A volte capita che un bambino creda di essere grande e poi da grande si accorge che è ancora un bambino...

Ma è più conveniente essere piccoli? Forse sì. E allora come si fa a tornare indietro?? Non lo so, forse un modo c’è ma bisognerebbe essere maghi. E perché poi è più conveniente essere piccoli?

Perché? Perché sì. Vedi i piccoli hanno paura del buio, dell’acqua alta, a volte dei tuoni, più spesso dei lampi, qualche volta dell’uomo nero, non vogliono restare soli.  Spesso credono che se un gioco lo si desidera davvero molto basti scrivere una letterina da lasciare sul camino e il gioco arriva, passa un tipo vestito di rosso con la  barba bianca che si chiama Babbo Natale e lo appoggia lì sotto all’albero; qualche altra volta credono che se un gioco non si può e invece lui lo vuole davvero è sufficiente dire: “o questo o niente”,  e piantar su un bel muso e il gioco arriva anche se non era proprio il caso. I bimbi sanno che se l’altalena va piano basta dire: “più forte papà!”,  e l’altalena accelera.
E’ più facile fare il bambino, perché se sei un bimbo e hai paura del buio, dell’acqua alta, dei tuoni e più spesso dei lampi, basta andare in braccio a mamma o a papà e chiudere gli occhi e il buio diventa un po’ meno buio, l’acqua alta in fondo arrivo solo fino al ginocchio e il ginocchio di papà è altissimo per te che lo sfiori giusto con la punta del naso, e i tuoni e i lampi diventano un po’ come i fuochi di artificio e anche se sei a Casamassa che l’acqua esonda dai fossi e il cielo si illumina a notte fonda, basta avvicinarsi un attimo tra i due sedili  davanti, ed ecco che lì di fianco a te trovi tutta la sicurezza del mondo e ti godi lo spettacolo.

Diventa tutto un po’ meno facile quando ad un tratto, così all’improvviso, perdi un pezzo della tua sicurezza, e non è che lo perdi di vista perché magari si è spostato un po’ più in là, perché magari è stato deciso che la sicurezza è meglio darla uno per volta che può andar bene lo stesso, o perché il lavoro può tener lontani. No, ad un tratto ti accorgi che non c’è più, è volato via un pezzo, proprio volato, e il bambino si accorge subito che non è come quella volta che il suo papà era andato a caccia in Jugoslavia anche se non era vero, al bambino non importava se non era vero, tanto poi è tornato, ecco te ne accorgi quasi subito che non è così.
E si badi bene, perdere un pezzo della propria sicurezza non fa diventare grandi, si resta sempre bambini, ci si atteggia ad adulti ma si resta bambini, e quindi tutto è più facile, perché in fondo si crede ancora che per sconfiggere il buio basti accendere la luce, e magari non sarà sufficiente la letterina ma Babbo Natale, prima o poi, passa, basta insistere. I tuoni fanno paura ugualmente, i lampi illuminano, uno dei due sedili è vuoto, ma il bambino non pensa al temporale, pensa che prima o poi finirà e dopo potrà saltare sulle pozzanghere rimaste, come Peppa Pig e poi tanto di fianco a lui c’è sempre l’altro pezzo. E’ più facile.

E allora quand’è che diventa difficile?
Diventa difficile quando ti accorgi che non hai più paura di niente, o meglio: quando ti convinci di non aver più paura di niente. E’ il primo passo del diventare grandi, i grandi acquisiscono sicurezza, fanno, disfano, corrono, sudano, amano da grandi, costruiscono e faticano, iniziano col voler dare sicurezza a loro volta, oppure ci sono quelli che tra un cappuccino ed un caffè e una boccia di  Bellavista, non fanno, oziano, parassitano, soprattutto parassitano e raccontano di essere grandi e di aver sudato, faticato, costruito e chiesto scusa.  Entrambe le categorie di grandi (la seconda è meglio nota come categoria di “grandi paraculi”)  si convincono comunque di non aver più paura di niente.

Ed è qui che diventa difficile. Perché un giorno capita che ti accorgi che sarebbe bene avere paura, paura di farsi male ad esempio, paura dell’incoscienza, e non è sempre come quando eri piccolo che perso un pezzo della sicurezza comunque ne restava un altro pezzo, e non è che se hai vinto cento battaglie vincerai anche la centouno, la centodue e la centotre, no, non è così. La centouno la perdi, la centodue la pareggi magari, la centotre….eh la centotre vacilli, per la prima vacilli, e allora pensi: “mi ritiro”, ma non lo fai e l’esitazione è fatale, non ti ritiri e perdi, perché bisognerebbe sempre ritirarsi finché si è in tempo, questa è una delle altre regole d’oro: qualche volta avere paura e ritirarsi in tempo.
Perchè se si fosse davvero grandi bisognerebbe capire quando è necessario ascoltare con le orecchie e guardare con gli occhi, piuttosto che vivere guidati dall'unicità di un'emozione.
Vedi i bambini tutti questi ragionamenti non li fanno, i bambini seguono l’istinto, vogliono il gioco, sorridono quando c’è da sorridere, piangono se hanno fame, se hanno sonno, se hanno male ad un dentino, il resto è fantasia, felicità e sicurezza.

Quindi?
Quindi non lo so. Forse la cosa giusta è restare bambini però poi si rischia di farsi abbindolare dall’istinto, di ridere un casino quando si è felici, di piangere a dirotto quando si è tristi, di non riuscire a nascondere le emozioni (cosa che bisognerebbe imparare a fare appena nati!), si finisce col credere anche all’impossibile, si inizia col pensare che basta volere per avere, si crede a quello che ti raccontano, non ci si stanca mai di correre, si può perdere di vista la realtà, poi la realtà arriva e allora? Allora ci si accorge che forse un po’ di paura c’è.

