Vedi papà...

Ciao papà!
Ma che ore sono?
Ah son quasi le otto di sera... ah ma di che giorno papà?
Ma non è possibile?!
Oggi? 
Giugno ventiventi? 
Venerdì? 
Non scrivo mai di venerdì papà e tantomeno di venerdì alle otto.
Ma no dai, è mercoledì, lo ricordo perfettamente, é verde, bianco, c'è il sole... eh no... il sole non c'è più.

E poi perchè non si sente quando mi rispondi?

Ah è vero... ora ricordo...

Vedi papà, lo dicevo io che sarebbe venuto un giorno che avrei avuto un sacco di cose da dirti.
Cose tipo che si diventa grandi lo stesso, che il sole tramonta, che la barba imbianca anche se dentro si resta un po' bambini, che dopo di noi ci sarà  un dopo anche senza un noi, che sorridere è bello... e mi li ricordo i tuoi sorrisi... li ricordo io e li ricordano tutti quelli che ti hanno gravitato attorno.
Dici che "gravitato" è brutto? 
Beh io dico di no.
E sappi che anche se si diventa grandi, a domande del tipo  "ora che faccio?", non è sempre bello rispondere da soli.
E lo sai che non ricordo il tono della tua voce (d'altro canto sei così silenzioso e da così tanto tempo...) ma ricordo il tuo profumo? 
Oh sì se lo ricordo, era buono, sapeva di papà.  
E sappi che ricordo la brillantina... anche se fidati, il gel è meglio, se avessi fatto in tempo a fartelo provare... ma tu niente... tutta quella fretta di andare!

Vedi papà che le cose a volte succedono davvero? L'ho imparato bene in tutto questo tempo.
Dici che è banale come concetto? Guarda no, detta così, digitando tasti alla rinfusa su di una tastiera nera può sembrare un'ovvietà, ma in verità le cose succedono e noi manco ce ne rendiamo conto. 
E come te ne accorgi allora?
Te ne accorgi dopo, dopo sì, dopo che sono successe, perchè dopo non c'è più niente come prima, oh sì... dopo non c'è proprio più niente come prima, dopo è dopo e punto e basta... dopo è mai più.

Dopo cambiano i sogni, sogni già consumati che finiscono con l’incenerire inseguiti dalla foga di un fuoco che brucia troppo in fretta, la fretta di andare e di arrivare prima, prima che ci sfugga anche "quella cosa lì”, come tutto il resto che ci è scappato dalle mani e dalla vita.

Dopo cambiano i modi, cambiano i sorrisi, cambiano gli abbracci, i baci, le carezze, gli sguardi e il modo di osservare, i pensieri e le voglie.

Dopo si diventa incapaci di trattenere la felicità.

Cambia anche il modo di amare.

Dopo si alzano muri, volano silenzi, svaniscono le certezze, si annidano fantasmi, nascono mancanze.

Dopo riesci a toccare la paura.

Prima sei sicuro di essere indistruttibile e alto, lo dici a tutti, poi la verità diventa un’altra... la verità è che resterai sempre e soltanto un bambino vestito da uomo con la faccia da buffone impegnato e gli occhiali da sole.

Hai visto papà quante cose sono successe dopo? 
Eh sì... tante tante, e una proprio bella, bella come te!!

Ma il tramonto? 
Te lo ricordi il tramonto papà? 
E te lo ricordi il tuo orologio?
Io sì, quando lo indosso a me pare che il tempo scorra un po' meno in fretta, a me pare che il sole cali un po' più lentamente, a me pare che lì attorno sia tutto un po' più bello, un po' meno triste... solo un po' però... non troppo... e soprattutto mai per troppo tempo.

Vedi papà, sono cose così, cose che succedono... proprio come dicevo io... ricordalo.





L’allergia di Luì

Innamorarsi a giugno credo possa essere bello, innamorarsi al mare credo possa essere bello, innamorarsi al tramonto credo possa essere bello, innamorarsi e basta credo possa essere bello.

Ma Luì quel giorno non aveva voglia dell’amore, magari un due patatine fritte, una pinta di birra, una piadina con le sarde e lo scquaqquerone, ecco forse le avrebbe gradite di più.

Perché dite voi? Non lo so dico io, bisognerebbe chiederlo a lui, le sarde gli piacciono di questo son certo, ma perché l’amore no questo lo ignoro.

