Gli Intesi

Si diceva dell'intesa mi pare, quella mentale, "incastro di cervelli" la chiamano.
Si diceva che l'intesa mentale è più forte della passione, del sesso e anche del tempo, quello che precede e quello che succede.
Si dice che l'intesa mentale si nutra di coincidenze, di attimi che si rincorrono e di parole non dette, perché tanto non importa... "gli intesi" arrivano un attimo prima, giusto giusto quei due secondi che servono a capire che non serve dire, è già tutto terribilmente chiaro al primo sguardo.
Se approfondiamo poi, ci si rende conto che è chiaro pure se lo sguardo non c'è, "gli intesi" si capiscono e basta, hanno il cuore sincronizzato, al 70% dalla nascita e al 30% dalla prima volta che hanno fatto l'amore.
L'intesa la puoi pesare, 20 chili, tutti lì a schiacciare il bisogno che c'è di incontrarsi, di sentirsi e di cercarsi. 
Cercarsi sempre, sempre nel tempo e sempre nello spazio, durante, prima e dopo, sempre.
L'intesa è sexy e "gli intesi" godono, godono da pazzi, si godono a vicenda, sudano, ridono, piangono, si lasciano travolgere e stravolgere, tanto da non poterne più fare a meno, salvo uscirne inariditi, tristi, vissuti ed esigenti, dei futuri incontentabili, che spesso rinnegandosi si rifugiano nel "piuttosto", quel posto lì freddo e ammuffito che sa di carta di giornale bagnata e che prima o poi li espellerà accartocciandoli.
"Gli intesi" non sono uguali, questo ha da esser chiaro, a volte sono simili ma sempre certamente si completano. 
È per questo che non puoi separarli, mai per davvero, mai fino in fondo perlomeno, sarebbe solo finzione, e pure apatia, tipo nebbia e cioccolato con le mandorle amare cotte al vapore, che detto così pare non aver senso, ma se provi ad assaggiarlo in una sera di metà novembre, in una vaschetta da mezzo chilo senza cucchiaino tra le valli di Comacchio, poi lo capisci che cosa volevo rappresentare.

Metti una sera a cena da solo...

Cittadella... enoteca, cena da solo dentro la porta, la serata sa di mura antiche, vino rosso, lardo e crostini, sangue di tagliata, ragazzi che spritzano.

Sedersi di fianco a due francesi agée, che hanno ordinato polenta e porcini con contorno di costata di manzo, e ad una coppia di amici probabilmente lombardi che stanno importunando in inglese la cameriera di colore con accento veneto, ha tutto il suo perché.

Poco distanti, due tavoli a margine, stanno due coppie clandestine, evidentemente clandestine, ma clandestine tristi.

Sono diverse, diverse e tristi.

Una è lei che c'ha sonno e lui che c'ha sete; l'altra è lui che fa il galante e lei che fa la figa annoiata... "ho caldo, la luce è troppo forte, posso cambiare sedia, si può abbassare la filodiffusione, possiamo cambiare tavolo?".

Lei che c'ha sonno sta cercando di ravvivare la serata, spiega, si atteggia, si avvicina, si posiziona di profilo con la gamba accavallata e raccoglie i capelli per mostrare il profilo greco, che forse è un po' troppo greco e un po' troppo profilo.

Lei che si annoia, col capello rosso arrabbiato, cambia tavolo davvero e si destreggia per ancheggiare svaccando, con l'espressione da Crudelia de Mon (che non so se si scrive così ma va bene chè internet non funziona e non posso verificare). 

La lei che c'ha sonno ora ride, ride e toglie briciole dal tavolo, ride e in un impeto di romanticismo spinto poggia la mano sulla spalla di lui. 

Arriva un tiramisù.

Il lui della lei che si annoia si alza sconsolato, camicia sbottonata al quarto bottone, pelo sul petto con riporto, chiede il conto. 

Ora l'espressione di lei è simile a quella di Mano nella terza puntata della "Famiglia Addams".

Non ci sono più i clandestini di una volta, no, no... tristi pure loro, la nuova frontiera dell'evasione sarà la singoltudine irregolare, l'accoppiato insoddisfatto non cercherà più la trasgressione della relazione parallela, racconterà invece di una partita a calcetto il lunedì sera per uscire da solo.

