Una domenica bestiale

“Ma chi sono quei due??”

Me lo sono chiesta appena li ho visti salire lungo il sentierotto che “porta alla porta” principale, quello lastricato di ciotoli, io me ne stavo lì appoggiata alle mura, a fumare la mia sigaretta d’ordinanza rollata prima del servizio, guardavo il mare che non si vedeva, ché i vapori della pianura stavano stazionando piuttosto fastidiosi in quell’orizzonte che è una delle ragioni per cui sono ancora qua dopo tutti questi anni … ed ecco che sono arrivati loro.

 

Lei bella, lui di meno.

Lei sorrideva, lui pure.

Lei claudicava per via di un ginocchio visibilmente malandato e si poggiava a lui, e non perché non riuscisse a fare da sola sia chiaro, ma per tenere il suo accompagnatore ancorato a terra, sì perché lui volava, sì avete capito bene, volava, non camminava… proprio fluttuava, e probabilmente lei temeva che se gli avesse mollato il braccio quello sciocco se ne sarebbe sparito in mezzo alla nebbia che abbracciava il colle lì da basso, che poi avendo pure paura di volare, come sarebbe ritornato?

E lei ormai aveva prenotato per due, mica poteva pranzare da sola, quindi lo teneva stretto.

 

Sono passati di fronte al gazebo del ristorante guardandosi negli occhi, non sembravano fidanzati, nemmeno amici, e neanche fratello e sorella, tantomeno cugini, a me sembravano dolci, ma non dolci di quel dolce smieloso tipo Peynet con la carie… dolci e basta.

Hanno proseguito lungo il perimetro interno delle mura, senza avere chiaro che cosa stessero cercando, ammesso che cercassero qualcosa, si sono affacciati sulla cinta di destra ma non sembravano soddisfatti, la nebbia probabilmente rompeva le balle anche a loro; hanno poi proseguito fino all’ingresso del Resort, tra l’altro chiuso in questo periodo, che cercassero una stanza? Non credo, o magari lui sì, certamente lei no.

Poi eccoli poco dopo sbucare sul fronte opposto, quello inondato dal sole a quell’ora del mattino, e si sono piazzati lì su una delle panchine reverse che costeggiano il belvedere.

 

Ora voi vi chiederete come faccio io a sapere tutti sti dettagli, beh semplice, ve lo dico, li ho seguiti.

Mi hanno incuriosito, ve l’ho detto, e visto che sono impicciona ho deciso di farmi un po’ dei fatti loro, non tanti, solo un po’.

 

La panchina era quella dei sogni, ce ne sono un sacco sapete? Su ognuna di queste sta scritto il titolo: “… quella dei sogni”, “… quella degli innamorati”, “… quella dei disillusi”, “… quella dei poveri”, “… quella dei giovani”, “… quella dei piacioni”, “… quella degli stanchi”.

Poi cos’è successo? Lo so che volete sapere pure questo, “si sono baciati??” chiederete voi, “si sono abbracciati??”, “hanno fotografato il paesaggio??”, “hanno tirato fuori un cavalletto, una tavolozza, una tela e hanno iniziato a dipingere?”.

No, lei ha preso dalla sua borsa nera e gigante un mazzo di carte romagnole ed hanno iniziato a giocare a briscola.

Le carte erano nuove, di buona fattura, sembravano fatte a mano da quel tipo lì che si chiama “Del Negro”, un fabbricante di carte da gioco con la passione per i tarocchi (questo lo so perché me lo ha raccontato mia nonna che faceva la fattucchiera a Sant’Arcangelo da giovane, e il cugino di Del Negro si era preso una cotta per lei).

Lei ha mescolato la prima mano, mentre lo faceva un po’ lo guardava negli occhi, un po’ si mordicchiava il labbro superiore, un po’ faceva “schioccare” la lingua in un tic buffo e delicato, un po’ pensava a come stracciarlo, un po’ raccontava.

Lui la guardava, sorrideva, a tratti proprio rideva in maniera sguaiata, parlava e aveva smesso di volare, le gambe a cavalcioni sulla panca dei sogni lo tenevano ancorato al suolo.

La cosa strana era il rumore ritmico di sottofondo, tipo un “tum.. tum.. tum.. tam.. tam.. tum.. tum.. tam.. tam…”, lo percepivo appena appena accennato dalla distanza in cui mi trovavo (avevo smesso di seguirli da vicino, ora lo facevo solo con lo sguardo, anche perché il ristorante si stava riempendo e mica potevo continuare a non fare una minchia, c’ho da lavorare pure io).