L’amore alla soglia dei cinquanta è raro, raro come lo era lo Swatch Scuba Happy Fish  alla fine degli anni 80.
Lui non aveva cinquant’anni, navigava nell’intorno dei quaranta virgola un lustro abbondante, e c’è una certa differenza ci tengo che si sappia, ma aveva sviluppato comunque una particolare allergia all’arte di Cyrano, il  Bergerac, quello dell’apostrofo.
Lo aveva scoperto un giorno facendo il test, glielo aveva consigliato il dottor Mantegazzi: “Si faccia analizzare signor Luì, lei è autoimmune, un autoimmune di gregge, una pecora del sentimento, faccia un prelievo così ci togliamo il dubbio”.
E così fece.
E così fu.
“Peccato” pensó.
“Peccato ma neanche tanto” aggiunse poi tre giorni dopo, “son cose che capitano”.

L’amore autoimmune evolve, trasmuta, diventa consapevole abbandono alla libertà.

Cerco di spiegare: l’auto immune normalmente si è troppo emozionato nel corso della propria vita, ha dato troppa enfasi al cuore che batte, ai profumi che persistono fuori e dentro, alle notti insonni, ai sogni e ai progetti scaduti, alla speranza di sperare ancora, agli amplessi vibranti, ai baci che colano, ai sorrisi in sincro, si è rotto le balle di tutte queste indigeste farfalle nello stomaco, non che tutta sta roba non fosse fantastica-mitica-mistica e pure eccitante come la marmellata di more, ma ha capito che se sbagli il tempo tutto si sfila e restano i cocci.
Come quando la chiusura di un braccialetto di perle si rompe mentre stai correndo sulla spiaggia, non ritroverai mai più tutte le perline. 

Alcune resteranno sepolte per sempre.

E allora l’autoimmune si rifugia nella libertà, nel calore temporaneo di storie a tratti: ad un tratto una storia c’è, un tratto dopo una storia non c’è più.

È questione di abitudine, di libidine cinica, di raccontarla e raccontarsela, di prendere il bello se e quando c’è così come di sopportare il brutto conseguente.

Credo fosse per questo che Luì quel giorno non aveva voglia di amare.

“Agata ma che ci fai pure tu qui?”
“Potrei chiederti la stessa cosa”
“Beh io sto passeggiando”
“Beh pure io allora”
“Ma quanto tempo è passato?”
“Sborantamila anni”
“Già”
“E perché non sei felice?”
“Ma che domanda è? E che ne sai se sono felice?”
“Ti conosco”
“Tu? Tu conosci me?”
“Sì, lo sai, ti conosco come nessun’altra”
“Lo so”
... 
“Bevi qualcosa?”
“Dove?”
“Che ti frega, dimmi se bevi e dove vediamo”
“Ok, bevo”
“Allora andiamo lì”

Lì c’erano un bar sulla spiaggia, i Ricchi e Poveri che cantavano, un barista grasso, due ragazzetti che limonavano (lui gli toccava il culo sopra a jeans troppo stretti), il sole che scendeva dalla parte opposta, una draga al largo.

“Luì”
“Sì?”
“Mi hai mai pensato in tutto questo tanto che ci è successo”
“Praticamente sempre”
“Ah”
“Non dovevo?”
“Bah, non avresti dovuto, ma tanto lo so che fai sempre le cose sbagliate”
“Hai visto la draga?”
“Si”
“Lavora per me”
🤔 per te?”
“Si, sta cercando una perla sepolta da qualche parte là sotto, la persì un giorno di quella volta che tu eri andata”
“E la cerchi oggi?”
“Sì”
“E perché?”
“Mi ha detto Mantegazzi che è l’unico modo per curare la mia allergia”


I sogni si consumano

Luì quel giorno passeggiava lungo la battigia, l’aria odorava di salsedine (splendidamente banale), fragole 🍓 e tabacco.

I colori erano quelli della primavera inoltrata: giallo, nutella e azzurro cielo quasi blu.

Cinguettii di passerotti mangiapiadina, urla di gabbiani emuli di Livingstone, sciabordio di onde tranquille facevano da colonna sonora.

La brezza leggera.

La sabbia.

I sardoncini.

Poi lì, all’ombra di un pedalò esausto, a due passi dal bagno diciassette, Luì inciampò in una "mucchietta" di sogni stantii, logori, financo leggermente appicicaticci, certamente consumati.