Birra e salsiccia, You Porn e pop corn per sesso onirico e fuga dalla realtà, ma se vuole lasciare le briciole sul tavolo nessuno gli romperà i coglioni, e la musica a palla, e la sedia scomoda e il tavolo sotto ad un faro a led, e il vino, corposo, abbondante, rosso, in calici ampi, molto ma molto ampi.

La lei che c'ha sonno sta bevendo a carretta e si lascia andare ad un bacio appassionato a metà, però sorride, sembra un po' meno triste; la lei annoiata sta aspettando al tavolo, il lui che fa il figo è scappato con la cameriera veneta di colore, il titolare dell'enoteca è incazzato per la perdita della dipendente, io sto aspettando il conto, mi serve la ricevuta che poi devo fare il rimborso.

Una lacrima di grappa morbida addolcisce.

La serata sa di mura antiche, vino rosso, lardo e crostini, sangue di tagliata, ragazzi che spritzano.


Si fa presto a dire: "vado ad un corso di formazione"

Ora, dico io, e ci pensavo giusto due minuti fa in auto mentre rientravo da una cena all'aperto, la vita è bella piena di incertezza. 
Di incertezza sì, e poi di instabilità, di treni in ritardo, di rapporti annoiati, di profilattici bucati, di fughe in avanti, di lavoro che c'è e non c'è, di "non so cosa mettere questa sera", di serate con la valigietta rossa non si sa mai a casa di chi, e di un sacco di eccetera, eccetera ed eccetera, ma con un'unica grande certezza, una, una sola: i corsi di formazione aziendale fuori sede, su più giornate, colleghi e colleghe e docenti, con pausa pranzo preparatoria, aperitivo alcolico, cena ancora più alcolica in "ristorantino tipico e figo che lo conosco io", albergo 4 stelle S con simil jacuzzi, sono la madre di tutti i mali.

Sì, è così, il Corso di Formazione è nemico della serenità.
Perché è il mix di situazioni concomitanti che crea il disagio. 
Il giro di tavolo in apertura è il primo tassello, l'ignaro partecipante inizialmente guarda i colleghi in maniera apparentemente distratta, e per ognuna di loro si fa un bel filmettino (sono passato subito alla specifica di genere perché solitamente il partecipante ignaro e fintamente distratto è maschio, la donna o è distratta vera o è attenta punto):
"Mmhh, carina, aria saccente, silenziosa, sarà sposata? E figli? E quell'orologio? E la gonna sopra il ginocchio? E che c'azzecca lì a ridere con quel suo vicino di posto che è pure spettinato per fare il figo? Secondo me è insoddisfatta (della vita, non del vicino di banco - nda)."

E dopo l'analisi silenziosa e apparentemente distratta parte la fase di ascolto della presentazione: 

- "Ciao, sono Agata, vengo da Forlì, sono la responsabile commerciale dell'area nord-est del perimetro nord della divisione non-food del compartimento strumenti di misurazione avanzata, ho due figli, il primo ha poco meno di sei anni, il secondo poco più di sei mesi, amo cavalcare, il venerdì esco con le amiche, dal lunedì al giovedì faccio il budget, mio marito mi trascura, il mio fidanzato è un coglione però li amo tanto"

Il partecipante ignaro non è certo di aver sentito le ultime 10 parole, anzi al 99,99% non sono mai state pronunciate, ma lui si convince che lei le abbia dette, o perlomeno pensate, o che sicuramente le penserà, e questo è il secondo tassello: il tarlo.

Il problema in questo caso è il tempo, per fare diventare il tarlo numero di telefono c'è meno di niente, l'obiettivo deve essere raggiunto entro la fine della pausa pranzo, e allora il nostro parte così:

- "Ciao, sono Ugo, lavoro in Direzione Generale, sono il responsabile dell'uffico comunicazioni integrate e digitali per le relazioni esterno/interno (centralinista capo - nda), sono separato quasi divorziato da dieci anni, ho un figlio che vive praticamente con me a parte i lunedì-martedì-mercoledì-giovedì-venerdì e domenica pomeriggio, sono sensibile, odio il calcio e non lo guardo mai a parte le domeniche di campionato e i mercoledì di coppa. 
Oggi vado a pranzo alla Lampara e questa sera mi piacerebbe fare un aperitivo in uno di quei localini sul lungo viale insieme a tutti quelli di Forlì a cui lascio volentieri il mio numero per gli accordi del caso".

Se "quelli di Forlì" sorridono, è molto probabile che la serenità subisca il secondo importante colpo.

Poi il terzo tassello, la prova del nove: la pausa caffè del pomeriggio.