Perfetto! Hai detto che un po’ di paura serve!
Quasi perfetto, perché a volte ti metti in testa che vale la pena essere più coraggiosi della paura perché ci sono cose che ti fanno battere forte il cuore come quello di una bimba che in altalena vuole andare “più forte del mondo”, e allora… è tutto tempo perso anche stare a pensarci… perché non c’è soluzione per i coraggiosi che hanno paura!!

L'insonne

“Ma Ste è tardi, perché non dormi? Era da un sacco di tempo che non ti vedevo scrivere sul letto? Dai, ma perché?”

“Perché? Perché non ho sonno! Mi sono macchiato la camicia con il semifreddo al cioccolato, il ViaVa non è andato, la camicia era bianca, pulita, stirata, col bottone del colletto attaccato da me che faceva un po’ ragnatela ma sono convinto che a resistere diventava moda, e poi ho danneggiato il Black Barry del mio amico, quello aziendale, quello bello con la cover di lattice nero che fa molto bondage, non si accende più e se si accende non si spegne, e se si spegne si riaccende da solo, e il touch non funziona, ma non funziona nemmeno  l’enter, insomma nà chiavica!”
“E va bè, e che centra questo con il non dormire? E poi adesso?”

“No, no, questo non c’entra, insomma… c’entra poco. Tutto è iniziato questa mattina, lungo la solita traversa di corso Baccarini che una volta la mattina quando ti alzavi e portavi la borsa in auto incontravi il sole e invece questa mattina ho incontrato il bel Carlo, alto, slanciato, giusto giusto con quell’accenno di pancetta che fa molto padre di famiglia che non ha ancora fatto cassa integrazione, falcata leopardesca, tailleur gessato grigio, camicia bianca oltre il pantalone, abbronzato, capello fluente che tende alla criniera dello stallone, colorito bronzeo tendente al ramato, sandalo. Sandalo intrecciato che fa molto Francesco, ma intrecciato di pelle lucida che fa molto Santos Francesco. Insomma in fondo che vuoi che sia se anche non ho incontrato il sole??”

“Il sole nella traversa di corso Baccarini che dici tu non c’è mai stato al mattino! I palazzi sono alti, i muri sono alti, la via è stretta, il sole non passa!”
“Passa, passa! Anzi passava, sarà che adesso il piano traffico e le strisce blu hanno cambiato tutto, però guarda ti assicuro il sole passava. Era alto, slanciato, gamba lunga senza gessato, il capello fluente non tendeva alla criniera dello stallone quanto piuttosto alle onde del mare!”

“Alle onde del mare? Ma cos’è che dici!!??”
“Sì, guarda, ci pensavo giusto questa mattina: la settimana scorsa il mare era moro! Giuro, l’ho visto io, moro con i capelli lunghi e sorrideva, o ma sorrideva che faceva paura,  ne parlavo giusto giusto con la donna della mia vita che mi ha chiesto se il mare è maschio o femmina. Femmina ho detto io! Perché? Dice lei. Perché piccola  non si capisce mai né cosa vuol dire né cosa vuol fare! Ah ok, hai ragione allora, è femmina .lo so anch’io, mi ha detto”

“Ah bè se è così mi sembra un buon motivo per non dormire!”
“Dai due minuti ancora, solo due e finisco”

Ecco la notte si dovrebbe effettivamente dormire, però c’è l’insonnia e non ci fai niente, e fra l’altro sono diversi gli insonni!  C’è l’insonne pensieroso, che non dorme e tiene gli occhi aperti e fissa il buio, tanto non lo vede, riesce solo ad osservare i sui pensieri, che spesso sono cupi e sarebbe sufficiente che accendesse la luce, vedrebbe le cose già in altro modo; poi c’è l’insonne sognatore, che sogna con gli occhi aperti, a volte uno aperto uno chiuso, lui non dorme perché ha la testa fra le nuvole, sogna il sole, il mare, la montagna, l’ufficio, l’aria condizionata, il caffè e la pausa pranzo, il viaggio in auto per andare e tornare dal lavoro, la telefonata, la vita di tutti i giorni insomma, e lo può fare per due ragioni opposte: la prima è che ne  sente la mancanza e vuole viverla per finta, la seconda è che gli piace talmente tanto che vuole riviverla, le ragioni sono due ma possono interscambiarsi a seconda dei momenti e delle situazioni.
Poi c’è l’insonne goduto che non dorme perché ha altro da fare, e poi l’insonne ingoduto che non dorme perché vorrebbe altro da fare, ma c’è anche l’insonne che gli tocca: “d’altra parte cosa vuoi fare??”. Sempre sul genere c’è l’insonne pendolare, che un po’ di qua un po’ di là non dorme mai, questo insonne è il più stanco di tutti.