Eh già, eh già perché sì, i sogni ahimè si consumano, Luì lo sapeva, lo sapeva da tanto tantissimo tempo, da quando ancora  poco più che tardo adolescente di mezza età tutto ad un tratto smise di sognare.

I sogni hanno una scadenza, “si consiglia di sognare preferibilmente entro il..”, ed entro il è la data fissata dall'orologio del Capitano del tempo.
Un uomo alto il Capitano, barba ben fatta, abbronzato color oliva, capello impomatato, saggio a tratti saccente, lateralmente sfuggente, un po’ poeta e un po’ stronzo, certamente autorevole.

Un giorno il Capitano scrisse un messaggio a Luì, glielo scrisse su Teams (era precursore dentro), gli scrisse così: ”Giovane uomo mettiti comodo, sto per raccontarti una storia, ti racconterò la storia del tempo, la storia del tempo che passa, di quel tempo che per te inizierà a undici quando svegliandoti all'improvviso inizierai a faticare, faticherai moltissimo, faticherai e suderai e in mezzo a tutto quel faticare principierai pure a sognare! 
Ohhh sììì se sognerai, sognerai a pacchi, tonnellate di sogni, sogni a catinelle, progetti e gloria, enfasi e resurrezione, e ci crederai, ti affannerai, studierai, penserai e allora correrai, correrai tanto velocemente che senza nemmeno rendertene conto arriveranno i ventotto, e qui t'innamorerai e sognerai ancora, lampo inconsapevole di un futuro disperso, e aspetterai, aspetterai poco paziente a dire il vero e pure un sacco imprudente, inconsapevolmente audace e pure un po' rincoglionito. 
Giocherai con la vita giovane uomo, con la vita ed i suoi azzardi, i suoi inciampi, le sue gioie, le sue noie, i suoi slanci di niente che si tufferanno nel tutto senza saper nuotare, finché ad un tratto, tutto ad un tratto, ti accorgerai che saranno già i trentacinque e poi i trentasette, quindi i quaranta o giù di lì, e ad un altro tratto, senza avvisaglie, senza pubblicità né intermezzi, ti accorgerai - un poco svampito - di non ricordare... di non ricordare più l’ultima volta che hai sognato per davvero. 
Finito. Stop. Smarrimento onirico, un virus mutante che obnubila.”

Luì prese il messaggio e lo archiviò nella cartella spam.

Lui questo Capitano non lo capiva proprio, e anche lo avesse capito non lo avrebbe di certo ascoltato, l’ascolto non è la prima qualità di Luì, forse nemmeno la seconda, bisogna dirselo in tutta franchezza, poi che cosa cazzarola voleva dire questo Capitano con quella pioggia di parole in successione?
Non lo so, non lo so nemmeno io che sono il narratore e queste cose dovrei saperle visto che le ho scritte, facciamo che ognuno adesso  si da la risposta che vuole, la mia già la sapete, senza presunzione di verità ribadisco questo: i sogni si consumano.

Sì, i sogni si consumano, si accumulano e poi si consumano, nascono e si consumano, crescono e si consumano, invecchiano e si consumano, stanno fermi e si consumano, si muovono e si consumano.
I sogni arrivano di notte e svampano di giorno.
E insieme ai sogni si consumano i sognatori e si consumano pure i sognati, i sognanti e le sognate, è tutto un consumarsi, è per questo che poi li trovi lì tutti insieme accatastati sulla spiaggia a fine giornata all'ombra di un pedalò insabbiato.

Stanchi sono i sogni ad una certa età.

Lui questo lo sapeva, lo sapeva da tanto di un tantissimo di tempo fa, ma ha sempre fatto finta di nulla.

E allora che fare? Niente, non c’è niente da fare, perché prima di consumarsi ai sogni succede altro, i sogni prima di consumarsi capitano.
I sogni capitano, così, all'improvviso, tra un dire e un niente, tra un sorriso e un bacio, un abbraccio e una lacrima, una ragione e un sentimento, un tutto e un sempre, un brivido di fronte ad un fuoco acceso, malinconico suggello di una sera fatta di emozioni e addii.
I sogni capitano come la pioggia a ferragosto, la neve ad aprile, il sei al Superenalotto al botteghino del Bar Sport e Gazzosa.