Ugo, professionista sgamato e un po' fintamente goffo, esce lentamente dall'aula ben attento a farsi individuare e seguire fino al barettino di fianco, se è molto professionista tra le 14.30 e le 14.45 è già riuscito ad ottenere l'amicizia su FB da parte di Agata, ringraziando via wa con una faccina arrossata e la manina che fa ciao. 
Al banco ordina due caffè, uno lungo per lui e uno ristretto per lei, entrambi senza zucchero, imposta la voce, la guarda sornione, e: 
"Mi fa molto piacere averti conosciuta, colleghi da tanto e mai incontrati, sarebbe stato di certo più piacevole faticare se fosse successo prima".

Se lei sorride e più o meno pensa: 
"Certo che la giacca gli cade davvero bene su quella cravatta autorevole", 
e più o meno dice: 
"Ma quel localino sul viale di cui dicevi poco fa, lo conosci personalmente?", beh in questo caso la serenità e sull'orlo del suicidio.

A questo punto è inutile raccontare la serata, ognuno si può immaginare ciò che più l'aggrada, soprattutto i colleghi di corso il giorno dopo, che per capire davvero dovrebbero controllare le espressioni e i gesti a colazione: 
se "quelli di Forlì" è la prima a scendere giusto due minuti dopo l'alba ed Ugo immediatamente a seguire, e poi tavolo isolato ma non troppo, sguardi volutamente distanti e mani che si incrociano "per errore" nel vassoietto del burro, magari indugiando sulla fetta biscottata con un tono di voce tra lo smieloso e lo smarrito, beh qui ci sono tutti i sintomi di una serenità ormai definitivamente perduta; 
se invece è un saluto impacciato dieci minuti prima della sessione d'aula, lui Nutella e lei salato, e poi tavolo comune e affollato a parlare a voce alta della lezione in divenire, beh qui la serenità è ancora recuperabile e la serata precedente, usando un neologismo forbito, si è conclusa decisamente alla cazzo.

Ecco, è così, manca solo l'ultimo tassello, quello che permetterà di capire il proseguio della vicenda, e riguarda la frequenza con cui verranno organizzati i prossimi corsi di formazione, che in caso di storia evoluta od evolvente saranno sempre più numerosi e sempre più spesso convocati a ridosso di we lunghi, in zone scarsamente coperte da cellulare ma ottimamente dipinte da tramonti ramati, con aule comode e matrimoniali, orari allungati e pause rarefatte, paesini isolati che prenderanno il posto degli uffici di formazione zona Duomo, così davvero troppo rumorosa e moderna per un apprendimento adeguato!!

Donna, i 40 per te iniziano a 35.

