, anche se in realtà non se lo fila nessuno. Quest’anno non andrò al Palio, mi spiace molto, ma fa “troppo troppo”, non sono pronto.

Loris e Jenny si sono messi a limonare di fronte al portone di casa mia, sedicianni (volutamente tutto attaccato) di saliva e inesperta impazienza, ma con un sacchissimo di energia e voglia di stravincere. Io li stimo molto, però se magari stravincessero due metri più a destra riuscirei ad uscire di casa senza doverli far rimuovere dai vigili. Dopo sei minuti e otto volte  “scusate permesso dovrei uscire” lei mi nota, alza il sopracciglio sinistro, arrossisce e divincolandosi per un attimo da quella presa adolescenziale: “oh scusi signore..”.

Non riesco a non pensarlo: “Signore?! Signore?!!?!?! Ma signore un par di balle!!!!”. Lo penso ma non lo dico, perché in fondo c’ha ragione lei, non per l’età eh, sia chiaro, ma per i modi. Un lord, anzi un piccolo lord come diceva qualcuno, soprattutto fuori, ed a pezzi in realtà, un pezzo sì ed un pezzo no, ma fa niente, sempre di lord si tratta, almeno credo.

Una volta uscito è un attimo e mi ritrovo in corso Matteotti deambulante, o deambulando🤔… insomma andavo per di là, la via porta ancora i segni del disastro di maggio, segni profondi e cattivi, li senti (non li vedi soltanto, li senti!) nonostante la notte avvolga tutto l’intorno… … ad un certo punto incontro un cane che porta a spasso la sua padrona, sudata peggio di un bevitore di Vernelli alle cinque del pomeriggio; poi è la volta della sciroccata con le tette rifatte - almeno tre taglie oltre la media della città - che parla costantemente in viva voce a qualsiasi ora del sempre, incazzata, abbronzata, volgare, brutta, tatuata e con i congiuntivi che sono un optional, che uno poi si chiede:  “Ma con chi diavolo parla? Che anche lei sia un’amica di Alexa?!”.

So che a prima vista questi dettagli che vado raccontando possono apparire inutili, quasi superflui e forse ridondanti, ma in realtà sono i dettagli che fanno l’insieme, il tutto, il quadro, noi stessi siamo una somma di dettagli, pensateci bene. 

E poi i dettagli fanno “la morale della storia”, anche di questa, e voglio spiegarvela (brevemente) che altrimenti pensate che io racconti balle.

Limonare è bello, non solo a sedici anni e non solo davanti ai portoni di case altrui; fate l’amore anche quando fa caldo, perché pure fare l’amore è bello, a volte (rare) perfino troppo bello che poi non guarisci più; il cane fa compagnia e ti porta a spasso volentieri; quando passeggiate non parlate al telefono in viva voce che alla gente non gliene frega una minchia se “lei tiene le corna e gli sta bene”; i congiuntivi sono sexy; le polacche parlano l’inglese meglio di me; Alexa esiste e vive in via XX settembre, Siri è sua cugina; le tette grosse oltre la media stroppiano; anche se non andrò al Palio tiferò Giallo.

Ed in chiusura dico che scrivere rilassa, un po’ come correre, anche se a volte (non questa) può essere molto faticoso, sempre un po’ come correre. 

Il difficilissimo sarebbe scrivere correndo, prima o poi ci proverò.



L’Indifferenza

Qualcosa di simile gli era già successo, o almeno all’inizio ne era convinto, e decise quindi di reagire allo stesso modo, avrebbe riempito lo spazio e il tempo di futili orpelli, con tutto il rispetto per gli orpelli sia chiaro.

Ma niente, stavolta proprio non funzionava. Non riusciva a staccare la testa nemmeno per un attimo (la testa🤔). 

Provò con Gloria, alta, sinuosa, moderatamente simpatica, quell’atteggiamento zen tra il distaccato ed il “ho vissuto troppo intensamente ora devo riflettere”, carnagione chiara e occhiale da sole scuro. Nulla, dopo il secondo aperitivo sciorinò il più classico dei “dai, sono stato bene, ti chiamo io, ok?”. Sono passate sei settimane, Gloria nel frattempo si è sposta con Giorgio, conosciuto due giorni dopo l’ultima uscita, lui ancora deve chiamarla. Ad un amico di lungo corso ha dichiarato di non averlo fatto per via di un problema di connessione alla rete TreWind, l’amico ha sollevato dubbi apparentemente fondati.