Luì finì la sua passeggiata mangiando piadina con le sarde in Casina, bevendo un birra bionda e chiudendo con un caffè amaro.
La ruota immobile faceva panorama, consumata pure lei, monumento del sempre che ritorna, tradizione di ogni estate che si rispetti.
Un delfino saltava lì a fianco... ah no, questo no, i delfini non ci sono più lì a fianco, se sono andati, proprio come i sogni di un bambino neo adolescente di mezza età.



Hai mai provato a raccontare il fuoco?

Bruciano le passioni, bruciano le emozioni, brucia la rabbia, bruciano i sogni, c'è chi dice bruci pure il vino rosso rubino, in calici absolutely di media ampiezza.

Brucia il mare mentre lo guardi da un muretto mangiando gamberetti, sardoncini fritti e battiti di cuore.
Brucia il viaggio di ritorno in autostrada, bruciano gli afrori umidicci di un amore romanticamente irriverente.

Ho visto abitacoli di comode auto diventare incandescenti, letti esplodere e specchi rifletterne le fiamme.
Ho sentito parole farsi carezze e poi abbattersi con la forza di un uragano.
Ho sentito orgogliosi non detti sgretolare dialoghi a cuore aperto che manco Barnard avrebbe fatto meglio (o peggio).

Bruciano i ragazzi e le ragazze, così come bruciano gli uomini e le donne, non tutti con la stessa intensità, non tutti con lo stesso crepitio e non tutti nello stesso momento, fuochi asincroni si potrebbe chiamarli... quelli fuori tempo.

Ho visto pulsioni evaporare nel giro di un niente, dal tramonto all'alba, quasi che il calore sprigionato fosse troppo intenso per superare indenni la notte.
Ho visto fiamme ardere per anni, sotto e sopra la traccia, la traccia del sentimento, la traccia del perché, la traccia del come, ah sì... la traccia del come è la più fetente di tutte, fetentemente ineluttabile o quantomeno autoimmune,  che logora lentamente sotto la gragnuola degli anticorpi del raziocinio.

Brucia il tempo, bruciano gli impazienti travestiti da saggi, bruciano le urla ma sono certo brucino di più certi silenzi.

Ho visto sorrisi ardere per poi spegnersi tra le lacrime, ho visto l'irrazionalità diventare padrona del tempo, coppie scoppiate tra troppi lui-lei-essa-egli.
Ho visto "i bastioni di Orione" di fianco al rudere dell'Hotel Savioli Spiaggia e anche lì faceva un caldo della madonna, il fuoco non risparmia proprio nulla, diteglielo agli umani.

Il fuoco... ah è fantastico il fuoco, è fantastico osservare le fiamme mentre fanno l'amore, ché è così che nascono le scintille.

Ho visto illusi ricercare il calore di quella fantastica volta in altre dieci-cento-mille volte, sarebbe meglio non affannarsi consci del fatto che se tutto fosse unico nulla sarebbe unico.

Giocare con le parole, scaraventandole a caso tra pensieri indecisi, è un po' come accudire le braci di un rogo depresso da troppi però.

Ho visto dandy coi jeans sorseggiare sambuca ghiaccio e mosca come fosse Martini, in locali fuori dal tempo, avvolti dal fumo di un toscano a metà, tra giocatori di ramino e una languida dama al bancone, tutta charme-cervello-perizoma e intensità.

Ho raccontato storie e continuerò a farlo, perché mi diverte dar forma al niente e pur anche al tutto, così... tra una scintilla rabbiosa e un dolce spasimo della mente.



Storia di lui e di lei, del loro primo appuntamento, del durante, del dopo.

Quella sera lui non sapeva che cosa sarebbe successo, forse niente o forse tutto, o più banalmente qualcosa poco più di niente, o poco meno di tutto se proprio vogliamo trovare delle alternative.

Sono le aspettative quelle che fregano, succede ogni volta che si programma, è inevitabile, di fianco ad ogni prima cresce l'attesa del dopo, prima di ogni "possibile" prende forma l'idea di quel che verrà.
Prende forma, si colora, nascono profumi e sensazioni attese, la fantasia diventa ieri-oggi-adesso-questa notte-domani mattina, è facile perdere il contatto con la realtà e abbandonarsi ad un crescere confuso di  "sarà, sarà, lo so che sarà". 

E' così che va la vita, ed proprio per questo che quella sera, prima di ogni altra cosa, lui fece un bidè. 
Sì lo so, questo dettaglio a questo punto rompe la poesia e incrina l'atmosfera, ma ogni futuro che si rispetti nasce da un bidè precauzionale, non fate finta di non averlo mai fatto che non siete credibili, ci siamo passati tutti.