Lo sostengo da sempre: per una donna i "40" iniziano a 35. 
Anni intendo, anni.
Nulla a che fare con l'età biologica, no, quella ognuno gestisce la propria, parlo di età celebrale.
Oggi la donna al compiere dei 35 entra nella fase del "tutto è possibile", no limiti e soprattutto vivere ad oltranza.
I sintomi sono facilmente individuabili, il primo, quello più potente, si manifesta con una malcelata insoddisfazione, insoddisfazione per tutto ciò che la circonda.
Insoddisfatta della routine familiare soprattutto, dove il marito è troppo marito, i figli troppo figli, la casa troppo casa, la suocera troppo suocera, i fine settimana troppo fine settimana. 
Poi insoddisfatta di quello che non è famiglia e allora anche il lavoro è troppo lavoro e il tempo libero diventa annoiante, e poi è poco, troppo poco, anzi "devo iniziare a ritagliarmi i miei spazi".
L'insoddisfazione a questo punto diventa apatia acida, con venature di incazzatura rapida, rapida nel senso che basta un niente, e allora il troppo marito, che potrebbe essere anche un troppo fidanzato, inizia a somatizzare.
Ed è con la somatizzazione che inizia un circolo perverso, perché un marito somatizzato diventa una vera piaga, si imbruttisce, si aliena dalla realtà, la barba non è "volutamente incolta che fa maledetto", ma semplicemente "rasata alla cazzo che fa trasandato". 
La pancia non è più interessante ma prolassata, il sesso diventa ecumenico, nel senso che se va bene ci si ricorda di santificarlo a Natale, la birra diventa la vera alternativa, il calcio in TV una ragione di vita, il beccaccino al bar una fuga dai problemi che riconcilia con il mondo.
E la donna, giustamente, diventa ancora più insoddisfatta, ma a questo punto con un però: "insoddisfatta però creativa".
Il "però creativa" si concretizza a seconda delle attitudini, ma il fine è solo uno: riappropriarsi del proprio essere sia interiore che esteriore.
Ed è così che iniziano i corsi di pilates, il footing, il rafting, il tango argentino, i corsi di inglese avanzato, lo yoga, le serate di kamasutra illustrato e commentato al circolo del bridge, le specializzazioni in fotografia, e soprattutto vere e proprie full immersion di social network, tutti, nessuno escluso: FB che si linka con Instagram che condivide con Google che twitta su Pinterest!
E sui social iniziano ad apparire foto a nastro, spesso risalenti ad almeno dieci anni prima, al 75% senza figli, al 99,99% senza marito.
E questo con una costante: il dopo "attività creativa" si chiude con le compagne di corso in qualche locale di tendenza.
Ed è qui che si consuma il disastro, sì perché le frustrazioni passano a fattor comune e banalmente sono benzina sul fuoco, ed  è dopo queste serate che si affacciano prepotentemente lo smalto a caldo, il tacco progressivo (cioè che aumenta di un centimetro la settimana) e il perizoma d'ordinanza che non si sa mai.
E perché dicevo tutto questo inizia con i 35? Perchè il combinato disposto di quanto sopra descritto si fonde spesso con una fisicità che affascina. 
Non più la forza acerba dell'adolescenza, ma la potenzialità discreta della milf che non perdona.
E la Milf che non perdona diventa tutta consapevolezza ed emozione.
Terreno di caccia per toy boy e quarantenni deleteri e d'assalto con la faccia da paraculi.
Il circolo sì che a questo punto è diventato davvero perverso, il ritorno a casa dopo la serata post corso è terrificante, "e quello là" sdraiato sul divano addormentato di fronte alla TV inizia pure a puzzare (quello là è il troppo marito - nda).
A questo punto, in modalità "silenzioso" off course, partono le chat con le amiche su wa e su telegram, fatte di commenti estasiati, anzi proprio eccitati, sugli addominali del toy boy o sul savoir-faire del brizzolato.
Ed il mattino seguente, ça va sans dire, sarà un fiorire di nuove richieste di amicizia su FB, che entro le tredici diventeranno messaggi marpioni su messanger e nuove foto del profilo dove oltre a smalto, tacco e perizoma, faranno capolino le prime labbra a cuore, non ancora botulino, siamo sui 35 ed è quasi tutto naturale.
Un dettaglio: i professionisti del genere (toy boy e quarantenne deleterio) non mollano mai, amano esagerare, non sarà solo un messaggio, sarà una gragnuola, saranno sborantamila messaggini e mille squilli, saranno suadenti, audaci, corteggianti, sapranno capire se di fronte si trovano la 35enne "goodbye and thank you" o la romantica in cerca di un sentimento, e si regoleranno di conseguenza.
Per l'evolversi delle storie rimando agli altri racconti, ho scritto parecchio sui quarantenni e le loro paturnie socio sentimentali che si intrecciano indissolubilmente con le nostre trentacinquenni, qua stavolta mi interessava raccontare il prequel lato donna, capire dove e come inizia, non il perché, sì perché il "perché" è troppo difficile, per questo non basta un banale osservatore come me, servirebbe di più, un quarantenne deleterio e professionista ad esempio, o al massimo un toy boy, sono loro quelli che sanno davvero!!
Vi sembra brutto? Stereotipato e cinico? Può essere, ma cosa volete, la mia visione è distorta, sarà l'età...





Ogni tradimento ha il suo perchè....

Bar in zona centrale, tavolino ombreggiato, un caffè per far compagnia al mio quotidiano d’abitudine, di fianco due donne, una signora ed una ragazza, bionde, capirò poi essere madre e figlia.

La ragazza ad un certo punto attacca: “Ricordi Giulia?? Sandro l’ha beccata con Valerio, a casa di lui, alle due del pomeriggio, a letto, quasi nudi, lui ancora con i calzini, lei con le meches appena rifatte, rosse. Ma scusa…,  ma perché diavolo si tradisce!? E con il calzino calzato poi!!”

La risposta è stata fulminea: “Semplice cara… è per fuggire alla noia di un rapporto troppo rassicurante, salvo poi rientrare ogni sera nella noia di un rapporto doverosamente rassicurante. E’ una questione di aggettivi.”