 

Romeo arrivò all’improvviso, un po’ di soppiatto, un po’ di scatto, si arrampicò dapprima sulla gamba di lui, poi dopo una serie di giravolte tra di loro si accovacciò proprio nella borsa delle meraviglie, dove tra l’altro lei aveva appoggiato la sua giacca nera col fiore rosé, stava comodo, lo si capiva dal muso soddisfatto, voleva farsi coccolare da quei due, e per lui è strano, di solito non da troppa confidenza agli sconosciuti, me lo dice sempre la Cesira, “l’è un gat stramb”.

 

Ok, se non vi spiego chi sono Romeo e la Cesira mica si capisce niente qua. La Cesira è la nostra aiuto cuoca, una signora sui settanta che ancora non ha voglia di starsene a casa, parla un dialetto tutto suo, vive da sola con un nipote scapestrato che fa il meccanico a Rimini, un bravo ragazzo, ma un cicinin sfigato. Romeo è il suo gatto, della Cesira intendo, quando lei è a casa lui è casa, quando lei sta in cucina da noi, lui va in giro a curiosare, e si ferma solo al sole e vicino a chi gli piace.

A questi è salito pure sopra, quindi evidentemente gli piacevano più di parecchio.

 

Lo accarezzavano, incuranti dei peli che perdeva tutt’intorno e degli artigli che provavano la tenuta dei jeans, e lui se la godeva, sì se la godeva parecchio, poi ad un tratto, quasi per lasciarli soli, o almeno un po’ più soli, se n’è fuggito proprio come era arrivato, all’improvviso e di soppiatto, ma non si è allontanato più di tanto, si è accovacciato lì ai piedi della panchina, quella dei sogni ricordate?

 

La briscola l’ha vinta lui per inciso, lo dico a questo punto ché è importante, l’ha vinta all’ultima mano, dopo una “lunga e difficile” partita, in cui lei un po’ cercava di difendersi e un po’ lo lasciava fare, poi un tre di bastoni, un re di non ricordo cosa ed uno scartino, e la cosa è andata così.

Lui non ha concesso la rivincita, anche perché si era fatta l’ora di venire da me, ma sono certa che ricapiterà, che giochino a briscola intendo.

 

Quando sono entrati nel gazebo l’unica cosa che ho pensato, oltre al “ma chi sono sti qua??” che continuava a ronzarmi in testa, ecco… ho pensato, ve lo dico: “ma quanto sono belli insieme??”.

Sì proprio così, perché dovete sapere che ci sono diversi tipi di persone, ci sono i brutti, i belli a prescindere, i bellocci, i belloni, i coglioni, le stragnocche, le gnocche rifatte, i carini, gli insignificanti, ed i “belli insieme”, e loro – fidatevi di me che ne vedo a svagonate qua nel mio ristorantino – appartengono alla categoria dei belli insieme.

 

Ora che li avevo qui vicini il “tum.. tum.. tum.. tam.. tam.. tum.. tum.. tam.. tam…” lo sentivo proprio bene, distinto, insistente, agitato, caldo. Che uno dei due avesse un pacemaker?

 

Non sto a raccontarvi che cos’hanno mangiato, se volete saperlo vi tocca di venire anche voi a trovarmi, perché è vero che sto qua a scrivere storie ma devo pur sempre campare, e se non fatturo non campo, ma una cosa ancora ve la voglio dire, non ho mai visto una coppia parlare così tanto, o ma tanto tanto, parlavano mentre mangiavano, parlavano mentre bevevano, si guardavano e parlavano, si toccavano e parlavano, si appiccicavano e parlavano, mi salutavano e continuavano a parlare tra di loro.

Che un po’ li invidiavo e un po’ mi avevano rotto i coglioni con tutto sto parlare, manco dovessero raccontarsi una vita!!!

 

Li abbiamo visti di nuovo scendere il ciotolato che “porta dalla porta” al parcheggio, si stava avvicinando il tramonto, li abbiamo visti io, la Cesira, Romeo e altri due clienti che hanno pranzato poco distanti da loro, cera pure Carlino il loro Terrier di quattro mesi, noi ce ne stavamo lì appoggiati alle mura, poi ad un tratto Alfonso, uno dei due clienti ha detto: “Oh, ma quanto sono belli insieme?”, e la moglie ha aggiunto: “lo sapranno?”, “beh..” - faccio io – “dovevamo dirglielo..”.

“Se mo quant ciacaré fai…. i m’ha rimbambì” è stata la chiusura della Cesira.

 

“tum.. tum.. tum.. tam.. tam.. tum.. tum.. tam.. tam…”

“La smetti di far tutto sto casino con sto cuore?? Stai disturbando” ha detto lei salendo in auto. 

Sorrideva.