Ma ora ritorniamo sul pezzo, dicevo si fece un bidè e si versò un bicchiere di sangiovese, riserva ma non troppo, quello che aveva a portata di mano, una bottiglia aperta due giorni prima, comprata al Conad Filanda di ritorno dall'ufficio, 7 euro e 50 centesimi in offerta, prezzo onesto per un 13 gradi e mezzo del 2018.
Perché un sangiovese dopo il bidè? Perché il sangiovese a piccole dosi scioglie senza sconvolgere, un calice da 0,40cl ha un effetto rilassante, attenzione non bisogna esagerare ché altrimenti l'effetto diventa depotenziante, e non è bello, soprattutto a una certa età.

Quella sera lei non sapeva che cosa sarebbe successo, forse tutto o forse niente, o più banalmente qualcosa poco meno di tutto o poco più di niente se proprio vogliamo trovare delle alternative.

Rileggendo dall'inizio vi accorgerete come oltre alle aspettative sono i punti di vista a fregare, tutto e niente vivono ai confini dello stesso attimo, si confondono, si sovrappongono, l'uno o l'altro per dire in fondo la stessa cosa.
E comunque anche lei, visto che il tempo tiranneggiava, decise di fare un bidè, avrebbe preferito la doccia s'intende, signora anche in questo, ma avrebbe fatto tardi oltre il tollerabile e scese quindi a compromessi.

Ma chi erano lui e lei? 
Erano due ragazzi, o due adulti se preferite, quaranta-quarantacinquesei anni più o meno, meno di novanta in totale, secondo me ragazzi, secondo altri di più, ma non importa, erano un lui e una lei come potreste incontrarne a bizzeffe (non in questo periodo che non c'è un'anima in giro, ma normalmente a bizzeffe).
Erano due ragazzi che un giorno decisero di darsi un appuntamento, uno di quelli così, nati per caso, dopo una vita di:
"Dai si potrebbe fare" 
"Prima o poi" 
"Un caffè, un aperitivo, una cena, quello che ti va" 
"Mi va! Ok! Ma non in quest'ordine"
"Cosa? In che senso in quest'ordine"
"Un aperitivo, una cena e un caffè. Questo è l'ordine giusto"
"Ah perfetto, allora facciamo questa sera?"
"Va bene, alle venti parcheggio del Cinedream"
"Ok"
"Ok"

Erano le cinque e quarantacinque del pomeriggio, per quello non ci fu tempo per la doccia.

Lei mentre si preparava sorrideva, lui mentre si preparava si agitava.
Lei chiudendosi la porta alle spalle: "ma farò bene?", lui chiudendosi la porta alle spalle: "ma perché ho aspettato fino ad ora?".
Lei salita in macchina controllò il rossetto, lui salito in macchina controllò l'alito.
Lei guidando cercava di immaginarlo più bello di come lo ricordava, lui guidando cercava di immaginarla più nuda del solito.
Lei prima di scendere dall'auto nel parcheggio del Cinedream ricontrollò il rossetto e chiuse la borsa, lui prima di scendere dall'auto nel parcheggio del Cinedream ricontrollò l'alito e "tirò indietro" la pancia.

"Ciao, scusa il ritardo!!"
"Figurati, sono arrivato ora anch'io"
...smack... smack... (rumore di baci di saluto sulle guance - nda)

Si guardarono, si guardarono forse per la prima volta davvero, un secondo più del dovuto, indugiarono l'una negli occhi dell'altro, un lieve rossore riscaldò il viso di lei, una punta di malcelato imbarazzo rese la voce di lui meno ferma del solito.

"Andiamo"
"Ok"