Fantastico, ho iniziato lentamente ad avvicinarmi a loro, fingendo nochalance e un vago "mi sposto perchè ho caldo",  mi interessava origliare, storie di vita, intrighi, amplessi e dolori.
E’ stato molto istruttivo, ne è uscito un fantastico e tragico quadro d’insieme, una “specizzazione” del tradimento e dei traditori, partendo dall’assunto che è la noia il vero motore dell’instabile rapporto di coppia, ed è sempre la noia il collante del duraturo rapporto di coppia.

La conversazione fra le due è stata interessantissima, veloce e nevrotica, uno spaccato di vissuti, mai un giudizio, una semplice serie di punti di vista, racconti e considerazioni, di donne e di uomini, innamorati e disillusi, felici e tristi.
Provo a raccontarla come l’ho ascoltata, la specizzazione del perché, e tu che leggi sii consapevole che i perché del tradimento sono molteplici, ad ognuno il suo.

Ed ecco che allora c’è chi tradisce perché non può farne a meno, due è meglio di uno, esistono in natura bulimici da relazione sessuale multipla e clandestina, è la ricerca della quantità che apparentemente appaga, uomini e donne pari sono, entrambi i generi si muovono in maniera frenetica.
Bugiardi professionisti, freddi racconta balle, specialisti della negatività plausibile che si abbandonano all’evidenza proprio per renderla incredibile.
Non si innamorano mai, a casa, di fianco, hanno sempre la persona che avrebbero voluto come padre o madre dei propri figli. Il tradimento? Per loro è solo un modo per rendere più sopportabile il rapporto primitivo (nel senso di "quello che è venuto prima"), l’amore è un sentimento troppo pesante per reggerlo in due, serve essere almeno tre.
La noia è la molla? Probabilmente sono annoiati dentro e cercano invano di fuggire da questo senza accorgersi di abituarsi all’eccesso, dimenticando però che l’abitudine, qualunque essa sia, comunque annoia.

C’è invece chi tradisce perché non lo ha mai fatto. 
E’ un po’ come andare al cinema da soli, all’inizio non lo fai perché ti sembra brutto, fa triste, però ne hai voglia, c’è proprio quel film lì che ti piacerebbe un sacco e a tua moglie “non le va”, tuo marito ha il calcetto, e tu le balle piene, ed è a questo punto che te ne freghi: prendi e vai, vuoi vedere l’effetto che fa.  Arrivi tardi, giusto 30 secondi prima dell’inizio della proiezione, ti infili in silenzio nel posto assegnato e ti abbassi sulla poltroncina per non dare troppo nell’occhio.
Ecco, il traditore e la traditrice di questa specie  fanno così. Non è mai capitato loro e la curiosità li divora, vorrebbero ma non si può, “eh ma però chissà... ma poi però che sarà??”, “non l’ho mai fatto in fondo… per una volta…”. Si giustificano con “nella vita bisogna provare tutto”, arrivano giusto 30 secondi prima dell’inizio della pausa pranzo, si infilano in silenzio in macchina di lei e si abbassano sul sedile per non dare troppo nell’occhio. Spesso questo è l’inizio della fine, sì perché mancando di professionismo corrono due rischi clamorosi: farsi beccare, innamorarsi.
La noia è la molla? Probabilmente sono solo noiosi in cerca di riscatto.

C’è poi chi tradisce perché cerca "fuori dalla coppia" quello che non riesce a trovare "dentro la coppia". La trasgressione ad esempio, il sesso spinto, l’amore spontaneo, le parolacce, i sorrisi e gli sguardi, i complimenti che non si fanno e non si ricevono più, il “voglio prendere l’iniziativa io”. Vogliono quello che non hanno, ma non lo vogliono tutti i giorni, solo un po’, di tanto in tanto, tipo la cioccolata al latte che se la mangi a nastro poi non te la gusti più.
Due vite parallele, la routine e l’eccitante, il rassicurante e l’imprevedibile, il canonico e l’esaltante, il doveroso e lo spontaneo, due facce di tante medaglie.
La noia è la molla? Probabilmente la noia è l’anticamera dell’insoddisfazione, con la coppia ufficiale che diventa il medicinale generico che cura ma non guarisce e la coppia clandestina che diventa l’originale, che guarisce sì, ma c’ha pure, e dico “c’ha”, un sacco di effetti collaterali.