Poi ci sono  gli insonni che fanno finta di dormire, spengono la tv, chiudono gli occhi, qualcuno fa finta di  russare, qualcuno fa finta di fare il sonnambulo e va a bere in cucina, al buio, poi va a fare la pipì, al buio, poi va a controllare la porta d’ingresso, al buio, poi la mattina quando si alza riasciuga il lavello che è tutto bagnato, deve sistemare il bagno che non si capisce come mai è tutto schizzato, deve chiudere la porta che altrimenti fa corrente.
Poi c’è l’insonne che scrive… molto vicino all’insonne che legge…  e questo li riassume un po’ tutti, a volte scrive pensieroso con gli occhi chiusi e la luce spenta (se i pensieri sono cupi); una volta scriveva con la luce spenta e gli occhi chiusi perché c’era talmente tanto sole che ci vedeva lo stesso, anzi si metteva pure gli occhiali scuri per affievolire tutta quell’intensità e aveva un sacco da scrivere per  rivivere due, tre, sette, quindici volte la stessa situazione;  a volte scrive per non fare il pendolare che in fondo non gli è mai piaciuto anche se a volte pensa che possa essere la soluzione; qualche volte scrive perché si diverte a ricordare raccontando; spesso scrive perché sogna o forse sogna perché scrive, di solito però, quando fa così, sta sul divano; qualche volta riscrive pure, perché pensa che una cosa scritta più volte possa essere più vera; a volte scrive per rileggere, a volte scrive e non legge perché si vergogna, a volte sintetizza, altre volte prolissa, a volte scrive per dire a volte per non dire. Un tipo confuso insomma, un po’ patetico se vogliamo, scrivesse per pubblicare almeno! Comunque sia non dorme e qui sta il punto dell'analisi.

“Oh quando hai finito chiamami, io vado è?”

“No dai, arrivo, due minuti! No aspetta, volevo…, dicevo…, facevo…”. Ok, bene, andata, ritorniamo al pc che tra un po’ mi sveglio

La contabilità industriale e la formula di "quel tanto che basta"

“Quant’è?”

“3 euro e cinquantaduecentesimi”

“3 euro e cinquantaducentesimi per una birra? Ma che prezzo è cinquantaduecentesimi?”

“Faccio il listino tenendo conto dei costi fissi, contabilità industriale, sono precisa io, il tavolino a tre gambe e la sedia di ferro su cui sei seduto ora che li ho comprati da Lombardi lo scorso anno li ho pagati 25 euro e settantatrecentesimi, che ho ricaricato sulla birra media a cinquantaducentesimi! Sono precisa io!”
“Ahh, in effetti, contabilità industriale…”

“Esatto, faccio anche una contabilità industriale delle persone, tu ad esempio l’anno scorso, più o meno verso il 18 alle ore 18 e ventitreminuti hai bevuto due birre, due di 4, anzi 1 e mezzo di 3!”
“EHH?”

“Sì, una birra media e 1 birra piccola, per due che eravate, fanno l'equivalente di 3 medie. E non hai pagato tu altrimenti ti ricorderesti che il prezzo era di 3 euro e quarantaquattrocentesimi, a quel tempo avevo comprato solo il tavolino a  tre gambe, la sedia era di plastica e l’avevo ammortizzata e non c’era neanche la nebbia come ho saputo che tu vai cianciando in giro”
“Ahh… ho capito. Ma tu non sei una Oste, tu sei una socio-ragioniera chiaroveggente con entrature nel servizio di intelligence, non l’avrei mai detto”

“Eh già, intelligence, quella che tu hai dimenticato sulla ruota panoramica sul lungo molo”
“Ma io non ci sono mai andato sulla ruota panoramica sul lungo molo!?”

“Appunto, perché sei un ingenuo, dovevi andarci e poi tornarci ogni volta che ne hai avuto l’occasione, tutti te lo dicevano, ogni lasciata è persa… com’era? Ogni buco è trincea,  ma tanto tu non cambierai mai, ho già visto da come stai seduto, stessa posizione dello scorso anno, stessa espressione, oddio, l’espressione è un po’ diversa, parecchio diversa anzi, sembra quasi che tu ti sia spento, poi sbadigli sempre ultimamente, hai sonno?”
“No, mi annoio, non mi stimolo”

“Ah, non ti stimoli. Ho capito. E per quanto?”
“Quanto cosa?”

“Per quanto non ti stimolerai?”
“Per quel quanto che basta”

“Ah, per quel quanto che basta. Sei strano. E credi forse che qualcuno se ne accorga o lo apprezzi?”
“Assolutamente no, ma mica lo faccio per essere apprezzato o accorto. Lo faccio perché sono fatto così e non ho mica intenzione di cambiare alla mia età, giusto o sbagliato mi sono fatto grande… ma scusa mettiti a sedere che in piedi mi metti agitazione e tanto non c’è nessuno a parte me e quello sulla sedia di latta con i fori a forma di fiore che ha già bevuto”

“Guarda che quanto basta è quasi come dire per sempre o due giorni o tre mesi o quattro anni o una vita e mezzo, non è un’unità di misura.”
“Vedi... allora ti racconto una storia breve, te hai presente il Fiat 662 verde?”

“Assolutamente no!”
“Vedi è un camion, anzi era un camion, un camion verde che oggi non esiste più. Due posti con il motore al centro che occupava uno spazio incerto tra i due sedili, ricoperto da una specie di semicupola allungata che un bambino di più o meno dieci anni virgola cinque poteva starci a cavalcioni e tenendosi alla maniglia centrale, e poteva fingere di essere un caw boy a cavallo. E’ difficile da descrivere e anche da immaginare se non lo hai mai visto, dovrei farti un disegno ma qui poi non riuscirei a postarlo. Spero comunque di aver reso l’idea. Ecco comunque su quel semicofano interno in metallo pesante color vaniglia, io avevo attaccato un sacco di adesivi, mi piacevano, avevo la fissa degli adesivi, così come avevo la fissa dei cowboy e dei cavalli. I cavalli veri mi facevano paura però, tipo Soraya, che una volta se ne scappò al trotto con me sopra e io mi reggevo alle briglie e urlavo e stringevo quelle gambotte piccole alla sella, una sella che Lui l’aveva comprata a Monghidoro quando era giovane e molto felice anche se io non c’ero ancora, e mi piaceva più la sella del cavallo, chè mi divertivo più a cavalcare quella poggiandola sulla cisterna in vetroresina che guarda caso aveva lo stesso odore del cliente che ho incontrato poco fa. Oggi di odori che mi hanno stimolato ricordi ne ho sentiti almeno un paio, uno di questi sapeva di vetroresina, l’altro sapeva di buono, ma buono parecchio, parecchio punto, un buono che fa quasi male… sì quasi… ecco ti assicuro che gli odori come i colori sono bastardi, ti restano impressi. Tipo il rosso ceralacca, dentro al 662 c’era un pentolino ricolmo di ceralacca solidificata, sai quante volte l’ho guardato di nascosto? Di nascosto perché era vietato, l’ho capito solo dopo qualche anno il perché, ma da allora mi è rimasta la fissa, tanto che ho comprato pure un sigillo con le iniziali che stampiglio su quattro gocce di cera laccarossa con cui chiudo ogni cosa “bella” che scrivo, anzi scrivevo, a parte ‘na roba che sigillai per errore e di bello non aveva proprio nulla.  E il rosso ceralacca che stava dentro a quel pentolino si abbina molto all’odore di buono che ho risentito oggi…”