Ora potrei raccontarvi l'aperitivo, la cena, il caffè, le chiacchiere, il vino, la storia della vita di lui, la storia della vita di lei, gli ammiccamenti, i sorrisi, i non detti e gli stradetti, i telefoni in silenzioso e i messaggi ignorati, lui che la osserva mentre va in bagno, lei che lo osserva mentre va a pagare, i due passi uscendo, il mare, il profumo della primavera, le mani che inavvertitamente si sfiorano, una battuta sulle scarpe rosse di lei, un commento sulla sciarpina un po' da checca di lui, le testa di lei che civettuola si abbandona sulla spalla di lui, lui che ha mollato definitivamente la pancia raccontando che a una certa età il muscolo fa cafone, gli sguardi che si incrociano di nuovo, il cuore che batte, quello di lei o quello di lui? Bah, non so, non si capisce da qua.
Potrei raccontarvi tutto questo ma non lo farò, non c'è spazio, non c'è tempo e poi lo sapete già come funzionano queste cose, siete grandi ed espertissimi, no?!
Però vi racconterò che cosa successe in quel preciso istante che separa il niente dal tutto, che poi succede in buona parte degli istanti come quelli, successe chee... che la brezza, il mare... le aspettative, i punti di vista... lui, lei, loro, la cena, il sangiovese... beh.. successe che si trovarono di fronte all'auto e... e salirono e lui mise in moto e partirono.

Brutto eh? Delusi vero? Eh ma troppo facile il lieto intermezzo tutto cuori e perfetto, ormoni e passione, luna e stelle, baci e carezze e amplessi sulla sabbia come non ci fosse un domani.
"C'han" quaranta-quarantacinqeseisette anni più o meno, quasi novanta in due, e un sacco di vissuto alle spalle, le emozioni a questo punto spaventano e quindi la prospettiva non poteva che essere il parcheggio del Cinedream.

Viaggio di rientro.
Lei non pensò, parlò poco, ma sorrise dolcemente guardandolo.
Lui non pensò, parlò poco inanellando frasi confuse, ma sorrise dolcemente guardandola.

Momento dei saluti:
"Ciao..."
"Ciao... è stato bello sai?"
"Sì, voglio rivederti"
"Anch'io"
"Quando?"
"Presto"
"Ok"
"Ok"
"Grazie"
"No, grazie a te"
...smack ...smack (rumure di baci di commiato sulle guance - nda)
"Notte..."
"Notte a te..."

E ognuno ripartì verso il proprio dove.

"Driiiin... " o "Dlin dlon..." se vi piace di più, comunque è il rumore del campanello della casa di lei
Lei guarda dallo spioncino, sorride, apre.
Lui entra.

"Ma che ci fai qui?! Sei matto?"
"No perchè? Hai detto presto!"
"Mah... veramente"
"Ora è presto, domani è tardi...."

E potrei raccontarvi di nuovo del rumore di cuori (quello c’è sempre), dei vestiti sul pavimento, delle scarpe sul tappeto, le autoreggenti una sì e una no, la saliva, le mani, il letto, i cuscini, l'ansia da prestazione, la voglia di volersi, le coccole, la passione tribolata, il "mi sono dimenticato i profilattici", "sei un cretino però baciami", il bello di tutto quello che è bello da qualunque punto di vista lo si guardi, i capelli spettinati, l'ancora, "l'adesso vado che sono le cinque", i "sei scemo", i sorrisi, gli odori, gli umori, i silenzi, i leccotti, i "pensavo peggio", i "fantastico", il sapore che persiste tra le lenzuola, i baci senza smack, e tutto quello che di solito si racconta in questi frangenti, ma non lo farò.
Chiuderò qui il racconto e lascerò a voi che avete avuto la pazienza di arrivare fino a qua il gusto di immaginarvi che cosa sarà del dopo, ammesso che un dopo ci sia, perché spesso, ricordatelo, un dopo non c'è e anche ci fosse non è detto che sia come voi lo vorreste, quindi per non deludervi lascio a voi la scelta, finitela un po' come vi pare!

Ciao, ciao e buona notte. 






Agata ti ricordi come ci siamo conosciuti?

C’è chi li chiama ricordi, altri  amano invece definirli “pezzetti di me”.

Luì appartiene a questa seconda categoria, un collezionista di “pezzetti di me”, un conservatore seriale di sensazioni andate, di profumi, di colori, di attimi, di espressioni, di situazioni, di sapori, di rumori e anche di silenzi... e di pezze giustificative s’intende...
Eh sì, Luì conserva a pacchi, conserva foto, biglietti e bigliettini, lettere colorate e lettere in bianco e nero, dediche,  oggetti apparentemente insignificanti, fredde mail e veri e propri ammassi di neuroni e loro connessioni. 
Luì è un accumulatore di sinapsi, indelebili banche dati di tutto il suo vivere... e credo anche (e soprattutto) di tutto il suo essere.
Scatole di  🍕 d’asporto, cappuccini, sms, vino rosso, il bip di un telepass, pasticcini, cravatte troppo strette, la bici, la giacca, Zattaglia, Bologna, Rimini, le terme, la spiaggia, il 17 e il 26, il 28 e il primo, il 6310, whatsapp tuttattaccato, sborantamila, la gianetta, le finestre aperte, i capelli bagnati,  sono tutte allegorie di un tempo immobile eppure così vivo.