C’è poi chi tradisce perché lo fanno tutti. Questi sono dei fedifraghi modaioli, dei traditori da passerella. Tradiscono e vogliono che si sappia, fanno finta ma poi gigioneggiano, dei poveretti oserei dire, nove volte su dieci sono pure cornuti, cornuti dentro fra l’altro. Non hanno nemmeno la capacità di scegliere con convinzione, saltano sul primo amante che trovano.
La noia è la molla? Sì, probabilmente è stata la molla della loro partner ufficiale, che ha tradito per prima tra l’altro, e non per moda, per convinzione, la convinzione di essersi messe con un coglione.

E poi c’è chi tradisce perché è “meglio prima io che prima lei”, e altre che lo fanno perché “lui lavora troppo”, e quelle che “sei cambiato, voglio quello che eri una volta, c’è giusto il nostro vicino che somiglia da pazzi a quando avevi vent’anni”.

C’è chi tradisce perché la vita è difficile, è arida, e poi i figli, i problemi, l’Imu, la Tasi, Renzi, l’Isis, il TG, la mafia, la macchina dal gommista, le domeniche all’Ikea, il dentista, e poi “perché non facciamo più l’amore??”.
C’è chi tradisce perché “gli voglio troppo bene per lasciarlo, ma non sono più innamorata e voglio sentire il mio cuore battere ancora”.
C’è chi tradisce perché “non avevo niente da fare”.
C’è chi tradisce perché “sono depresso” - “e perché sei depresso?” - “perché non godo più del vivere insieme”.
C’è chi tradisce perché "fatta la prima fatte tutte".
Ci sono quelli che tradiscono “solo con il pensiero” e anche quelli che tradiscono “solo con il corpo”.
C’è chi tradisce perché “mi sono sbagliato”, c’è chi tradisce “non lo so il perché”, e chi tradisce perché vuole rimanere giovane.

E poi c’è chi tradisce per caso, ed è su questo che hanno convenuto le due donne: “Cara sappi che c’è chi tradisce per caso”.
Credo sia un buon venticinque per cento del totale.
Può capitare così all’improvviso, senza un perché apparente: “ero lì sull’autobus che leggevo il giornale ed ero appena andato a comprare i calzini da Calzedonia che guarda te che roba, mah… proprio fuori porta Mascarella!”.
E se s’innamorano? Eh a volte succede, a volte si innamorano, a volte capita.
E se capita è un gran casino, sì un bel casino, con due sole alternative tra l'altro: farsi del male o fare del male. 
Ed il brutto è che spesso sono vere entrambe.
E si può evitare? Io questo non lo so, forse no, al caso non si comanda, ci sono gli antidoti certo, e ce n’è uno che si chiama “amore vero”, una roba rara, ma per caso può pure capitare che ci si possa sbagliare nel valutare "se era proprio amore vero”, così ad esempio: "Ohhh i sintomi c’erano tutti, ma io... Io mi sono sbagliato mi sono”.
Sia chiaro, questa volta lo sbaglio più grande non è stato tradire ma far finta di essersi innamorati.

Sono uno sporco possibilista? Un giustificazionista irresponsabile? Può darsi, non credo ma può essere, in questi casi però bisognerebbe avere chiara una roba: “Se ti sei sbagliato, rimedia”.

Ecco, è così, è finita, un bel dedalo di lui e di lei, e le due hanno pagato il caffè, e io ho pagato il caffè, e solo una domanda è rimasta senza risposta: “Ma perché cazzarola Valerio non si è tolto i calzini??”.

Elogio dell'improvvisato

"Ma come si fa a essere così?"
A chi non è mai capitato di sentirselo dire?! A tutti direi.
E un "Ma come fai??" aggiunto subito dopo per ribadire il concetto?! A quasi tutti penso.
Se poi si chiude con "...io ci do su!", allora siamo proprio nel qualunquismo spinto, rasenti rasenti lo scontato.
E pensare che tutto questo è solo per una pizza, sì una pizza, che tu magari arrivi a casa, hai fame, il frigorifero è "non totalmente fornito", senti un bisogno di carboidrati piuttosto intenso, il gatto del vicino ti è entrato in giardino, fuori il sole sta tramontando, e quindi la risposta viene da se: è la pizza, non altro.
E allora cosa rispondi al "Ma come fai?" di prima? Semplice, rispondi che a volte la soluzione è una sola: improvvisare. 
Rispondi che tu sei un improvvisatore, perché è nell'inaspettato che sta il bello, è nel pensato di fretta che si nascondono le emozioni più forti, è nell'istinto che si scatena la passione, è un profumo che prepotentemente ti occupa il cuscino che si fa ricordare, è su di un bacio rubato a morsi con il dubbio che sia troppo presto ma te ne freghi, che nascono le storie d'amore.
È l'improvvisazione che combatte la noia, sono gli appuntamenti puzzle scritti a matita sul Quo Vadis che costruiscono la settimana, è il guizzo che ti fa chiudere il contratto a sorpresa ed ecco che arrivano le sborantamila tonnellate che fanno l'Mbo.
Sono gli amplessi di corsa che fanno perdere la testa. È svenire al Posada senza avvisare che movimenta la serata, è impazzire sul divano appena rientrati a casa che la risolve.