“Ohh, difficile seguirti..”
“Macchè difficile! Ascoltami, devo finire, il profumo di buono oggi aveva un colore rosso laccato che mi sono avvicinato per un attimo alle labbra che volevo assaggiarne il sapore, anche questo era da un po’ che non lo sentivo, buono pure quello, molto buono, buono punto. Poi pero’ è un casino, perché l’odore ti resta nelle narici, il sapore sulle labbra e tutti e due ti entrano contemporaneamente nella testa. E lì restano, restano quel tanto che basta, possono restare una sera, che non riesci a cancellarli nemmeno se fai i gargarismi con il Listerin prima di andare a letto, possono restare una settimana, un mese, tre virgola 5 giorni. Quanto basta insomma. Possono restare 29 anni, come l’odore della vetroresina e il colore rosso ceralacca, che poi non importa se il pentolino qualcuno l’ha gettato o se la cisterna da camion l’hai venduta perché era un po’ scomoda da tenere in giardino, restano gli odori e resta il colore. Così come l’odore e il colore del buono, che non importa se qualcuno si è portato via tutto e loro avevano pure un sacco voglia di farsi portare via, se pure quelli ti sono entrati dentro non c’è nulla da fare, resteranno lì quel tanto che basta. Insomma, hai capito che cosa vuol dire quel tanto che  basta?”

“Sai che credo di aver capito! Non credo di essere d’accordo ma credo di aver capito. Quel tanto che basta non può essere sempre, anche se tu credi il contrario, ma può essere pure parecchio, quel tanto che basta può farti non bastare più tutto il resto, quel tanto che basta è colorato, sa di buono, ti entra dentro, trova il modo di  farsi portare via, non ritorna, cambia estetista perché vuol cambiare vita o cambia vita perché vuol cambiare estetista, quel tanto che basta resta in silenzio perché vuole che tu le cose le capisca da solo senza bisogno di spiegarle, quel tanto che basta può essere pure tanto, perché in fondo se bastasse poco vuol dire che i colori erano tenui e il profumo non poi così buono, magari solo accattivante, quel tanto che basta può essere tantissimo invece se i colori erano luccicanti come la ceralacca e i profumi buoni punto, quel tanto che basta può essere tanto per chi quando dice dice davvero, può essere poco per chi quando dice si convince di dire davvero. Ho capito?!”
“Hai capito! Porta un’altra birra per favore, piccola, che comunque a giugno si beve sempre una birra media più una birra piccola, è la quantità giusta, la quantità che basta, anche se non c’è la nebbia e il sapore del viaggio in macchina è come il colore: smaivito”.

E se poi ti svegli e non hai niente da leggere??

C’era una volta…. è la seconda favola che scrivo, è una favola, sono sicuro, perché…  ricordate…  le favole iniziano così:  “C’era una volta…” e si attacca, e si racconta una storia, un fatto, si da spazio alla fantasia, si gioca con le parole,  s’inventano i personaggi, le situazioni, ci sono sempre un sacco di cattivi, un buono, una buona, una vittima, il lupo e il lieto fine. Sì, ogni favola che si rispetti ha sempre un lieto fine che si rispetti, poi c’è chi vuole esagerare e non si accontenta di un dramma fantastico, vuole anche il finale tragico e fa morire il buono, fa imprigionare la buona,  manda in esilio i fratelli più piccoli e fa morire di fame il lupo, e poi  ecc. ecc. ecc. A me quelle  favole lì  non mi piacciono, c’è già la realtà che ti spiega che cosa succede, le favole devono avere un lieto fine.

Comunque…  torniamo a noi,  dicevo è la seconda,  la prima parlava di me e del mio scricciolino, questa sera invece ho pensato di scrivere qualcosa per qualcuno che magari si sveglia all’improvviso durante la notte e fatica a riprendere sonno, e non ha nemmeno niente da leggere, e quindi  si dovrebbe alzare, cercare un libro di gradimento,  accendere la luce, sfogliare le pagine, leggere in silenzio,  invece questa la può leggere sul telefonino ad esempio, sotto le coperte ed un clic, luce spenta ed un touch ed è già arrivata, legge e due minuti e dorme. La può leggere anche in bagno mentre fai la pipì, non è impegnativa, è corta, è una favola dalla morale incerta!!