Agata lo sa, sa che quel ragazzo convive da anni con tutto quel sempre piccolo ed ingombrante, profondo come un attimo interminabile e a volte superficiale come un lungo bacio senza passione, salato come il mare , dolce come una canzone smielosa, conturbante come uno sguardo che non si distoglie, potente come un brivido che non si riproduce.
Agata lo sa... ed è per questo che ha imparato fin da subito a capire i tanti non detto, ed è per questo che Luì non si è mai preoccupato di fingere... sarebbe stato completamente inutile.

“E ora dici?”
“Ora sì! Che farai ora?”
“Niente, vivrò come sempre, il tempo in fondo passa...”
“Per gli altri sì...”
“Anche per me ti assicuro, guarda la barba!”
“No per te no, per te passano gli anni ma non il tempo, sei un adulto con la pancia di un bambino, un vecchio cucciolo di uomo, un vintage col PC portatile che non capisce che le cose attorno a te succedono e portano fatti e conseguenze,  non si può ricominciare da capo ogni volta!”
“E chi lo dice?!?”
“Luì! Lo dice la vita!”
“Agata! Ma che ne sa la vita?!”
“... ....”
“Agata?”
“Sì, dimmi, anche se non ho voglia di ascoltarti”
“Agata ti ricordi come ci siamo conosciuti?”
“... sei incorreggibile...”
“Vieni, prendiamoci un caffè, te lo racconto...”

La convivenza ai tempi del coronavirus

Toccare questo argomento di questi tempi rischia di aggiungere noia a banalità, già detto a scontato, e sarebbe pertanto meglio evitare, però cosa volete, sono le diciotto e zero cinque e qualcosa bisognerà pur fare prima di cena….

La convivenza a parer mio è difficile già di suo, molto difficile, difficilissima direi, e questo è vero a prescindere, anche quando viene intervallata dal lavoro, dalle uscite con gli amici, dai corsi di Yoga, dalla piscina, dall'aperitivo con Edgardo, dall'uscita dei figli da scuola, dalla spesa, dalle gare al circolo bocce di Villa Inferno, dalle cene di lavoro, dai pigiama party che costringono uno dei due a dormire in garage e altre cosucce del genere.
Ma in una situazione come questa, in isolamento Covid intendo, lo stare insieme in otto vani (bagno compreso) e centotré metri quadrati calpestabili (garage escluso), diventa se non altro impegnativo, anzi direi... bello impegnativo.
Figli con o figli senza, non è determinante.
Non è colpa di nessuno, vorrei sottolinearlo, è banalmente una questione di geni, geni nel senso di genetica, i geni della coppia costretti nello stesso spazio e per periodi prolungati (più di 72 ore consecutive) perdono la naturale elasticità.
Direte voi che l'elasticità del gene non è qualcosa di scientificamente fondato, non esiste in sostanza, è una fake news come va di moda dire oggi, beh vi dico io che non è vero.
Il gene elastico esiste, ne è prova la capacità di adattamento di una coppia media in periodi normali, l'elasticità del gene consente ai due coesistenti di evolvere nell'insieme, di gestire il quotidiano, di stare l'uno con l'altra pur in assenza di amorosi sensi, perché se è vero che l'amore è chimica la convivenza è elasticità.
Gli effetti dell'elastico sono diversi a seconda si tratti di uomo o di donna.

Il primo effetto dell'elasticità si dispiega sull'udito del maschio, la capacità di ascolto dell'uomo convivente è inversamente proporzionale al tono di voce della donna, più questo si alza più il timpano di lui rimbalza dolcemente, sfuma le asperità, attutisce gli acuti, si fa spugna: immagazzina le onde acustiche per poi rilasciarle gradualmente quando il volume in entrata scende.
E' questo il fenomeno che fa apparire lui vagamente disinteressato alle discussioni, che conferisce all'uomo quell'espressione vaga, di qualcuno che pensa ad altro... ad altro tipo "dai, otto minuti ed esco a gettare la busta dell'umido dall'altra parte di Corso Garibaldi, così chiamo Eros e organizziamo la birra di giovedì".
Il timpano elastico è lo stesso che si attiva in caso di discussioni silenziose o di basso tono, dove lei quasi bisbiglia, in quel caso i neurotrasmettitori si invertono e lanciano tutti lo stesso segnale: "PERICOLO, PERICOLO, PERICOLO", qui l'elastico si tira e la soglia di attenzione sale ai massimi in meno di tre decimi di secondo.