Poi fu la volta di Alessandra, capello corto, culo rotondo, accento leggermente sbavato verso sud, sorrideva sempre, la invitò convinto, “questa volta ci riesco” pensò, a metà della cena finse una colica renale, “scusami ma dobbiamo rientrare, non mi sento niente bene, perdonami, ti richiamo presto”. Si accorse tre settimane dopo di aver perso il numero, lei nel frattempo lo aveva bloccato su ogni possibile sistema di messaggistica social, credo fosse risentita per via di un diverso concetto di “presto”.

Con Gioia fu diverso, ci mise tutto l’impegno necessario, almeno in partenza,  prenotò, si profumò, fece il bidet, aprì l’auto per farla salire, si finse interessato alle teorie complottiste e ai fenomeni delle scie chimiche, ripensò a quello che gli aveva detto il Capitano due sere prima (“non fare il busone” - nda), poi si accorse di non ascoltarla mentre parlava, quando lei ad un tratto spazientita lo apostrofò: “allora, mi rispondi?”. Lui non aveva idea né di cosa gli avesse chiesto né perché gli stesse facendo così tante domande. Fini che non fece nemmeno in tempo a “ti chiamo io”, che lei aveva già sbattuto lo sportello, il portone d’ingresso, ed una volta dentro casa ed aperta la finestra della sala da pranzo rivolta verso la strada urlò: “Gioia, mi chiamo Gioia brutto stronzo, non Agata”. 

Poi si aggiungano le innumerevoli prese di distanza (le chiamo così ché sfanculamenti fa troppo trash), di tutte quelle con un QI superiore alla media che capita la situazione fuggivano prima ancora di iniziare. Una di queste, si narra, abbandonò l’aperitivo per quella che doveva essere una capatina in bagno, non fece più ritorno, fu vista passeggiare mano nella mano con il primo che passava di lì, fuori dal bagno, fuori dal locale, in un’altra città. Alle amiche più care disse: “va bene tutto, ma così proprio no”. 

Effettivamente il dubbio che non fosse proprio come le altre volte iniziò ad insinuarsi in lui in maniera sempre più prepotente.

Ripercorse mentalmente la strategia che adottò in quei dei quaranta, ripensò a Dorotea, che dalle due alle tre di notte dei giorni pari lo accoglieva con grande piacere; si ricordò di Claudia che odiava i posti troppo rumorosi e voleva sempre stare a casa; poi Titti, romantica e paziente, probabilmente pure troppo; e ripensò perfino a Giuseppina, guasta come lui, alla ricerca di distrazioni come lui, persa come lui tanto che nessuno dei due ricorda esattamente - a distanza di dieci anni - chi doveva chiamare per ultimo.

Non trovò la risposta, la risposta  al dubbio che sta al centro di tutto il racconto intendo, quel “ripercorso” gli lasciò anzi un abbondante amaro in bocca, si sentì un po’ patetico, quasi ridicolo, si guardò perfino intorno per il timore che qualcuno si fosse accorto del suo disagio.

Sapeva da sempre che ciascuno di noi è spesso il “piuttosto che niente” di qualcun altro, lo era stato, lo erano state per lui, lo era ristato, ohhh se lo era ristato, ma non era nemmeno quello a creare la difficoltà, era piuttosto il senso di “vuoto” mai provato che quella situazione gli provocava, una roba tipo il riso con la scatola che si rompe nel carrello della spesa un lunedì pomeriggio alle Cicogne.

“Vuoto” figlio del più potente  tra i sentimenti, l’imperatore dei sentimenti, il Papa, il generale, il Sommo, il super comandante, insomma quello: l’indifferenza.

L’indifferenza ha due facce, esiste quella finta-ostentata-artefatta-strategica, tipo quella di Fanny Chenal nei confronti di Max Skinner fino ad inizio del secondo tempo, e l’indifferenza punto.