Allora c’era davvero una volta, c’era una volta che una piccola ragazza ad un certo punto della propria vita, non si capisce bene perché, non si capisce bene percome, le venne il vizio di sognare. Ogni sera  lo stesso sogno, al massimo avrà saltato tre volte, cinque se contiamo  le ultime due notti,  una perché aveva mangiato pesante, due perché aveva bevuto troppo, tre perché faceva freddo, le ultime due non lo so, non lo so perché immaginarsi tutto non è mica facile, una volta che la conoscevo quella ragazza che mi raccontava tutto, o quasi, le storie mi venivano via belle fluide che mixavo il vero al verosimile, il facile al difficile, il lento alla corsa,  oggi un po’ meno…  però…  Comunque il sogno era strano, senza volto, anzi meglio…  senza il volto del protagonista, oppure con tanti volti che portavano allo stesso punto,  però un sogno bello, di quelli che ti fanno star bene, che se ti svegli ti scoccia. La ragazza sognava, si lasciava andare a quella sensazione di tepore, di passione, di comprensione, di “completezza” (dicasi completezza quando due persone si incastrano perfettamente sia fisicamente che psicologicamente,  tanto da formare un insieme unico molto difficile da smontare), stava bene ma poi si svegliava, si svegliava e si riaddormentava e poi risognava, e poi  magari le veniva voglia di mangiare un cioccolatino “Lindt fine stagione”,  quelli che li compri al bar in offerta dopo il caffè, il fine stagione per i cioccolatini Lindt coincide con la primavera quindi è questo il periodo giusto,  quelli che a volte te li ritrovi pure sulla scrivania in ufficio e non sai chi li ha portati ma te li mangi lo stesso oppure li nascondi nel secondo cassetto perché altrimenti se li mangia qualcun altro.
E così avanti per tutta la notte, finchè “drin…drin…drin”, la sveglia, e a quel punto la ragazza scatta in piedi e parte la sua perfetta organizzazione domestica fatta di doccia-colazione-un abbondante bicchiere di acqua-apre le finestre che fuori c’è il sole-veste l’uomo della sua vita-bici se non piove-auto se piove-fai presto che è già tardi-macchina parcheggiata di traverso sulle strisce pedonali in salita per “accompagnamento” a scuola dell’uomo della sua vita-lite con energumeno che è convinto che quello non sia proprio il parcheggio del secolo-bacio con il ciocco all’uomo della sua vita-Daniele Silvestri on the Road-lavoro.

Ahh il lavoro…. e qui sono soddisfazioni, lavoro di squadra,  tutti a tirare, competizione, risultati, sudore, sangue, gomitate e via. Sì insomma dopo dieci minuti sarebbe necessario  un caffè perché altrimenti a forza di tutto questo lavorare si rischia di rimanerci. Prima di uscire per il caffè però la ragazza deve svegliare un collega che per lo stress da risultato (o ansia da prestazione) si è un attimo lasciato andare sulla scrivania e il russare disturba  l’altro che invece non riesce a leggere il Carlino on-line, e quindi deve spiegare ai venticinque clienti in attesa che è tutta strategia, che la pazienza aiuta l’uomo a crescere, e che la sua azienda lavora per questo, e che può sembrare che ci sia un certo lassismo ma guai, è tutto marketing: “facciamo sentire il cliente come a casa “, il bello di tutto questo è che la ragazza ci riesce.
Ok, lavoro finito, la ragazza ritorna a casa, ha sonno, anzi non capisce bene se è la voglia di dormire o di sognare, però deve cucinare, e poi stirare e poi riposare un attimo sul divano, che si badi non è quello del fidanzamento di una volta che avevo raccontato un altro pezzo. Ok, ora letto, il sogno ricomincia, la ragazza sta bene, si rilassa, è felice, bello sognare, cazzarola è decisamente bello… e la morale? Perdonatemi, la morale non me la ricordo benissimo, ci devo pensare....

Ho sognato che l'Orco è andato a trovare Luì in ospedale che prima stava in mezzo e adesso sta sdraiato

Ho fatto un sogno! E’ urgente, devo raccontarlo subito altrimenti rischio di dimenticare, vi dico subito che se volete capirci qualcosa dovete leggervi  anche gli altri pezzi, quelli prima e anche quelli dopo oppure non arriverete a capo di niente.

E’ stato un sogno breve ma intenso, chiaro nella sua confusione, è capitato che l’Orco sia andato a trovare Luì in ospedale. Luì era appena uscito dalla rianimazione, c’era finito perché una macchina l’aveva stirato sulle strisce pedonali, Luì aveva visto l’auto che si avvicinava a tutta velocità senza nessuna apparente intenzione di rallentare, ma niente, imperterrito come sempre ha tirato diritto perché lui non ha paura di niente e sbadapam…. spiaccicato, schiacciato, travolto. Sulle prime sembrava non ci fosse nulla da fare, sulle seconde ci si è resi conto che la situazione era grave, decisamente compromessa, ma ancora “un alito di vita spirava nelle narici del povero Luì senza paura” (ora potete anche un po’ commuovervi per l’epica del momento narrativo!), quindi ricovero urgente in rianimazione, tutte le costole rotte, il bacino fratturato, ematoma celebrale, il cuore ingessato perché l’urto lo aveva spezzato in due. La notizia ha fatto chiaramente il giro di mezzo mondo, Luì è un personaggio conosciuto, tanto che l’Orco appreso del fattaccio ha deciso immediatamente di andarlo a trovare in ospedale.
L’importanza del degente la si capiva subito dal tipo di visitatori che affollavano la sala d’aspetto, anzi quando l’Orco orrivò loro se ne stavano andando via, tutti in fila, belli composti, tristi, malinconici, dietro a grandi occhiali scuri si poteva riconoscere Mina, poi subito dopo Vinicio Caposella, a due passi Max Gazzè, un po’ perso e leggermente in disparte Franco Battiato che stava pensando a “tutto l’universo”, poi c'era Gerardina Trovato che si chiedeva se Lui avesse potuto fare ancora l'amore su di una panchina, e infine i Marlene che erano i più tristi di tutti e ancora non si spiegavano com’è che pur non essendoci stato contatto di mucosa con mucosa Luì si era infettato. Insomma visitatori d’eccezione senza dubbio.