"Ma come fai?"... Organizzo l'inaspettato, ecco cosa faccio. 

Pizza oggi, pomini e mela su letto d'insalata al sapore di tonno domani, riunioni, l'auto che ti abbandona al primo appuntamento, la linea che cade, la telefonata in attesa che si trasforma in teleconferenza di lavoro a tre tipo tu-lei-l'altra, il perizoma che non si trova, lei che nella foga di una trattativa ti dice che si "riposiziona sul mercato" e tu invece pensi "fantastico, proprio in questa riposizione la volevo".

Ecco questo organizzo, così faccio, non altro.

Improvvisare fa diventare grandi senza diventare seri, ti fa abbandonare il certo per il fantastico, ti fa scegliere, ti fa pure sciogliere come mi suggerisce il correttore, ti fa sorridere, fa sorridere pure lei a volte, ti lascia senza cena se improvvisi troppo tardi, fa incontrare amori e amici alle giostre, ti fa la vita, te la costruisce ogni giorno un po', di corsa, con la tosse e anche senza.

Improvvisare non è il contrario di pensare, è solo un pensare senza riflettere, un pensare che quando arriva arriva, non c'è rimedio, c'è solo da rassegnarsi!

Dilf, l'evoluzione dell'uomo.

Ci siamo, la letteratura più chic e il giornalismo d’inchiesta si sono buttati sull’argomento, Vanity Fair all’ultimo momento ha bruciato il reportage “Clitorideo o vaginale, quale futuro per l’orgasmo femminile??” per dedicare sette pagine centrali al tema davvero caldo del momento: “il Dilf, storie di uomini che forse ce la fanno”.

Viviamo in un’epoca utero-centrica, Milf e Cougar spadroneggiano, quote rosa ovunque,  l’uomo sentimentale è tale solo “in funzione di”. Pensate: è toy boy in quanto oggetto di piacere per donne alla ricerca di testosterone; è spesso marito per un desiderio di maternità; è amante per un desiderio di lei di fuggire dalla noia di un rapporto acido ma rassicurante;  è muratore perché lei c’ha la casa da ristrutturare; è imbianchino perché ha bisogno del doppio lavoro per pagare gli alimenti a lei; c’è perfino un Renzi qualunque che è Presidente del Consiglio perché Maria Elena voleva fare la ministra.

Lo so che ora almeno tre donne sono partite alla ricerca della mia auto, e tutte e tre con un solo obiettivo: essere la prima a bruciarmi la macchina! Ma perdonatemi, il gusto del paradosso mi stuzzica e diventa necessità quando si vuole porre l’attenzione sul problema.

Sì perché un problema c’è, ed è il baratro in cui sta cadendo l’uomo medio, soprattutto il “brav’uomo”, scritto così, con l’apostrofo.

Il “brav’uomo” è l’evoluzione del bravo ragazzo, non aggiungo altro, si capisce già.

Ma come in tutte le catastrofi, perché di questo si tratta, giusto un attimo prima che la categoria imploda definitivamente,  ecco che arriva lui: il Dilf.

Il Dilf non è l’equivalente maschile della Milf attenzione, troppo riduttivo, il Dilf è uno stile di vita, uno stile nato dalla necessità di sopravvivenza, è l’evoluzione della specie, ecco questo è, l’evoluzione della specie, sono sicuro.

Il Dilf da piccolo era un bravo bambino, quello con i capelli a caschetto, le mani pulite e le scarpe lucide; poi è diventato un bravo ragazzo, quello che non faceva mai buco, che “permesso e scusatemi”, che ha dato il primo bacio a 23 anni non per “portare rispetto” ma perché non sapeva esattamente dove mettere la lingua e si vergognava.
Poi eccolo diventare un “brav’uomo”, quello con un lavoro impegnativo, i capelli neri, la macchina nera, le corna e le scarpe lucide, poi quarant’anni compiuti.
Sì le corna, poi sì.. quarant’anni compiuti.