L’indifferenza punto è ciò che di più vero e sincero una persona possa provare, semplicemente la si vive (o la sí subisce dipende dal lato in cui ci si trova), ci si dimentica di ciò che non è mai davvero stato, si cancellano le finzioni costruite-artefatte, ci si libera delle scorie, degli incidenti di percorso, dei traghettamenti e dei traghetti. L’indifferenza punto è endemica, salvifica, inevitabile. L’indifferente punto vince sempre e vince soprattutto le gare che manco sa di competere. L’indifferente punto non vede l’ora di diventarlo.

È questo “il davvero diverso” rispetto alle altre volte, il vuoto dell’indifferenza punto, l’indifferenza che può “provare” solo chi ad un tratto, tra sera e mattino, senza volontà sia chiaro, si accorge che nulla di quanto credeva (o probabilmente immaginava solo di credere) è mai esistito, e può “subire” solo chi invece ha davvero troppa fantasia semplicemente “per essere” reale nella vita di un’altra.




Maledetta fantasia

Diventare grandi troppo in fretta è un problema.

Non si dovrebbero mai anticipare i tempi, lo sconsiglio vivamente, la vita è fatta di tappe che vanno attraversate nel giusto ordine, con il giusto equilibrio, con la giusta calma.
Invece a volte accade che il destino, le robe, le costrizioni, l’impazienza, piuttosto che un’irrefrenabile convinzione di autosufficiente onnipotenza, condita da uno spasmodico senso del dovere, portino a stravolgere la scaletta.

Ho visto bambini travestirsi da adulti, adolescenti atteggiarsi a vecchi consumati ed unti fino a perdere quello che doveva essere il momento più bello, ho visto la voglia di vivere soffocata sotto strati di non si può, ho visto il lato deteriore dei sedici, gli impossibili diciotto, ho visto perdersi i ventiquattro, poi i trenta, così come tutto il resto, finché tutti questi adolescenti mal cresciuti, ma proprio tutti… si sono trasformati in cinquantenni noiosi ed infantili.
Mezzo secolo di niente.
Pipponi e cotillon.

E quando si arriva lì, e dico questo da attento osservatore, talmente attento da sembrare protagonista, solo una cosa resta in cui rifugiarsi, sollievo e maleficio al tempo stesso: la fantasia.

Quella fantasia che in fondo ha consentito di raggiungere il futuro, scavalcando ostacoli e cumuli di nefandezze, quella fantasia che faceva immaginare ciò che mai sarebbe successo, ma ci riusciva talmente bene che sembrava tutto vero.

Quella fantasia che trasformava il dopo in domani, magari dopo domani, o anche dopo dopo domani, e lo faceva con tanta naturalezza da far sembrare tutto perfino plausibile.

Quella fantasia che quando il domani arriva, perché prima o poi arriva, si chiama scorrere, ti fa vedere quello che non c’è, costruisce convinzioni e sentimenti monodirezionali, fatue illusioni, dolci autoinganni, vani ed eterei tentativi di riprendersi quel tempo che non è mai stato e mai sarà.

La fantasia colora di rosso il grigio, accende i sorrisi e inganna la realtà, sfiorandola, circuendola, lambendola, accarezzandola, trasformandola in fantarealtà.
La fantasia fa sembrare i baci passione e non solo quantità, esperimento, traghettamento, zattera.
La fantasia costruisce mostri e angeli, tutto e niente, ti accompagna durante il giorno, durante la notte, durante l’estate. 
La fantasia acceca, rincitrullisce, ingigantisce, scaraventa negli abissi, e questo soprattutto quando lotta (irrimediabilmente soccombendo) con la realtà.

Ho visto giovani mai stati finire così, massacrati da eccessi di fantascienza, travolti dal verosimile a pois, ingannati da loro stessi.

Diventare grandi troppi in fretta è un problema, non si vive il proprio tempo e ci si illude di poterne costruire uno fantastico che consenta di recuperare, non succederà, tranquilli, perché ciò che è perso è perso, e pertanto non ci si dovrebbe affannare, semplicemente si dovrebbe aspettare lo scorrere inesorabile che tutto rimetterà in ordine, sperticandosi fino alla fine - questo sì - affinché lo stesso salto, la stessa sorte, la stessa illusione, non tocchi nessuno dei piccoli germogli che dipendono da noi, perché in quel caso sarebbe davvero delittuoso.