L’Orco pensando che Luì potesse leggere aveva portato con se alcuni libri, generi diversi, “Il piccolo Prinicpe”, “L’Amante” di Margerite Duras, “Romagna Mia” di Cristiano, “Un giorno”, “Penelope alla Guerra”,  “L’uomo nero e la bicicletta blu”, “La storia dell’Orco – autobiografia incompiuta”, quest’ultimo un inedito in bozza pronto per le stampe e poi ancora qualcosa d’altro che adesso non ricordo.
L’Orco ci rimase molto male nel vedere il malandato infortunato, Luì era lì sdraiato su quel letto tutto ingessato, tutto fasciato, tutto inflebato, con gli occhi aperti e senza scarpe, parlava piano e guardava di traverso da dietro le occhiaie molto più profonde del solito, pallido pallido con la barba lunga, uno straccio insomma.

“Luì ciao, come stai??”
“Dai, insomma, pensavo peggio, si va, dolorante, è un po’ scomodo fare la pipì così sistemato, però…”

“Ma sai ho saputo pochi giorni fa, l’ultima volta che ti avevo visto eri così rigoglioso (tipica espressione da Orco, non fateci caso, voleva dire felice ma gli parve che rigoglioso fosse più esagerato) e ora sei qua?! Ma com’è possibile??
“Eh sai io stavo camminando, ho visto la macchina arrivare, andava a palla, io però me ne sono fregato e ho detto vado avanti, lui ha frenato ma mica tanto convintamente ed è stato un attimo, sono finito sotto, e il bello è che mi ha proprio centrato”

“Ma è stata una disgrazia!”
“No, no, voleva centrarmi, l’ho capito dopo, sai era domenica e l’automobilista andava di corsa perché voleva arrivare presto per passare una serata piacevole tutta dedicata a una persona che lo stava aspettando, ha visto me che stavo passeggiando ostinatamente in mezzo alla sua strada e ha detto (apro virgolette nelle virgolette anche se non so se si può fare): “valà, valà che in un modo o nell’altro ti sposti”. Aveva ragione!”

“Come aveva ragione?!”
“Sì aveva ragione, io ero in mezzo e lui aveva fretta di ritornare, lo stavano aspettando, non potevo certo essere io a fargli far tardi, lo sai che se l’impegno è urgente gli ostacoli si eliminano, io che sono testardo ho provato a resistere, ma come vedi non è andata bene”

“E adesso, che farai??”
“Ma adesso cercherò di guarire un po’ alla volta, ieri è passata una mia amica a trovarmi, mi ha detto (di nuovo virgolette nelle virgolette, portate pazienza è un sogno):  “Dai Luì, prendi un po’ di antidolorifico, inizia con dosi massicce belle forti sette/otto volte al giorno a stomaco pieno, per un po’ crederai di non riuscire a farne a meno ma non è così, un po’ alla volta riuscirai a diminuire frequenza e dosaggio, tipo drogato con il metadone, eh?!” – quindi ho pensato che farò così, appena mi tolgono il gesso dalla faccia!”

“Ma Luì, ma che razza di terapia eh, ma non va bene!”
“Va bene, va bene, me l’ha detto lei, fidati, funziona, l’ha già provato”

“Ah bè allora, se è così, se sei convinto, fai pure, anzi se funziona fammi sapere che non si sa mai, potrebbe tornarmi utile”.
Ecco è finito, mi sono svegliato e sono immediatamente passato al pc per memorizzare tutto, bella roba direte voi, è vero, ma ognuno sogna quello che si merita….

"Dai!!! Restiamo amici?"

Faccio un po’ di premesse, che lo so che come inizio è veramente uno schifo ma io non sono uno scrittore e quindi mi perdonerete qualche caduta di stile. Premetto quindi che sono stato indeciso fino alla fine, questa sera avevo voglia di scrivere perchè avevo voglia di rilassarmi, anzi ho voglia di scrivere perchè ho voglia di rilassarmi, ma non riuscivo a decidermi , sono andato sotto la doccia ed il titolo era belle-che fatto: “Restiamo amici?”, poi per un attimo ho esitato, mi era venuta voglia di raccontare, anzi di relazionare, dei risultati di una tavola rotonda che si è tenuta martedì sera al bancone di un noto centro socio-ricreativo ludico-culturale  Faentino, non faccio il nome per non fare pubblicità, però la location, gli sgabelli, io, e le quattro/cinque partecipanti, facevano molto Maurizio Costanzo Show di quando ero giovane. Si parlava di rapporti uomo-donna, donna-uomo, di gioco di sguardi, di uomini che cercano sempre la stessa cosa ma non sanno chiederlo probabilmente perché non sanno o non vogliono più corteggiare, di donne che cercano un amico prima di tutto, poi un compagno, poi un amante, poi il padre dei propri figli, poi il padre dei figli di un’altra, poi di donne che secondo molti uomini sono noiose-scontate-troppo concentrate su se stesse e senza argomenti, poi di uomini che secondo molte donne sono noiosi-scontati-troppo concentrati su se stessi e senza argomenti, insomma si generalizzava cercando l’eccezione che conferma la regola. Risultato: non siamo arrivati a capo di niente. Ecco che allora questa sera ho deciso di scrivere d’altro e sono tornato al tema originario: “Restiamo amici?”.