E qui però il confine diventa labile,  non tutti i “brav’uomini” diventano Dilf, alcuni diventano semplicemente rassegnati.  
Rassegnati tipo bicicletta e beccaccino, carne alla griglia e Gazzetta dello Sport, Tv, divano di stoffa, pay-Tv, pigiama, Tv satellitare, espressione triste, la forfora, il lavoro, il pettegolezzo acido, la nostalgia, la Gazzetta dello Sport, la forfora, il capello che non diventa brizzolato... assume contorni di beige.
Il “brav’uomo” è un bravo papà, ma è spento.

Il brav’uomo che diventa Dilf invece perde l’apostrofo e cambia l’ordine, diventa un uomo bravo. Provate a leggerlo di corsa, sì così… velocemente, “un uomo bravo”, sentirete che fa tutto un altro effetto.
Un uomo bravo nell’intorno dei quaranta. Spettacolo puro.

L’uomo bravo che evolve due sono le cose che fa per iniziare, anzi tre, quasi una testimonianza di cambiamento: compra un piumone all’Ikea, una camicia di jeans e impara a limonare.

La prima perché il piumone fa! Fa caldo, fa moderno, fa pure un po’ modernariato, è l’evoluzione della coperta imbottita e fa sembrare il capello un po’ più brizzolato e un po’ meno beige. Il piumone Ikea è simbolo di libertà, libertà di dormire senza pigiama e pure senza maglietta, e dormire senza pigiama fa pandan con il jeans stretto senza scarpa e senza ciabatta, piede nudo su parquet. Che un attimo dopo sei due paia di piedi nudi su parquet, e due attimi dopo è un po’ di tutto su parquet.
La seconda non lo so perché, ma io un Dilf me lo immagino con la camicia di jeans.
La terza è perchè deve riscattare tutti gli under 23 che sono ancora lì a capire dove devono mettere la lingua.

Il Dilf è un bravo papà, ma è vivo.

Il Dilf nei primi anni di attività ha una vita sentimentale disastrata, un insoddisfatto, un non accontentabile, un cacciatore di emozioni a prescindere. Spesso il lavoro prende il sopravvento sul sociale, e il sociale diventa fatto di pochi amici, tanti conoscenti, amiche, solitudine, calici di media ampiezza, vino rosso e spremute d’arancio, acqua naturale, libri e giornali, cartoni animati, un-due-tre per le vie di Roma, nascondino, l’affare del secolo, la noia, tutto assolutamente fatto solo perché lo vuol fare.

Il “brav’uomo” invece  lo fa perché “altrimenti cosa faccio alla mia età…”.

Il Dilf tiene le aspettative basse, che “beh pensavo peggio…” è molto meglio di “e io che credevo…”, e poi è rassicurante, caldo, uno che ti puoi fidare, c’ha pure la pancia ed è passionale che non te lo immagini.

E la donna del Dilf? Quella vera intendo?
Il Dilf cerca la donna sicura, impegnata, impegnativa, con un bel culo, imprevedibile  nella sua maniacale organizzazione, e assolutamente un po’ paracula, proprio come lui.
Quella insomma che: “Certo che sarebbe certamente più saggio aspettare, ma se lo voglio, lo voglio subito”.
La vuole anche in carriera, non importa quale, l’importante è che abbia aspettative, proprio come lui.
Se poi usa pure lei jeans stretti senza scarpe basta solo un parquet e l’acronimo è servito.
E poi vuole quella che legge “Vanity Fair” e “Così parlò Zarathustra”, che usa la mail, l’I-pad, l’I-phone, che registra Grey’s AnatomY, ma se deve scrivere una cosa importante usa un post-it giallo, e lo appiccica in bagno.
Perché è libera, libera di scegliere, tanto libera da scrivere persino le cose importanti in bagno mentre fa la pipì.

Tutti questi sono dettagli che a mio avviso confermano la tesi, l’uomo se vuole evolve, e il Dilf ne è la dimostrazione. Non mi è ancora chiaro che cosa serve esattamente per fare lo scatto, certamente la pancia, leggermente accennata magari  e il saperla portare soprattutto, anche sotto al piumone dell’Ikea, sì perché il resto, tutto il resto, bhe…  è fuffa.