Dopo aver agito adeguatamente sull'udito, l'elasticità (e siamo sempre in ambito uomo) si propaga a quella parte del cervello che custodisce le frasi fatte ed accomodanti, non so dove si trova esattamente, nel frontespizio occipitale credo (esiste? Non lo so e non verificatelo per favore, ché altrimenti mi fate fare brutta figura) ma indipendentemente dal dove, a questo punto, si attivano le sinapsi che fanno partire le frasi ad hoc: "hai ragione, sono stato disattento, scusami, non volevo, non capiterà più, amoruccio uccio uccio, vieni qua...".
Già al primo "hai ragione" il tutto potrebbe rientrare con lui che può ritornare in bagno a chattare con Luisa e lei a pensare "stronzo, lo so che ho ragione".

Il movimento di ritorno dell'elastico, quello sconclusionato prima della ritrovata quiete, quello che è tanto più forte quanto più l'elastico è nuovo, potrebbe poi agire sulla libido, l'uomo dopo essersi sublimato "nell'hai ragione" risolutivo, obnubilato incautamente dagli afrori della vittoria, nove volte su dieci si lancia in un approccio soave e carico di romanticismo, si avvicina delicatamente e sussurra un voluttuoso "sei così bella quando ti arrabbi… è in questi momenti che mi ricordo del perchè ti amo, luce dei miei occhi, senso della mia vita, cosa dici, trombiamo?".

L'elasticità dei geni femminili è pressoché speculare a quella del partner, all'udito elastico dell'uomo risponde la voglia elastica della donna di scaraventargli sulla faccia la moka ancora bollente, ma dopo il picco di tensione l'effetto rientra e si trasforma in un salvifico "stroonzo, tornaa da tuua maadre".
Alle frasi fatte le sinapsi della donna rispondono con i pensieri in anticipo: "ecco adesso la dice, adesso crede di risolvere tutto con il suo hai ragione di merda, ecco lo dice, lo diCE, lo DICE…", se non ci fosse elasticità a questo punto sarebbe la catastrofe e invece il tutto rientra… "facciamo finire questa sceneggiata il prima possibile che poi se ne esce a gettare l'umido e chiamo Ernesto..".
Al movimento di ritorno, quello della libido, la donna risponde in maniera differente a seconda dei momenti che lei sta vivendo, solo e soltanto lei ne ha il controllo sia chiaro, potrebbe essere quindi un "sì, togliamocelo dalle balle velocemente" - "sì, che quando ricapita altrimenti" - "si che Ernesto pure ieri è uscito con la moglie" - "no" - "valà che se la vuoi devi insistere almeno fino alle quattro di domani pomeriggio".

Quando invece tutto è costretto oltre le 72 ore, quando l'elastico non ha spazio sufficiente per dispiegare il suo movimento tipico, quando la coppia è travolta dal bagno occupato, dalla tv sempre sul programma sbagliato, dalla mancata libertà di chat, dal pigiama sdrucito di lei e dalla tuta macchiata di lui, dalla moka pericolosamente sul fornello, dall'alito pesante, dai capelli nel lavello, dal russare assordante sul divano, dalla peluria inguinale incipiente, dalla routine, dalle canzoni sul balcone, dalla frase sbagliata al momento sbagliato, dai silenzi prolungati, dal "devo fare tutto io", dalle domande cadute nel vuoto, dalla connessione che rallenta e Porno Hub che conseguentemente procede a tentoni, beh in questa grave situazione la coppia è a rischio, in una scala da uno a dieci siamo a otto e mezzo quasi nove.

Quindi, non c'è davvero via d'uscita?
Beh sì, due possono essere i freni alla tragedia in assenza di elasticità:
a) Il mutuo cointestato con una durata residua superiore al 50% della durata iniziale e con le fidejussioni incrociate dei rispettivi suoceri
b) L'amore. Ma qui siamo nell'ambito del "se non altro è raro" e non c'è sufficiente casistica per fare un'analisi incontrovertibile...

Saluti.