No, non si resta mai amici. Restiamo amici è una cagata colossale, una menzogna in partenza, non ho ancora capito bene perché si dice ma pare che qualcuno lo faccia, di dirlo intendo. Ora ad essere precisi è bene distinguere tra coppia e coppia, io in questo passaggio mi riferisco alla Coppia quella vera.
Sì perché se parliamo di trombamici allora il problema non si pone, amici erano, amici sono, ed amici rimarranno. Amici da vicino si capisce, amici con la lingua magari, amici senza impegni con la voglia di trascorrere un po’ di tempo in relax, relazioni più o meno stabili alle spalle oppure anche sulle spalle, vite parallele, case distinte, famiglie multiple, facebook che non fa rumore per messaggiare e le conversazioni si archiviano senza cancellarsi, sincerità quanto basta che tanto nessuno ha voglia di andare a verificare, parole spese senza risparmiarsi che tanto non costano nulla, insomma relazioni disimpegnate per alleggerire il quotidiano, soprattutto dal lunedì al venerdì pomeriggio. E qui è facile rimanere amici, ci sta, togli tromba e resta amici, nessun problema: “Ciao come stai? E’ da tanto che non ci si vede, ti trovo bene, sei ringiovanito, anche più magro, tutto bene a casa??”, “Ma sì dai tutto bene, a casa benino, il lavoro affattica ma si va, non ci sono più le mezze stagioni, si stava meglio quando si stava peggio, i figli diventano grandi e io invecchio”, “Sì ma tu non hai figli!!”, “Ah già è vero, mi sono sbagliato”, “Ok, ci si sente eh? Ciao amico mio, magari un giorno di questi, ehh? Cosa dici?”, “Sì dai, ti mando un messaggio su FB… ehh solo una cosa ancora, come ti chiami??”. Ecco così restare amici è facile, anche dopo quindici anni.

La Coppia vera invece no. La Coppia vera è quella che… è quella che almeno uno, ma qualche volta due, si inizia che ti guardi, ti guardi che non è subito così uguale a tutte le altre volte, ti guardi che insisti a guardarti e un po’ uno dei due diventa anche rosso, poi inizi a cercare le scuse, le scuse per vedersi più spesso, la balla di lavoro che è sempre matematica ma fa, poi ridi, ridi qualunque cosa uno dica, ridi piano sottovoce, ridi che quasi sorridi, poi succede che uno, ma qualche volta due, si inizia che ti viene voglia di sfiorarsi, fai finta di niente, si apre  la porta contemporaneamente, passi lo zucchero del caffè e la bustina ti cade sul bancone o magari anche per terra che ci si china in due per raccoglierla, poi magari si pigia contemporaneamente il tasto destro dello stesso mouse ché è diventato durissimo tutto ad un tratto e uno da solo non ce la fa. Poi succede che almeno uno, ma qualche volta due, si inizia che ci si inizia a pensare, che ci si messaggia ogni mezz’ora, ogni quarto d’ora, ogni nove minuti, poi ci si chiama, così… per sapere se c’è il sole, se il grano è cresciuto nel campo, se il domatore ha addomesticato la tigre, se tua figlia ha pianto all’asilo (si a volte capita), se sul tavolo c’è la polvere, se hai comprato una lampada moderna che fa contrasto con l’arredamento un po’ pesantemente retrò. Poi succede che almeno uno, ma qualche volta due, si va a comprare una giacca e si manda un foto per capire se può star bene con un tubino nero che luccica di sera anche se è buio.
Poi succede che almeno uno, ma qualche volta due, si decide che così non va, che è tutto troppo stretto, e magari è vero, perché può capitare che tutto diventi stretto. Anzi magari era stretto anche prima ma nessuno se ne accorgeva e tutti facevano finta di niente, però succede. Ora tralascio la descrizione di come ci si accorge che tutto diventa stretto e soprattutto che cosa vuol dire stretto, non mi va e sono già all’inizio della seconda facciata del foglio word da cui farò un copia incolla per inserire questo scritto sul mio blog e quindi non voglio dilungarmi molto oltre, posso solo aggiungere che quando diventa stretto si corre sul filo, la coppia vera può trasformarsi in trombacoppia oppure, ed è più frequente, in scoppia-coppia o in "devo distrarmi perchè altrimenti così stretta/o impazzisco" e sbucano alternative. Alternative punto, credibili o meno non lo sa nessuno.

Ecco allora che quando tutto questo è successo, capita che almeno uno, ma qualche volta due, si deve decidere che non si può mai restare amici, perché non si è amici, perché non si era amici, perché gli amici non diventano rossi quando si guardano, gli amici sono un'altra cosa, e allora non è bene  ”buonanotte” e nemmeno “buongiorno”, e neanche “come stai?”, però non è bene neanche fare finta di niente, e forzarsi in niente “buongiorno” anche se ne hai voglia, o costringersi ad un niente “buonanotte” anche se ne hai bisogno,  perché tanto capita che almeno uno, ma qualche volta due, si continui a diventare rossi anche da soli, si pigi il tasto destro del mouse che è duro uguale e ci si immagini che “magari ci fosse qualcuno ad aiutarci”, e quando c’è il sole capita spessimo che si prenda il telefono e capita che ci si sbagli e si chiami lo stesso e si dica: “C’è il sole! Hai visto?!” , e aveva visto, e tu lo sapevi che aveva visto, e anche se non te lo dice lo sapevi lo stesso.
Quindi? Quindi non si resta amici ma si continua ad avere bisogno con il risultato che qualcuno scrive un tema, qualcun altro legge, qualcuno dice che è tutto un delirio e non si capisce una minchia (aggiungere qualche parolaccia di tanto in tanto aiuta a sdrammatizzare e rompere il pathos), qualcuno elabora delle teorie, qualcuno quando ti incontra ride e prima o poi si becca un crocco, e il perché ride tu non lo sai, forse ha una paresi e con gli occhiali si nota di più, ma per sicurezza…  un crocco…. glielo dai lo stesso.

La penultima puntata della storia

In  questi giorni sono un bulimico narrativo, nel senso che ho voglia di scrivere senza sosta, ne parlavo giusto oggi con un mio amico dottore, un tecnico del cuore, un tecno-cardiologo per la precisione, il tecno-cardiologo non  fa l’ecocardiografia sotto sforzo, non ti dice se sei iperteso con un soffio da sdraiato, ascolta i battiti, li ascolta da lontano, anzi li intuisce,  è una professione nuova, anzi non nuova,  è una professione antica in continua evoluzione, serve aggiornamento quotidiano, roba pesante.

Dice la mia amica F., che cito perché è l’unica che legge con costanza ciò che scrivo cercando di capirci qualcosa, ed incredibilmente ci riesce nove-volte su dieci, ecco dice F che ci sono dei particolari “che non li cancella nemmeno il Vermentino” . Ora premetto che il Vermentino non mi piace, mi fa acidità, ed effettivamente anche se un post fa mi lamentavo della scarsa quantità dello stesso a fini “dimenticanti”, in realtà mentivo, non mi piace affatto utilizzare integratori etilici per dimenticare, anzi non mi piace proprio dimenticare, non mi piace dimenticare ciò che da noia e nemmeno ciò che da gioia (sono un tecnico della rima, davvero impressionante!!), quindi in fondo sono contento che il Vermentino non abbia annebbiato totalmente la capacità cognitiva del regista da macchina, qualche barlume di lucidità è rimasto, anzi sono rimasti 17 secondi di barlume, se contiamo il back up arriviamo a 34 secondi,  e se contiamo che scrivere di questo porta un tempo di lettura successivo di almeno 2,30 minuti, allora siamo arrivati a quasi 3minuti di ricordo complessivo e lo scopo è stato raggiunto.
Riprendiamo il filo perché mi pare di aver cincischiato un po’ troppo con i particolari e non va bene. Dicevo della bulimia narrativa, sì, diciamo che ho l’impressione di essermi contagiato di sta roba qua, pare che sia una malattia, una roba rara, ti vien voglia all’improvviso di scrivere di tutto, vuoi raccontare un dettaglio, un fatto, sì vuoi raccontare dei fatti, ed è quello che è successo in questi nove mesi di gestazione, di montagna che ha partorito un topolino, mi sono dilungato in piadine, tacchi a spillo e barachine, torridi pomeriggi estivi, fresche mattine vissute di corsa, di orchi con il panta aerodinamico, di viaggi interspaziali sull’autostrada Bologna-Verona, ho raccontato, almeno credo, che tutto è iniziato quando hai saputo che se guardi un cartone con l’uomo della tua vita e senti il bisogno di raccontarlo a me, bè allora ti convinci che deve essere qualcosa di importante. E allora un giorno decidi di comprare un libro che si chiama “un giorno”, perché eri alla ricerca di una storia che confutasse la teoria secondo la quale l’eterno non esiste, un eterno in particolare poi, il libro l’hai comprato, l’hai letto, l’hai consigliato ad altri che poi hanno fatto un gran casino anche loro, l’hai regalato, sì l’hai anche regalato, perché ti era piaciuto talmente tanto, eri talmente convinto, che hai detto: “Ecco qua, te lo regalo, che così ti renderai conto che ho ragione”. Ho avuto torto, l’eterno, quell'eterno in particolare non esiste, al massimo dura nove mesi, un eterno a termine, bella fregata. Ora non spaventatevi se non si capisce niente, nemmeno tu F , sto cercando solo di "sgarbugliare" sto gran casino per arrivare in fondo alla narrazione. Ho l’impressione di aver raccontato, post dopo post, una storia che non ho capito tanto bene nemmeno io, non l'ho capita ma mi ha appassionato mica pochino, e lo devo fare necessariamente così perché essendo una storia fantastica (tipo fantascientifica) ha bisogno di una narrazione fantastica (tipo spaziale), quasi surreale aggiungerei.  Diceva il mio amico Doc oggi pomeriggio, che se inizi qualcosa che sai già di partenza che non è da fare dopo poi non ti puoi lamentare delle conseguenze, si parlava d’altro, di lavoro, di lavoro portato a casa in particolare, e tu non avevi mai portato lavoro nella tua casa, ma il collegamento è presto fatto. Una storia sbagliata porta al fallimento, ecco che allora fa il paio con la successione di racconti postati in questo blog, provate a rileggerli tutti, iniziate dal prequel, indugiate sulla piadina che fa vedere il mare e non è nemmeno allucinogena, rileggetevi che cosa diceva il Notaio d’assalto, e l’architetta, sì l’architetta impegnata tra un caffè e un capuccino, e l’orco, che fine avrà fatto l’orco scivolato sull’asfalto viscido di fronte al bar d’asporto?? E poi il povero Luì morto ammazzato sulle strisce pedonali?

Rileggete tutto e secondo me la morale che ne uscirà potrebbe essere più o meno questa: le storie sbagliate sono sbagliate, d’accordo, ma l’eterno, uno in particolare, esiste, è un eterno che può durare anche solo nove mesi per uno e molto di più per l’altro perché si sa che il tempo è relativo, è un eterno che ti fa raccontare i particolari in maniera confusa ma precisa, criptica ma intensa, è un eterno che se anche si passa dal caldissimo di cento telefonate, che arrivavano anche se non c'era campo, al gelo di un “ti disturbo??”, behh... io me ne frego, me ne frego perché cazzarola io a Bagnacavallo il mare l’ho visto davvero e non ero mica da solo, c'era almeno un testimone, sono sicuro.