The Joker

E l’uomo si accorse che la solitudine l’aveva definitivamente avvolto, come solo il fumo sa fare, nel momento in cui capì che non si possono controllare in eterno le emozioni, soprattutto se queste si insinuano, nemmeno Batman sa il perché, due millimetri dietro il ventricolo destro.

E fu solo allora che accettò l’ineluttabilità del destino, fu solo allora che rinunciò alla pugna, fu solo allora che lasciò che il muro delle occasioni definitivamente perse si ergesse a imperitura protezione del niente, fu solo allora che imparò a lasciar scorrere il tempo rinunciando al volerlo fermare.



L’irragionevolezza

“Sai Agata qual è la verità? La verità è che a qualcuno può capitare di passare una vita ad immergersi nel ragionevole, nel  razionale, può capitare di imparare l’arte dei calcolatori, dei riflessivi, dei risolutori,  sì risolutori, risolutori di problemi propri e soprattutto di problemi altrui o creati da altri.

Può capitare di passare una vita a cercare di capire, a macinare esperienza ed esperienze, a tranquillizzare chi ci sta a fianco; si impara a distinguere ciò che è bene da ciò che è male, si diventa bravi bravissimi ad anticipare, a programmare, a risollevarsi e risollevare, ad inseguire, ad insegnare… oh si anche ad insegnare.

Poi ad un tratto, così, senza rendersi conto del perché, del percome, del perquando e tanto meno del perquanto, si resta intrappolati nell’irragionevolezza.

Arriva così all’improvviso la maledetta, subdola e fantastica, magnetica e totalizzante. Non sai distinguerla subito, ad un tratto ti accorgi che c’è, l’annusi e credi di poterla controllare, la sottovaluti, quasi la snobbi, un po’ la schifi, la giustifichi, la giustifichi col destino, l’amore e il tempo, ne diventi preda e vittima, ti lasci crogiolare, assorbire, cambiare e ne esci irrimediabilmente sconfitto.

Sai che fa male, che è male, che non merita di essere vissuta, ma non sai fermarla. L’irragionevolezza.prende il sopravvento, vince, nega l’evidenza che ti viene regalata dai fatti.

Eh si Agata, sono arrivato alla conclusione che l’irragionevolezza è troppo sexy e seducente per essere gestita  e soprattutto lo è per le anime inquiete, tormentate dal destino, vittime dell’incapacità di trattenere il bello e anche per questo irrisolte”

“E quindi?”

“E quindi nulla, puoi solo lasciare che ti attraversi cacciando tutto il resto che il caso ti offre, inizi a slalomeggiare tra vizi e virtù, a cercare ristoro in una solitudine autarchica, ti difendi ergendo muri di inaccessibilità, lasciando che vittime ignare lastrichino i giorni che passano e vai avanti così…”

“Che prospettiva di merda Luì”

“Eh già, ma è così che funziona, ed è così che funziona in modo particolare per i cacciatori del troppo, quel troppo in cui almeno una volta, purtroppo, e ripeto purtroppo, è capitato di imbattersi”



Che poi la pioggia l’aspetti eh, lo sai che ci serve, ma ci serve proprio davvero mica pippe, poi quando arriva tempo cinque minuti e zac, ha già rotto le balle. Tutte quelle goccioline lì a bagnare ovunque, e si scivola, e ci si inzacchera (bello inzacchera!), e si riacutizzano i reumatismi, e alle donne si arricciano i capelli, insomma uno schifo vero.


“Posso prenderti la mano?” “No”

“Lasciati prendere la mano”
“Si ma non troppo”
“Perché?”
“Perché non è una mano ciò che voglio”
“E cosa vuoi allora?”
“Vorrei te”
“Me?!”
“Si te”
“Ma te non ti sembra troppo?”
“Troppo cosa?”
“Troppo tardi, troppo tanto, troppo diversi, troppa noia, troppa distanza, troppo uguale, troppo celebrale tu, troppo inquotidiano, troppo niente, troppo troppa ostinazione, troppa illusione, troppo solo fisico io, troppo sempre uguale, troppa idealizzazione?”
“No”
“Solo no? Non ti sembra poco?”
“No, no perché ho sempre detto troppo e stretto poco, ora vorrei  soltanto stringerti”
“Passi dalla prolissità alla sintesi, non ti si addice e comunque è tardi e lo sarebbe stato anche prima, sarebbe stato tardi pure prima si, perdi tempo e ti fai del male ora”
“E’ mio”
“Cosa?”
“Il tempo”
“Quindi puoi gettarlo via? Ti sembra giusto?”
“Mi sembra inevitabile”
“Ti sei fissato”
“Forse non mi conosci davvero, anzi forse non vuoi conoscermi davvero”
“Dici?”
“Ipotizzo?”
“È perché non vorrei?”
“Ah a questo dovresti rispondere tu. Non sono onnisciente io, ma credo che tu possa immaginare di saper già tutto di me e quel tutto non ti piace e non vale la pena andare oltre”
“Immaginare? Quindi solo lo immagino di sapere già tutto di te?”
“Si”
“Sei sicuro?”
“Si di questo si”
“Perché?”
“Perché non ti sei mai fatta vivere davvero e non sono semplice da sapere se mi usi solo a metà”
“Mi dai la mano, così come si fa tra vecchi amici?”
“No”
“Dai! Perché no?”
“Perché non siamo amici… ma soprattutto non siamo vecchi”



La stanza sul lago

La stanza sul lago e la sua vista al tramonto.

Aspetta che mi affaccio un attimo va, vediamo cosa fa, si tuffa? Non si tuffa? Non è che magari a contatto con l’acqua poi si spegne?!


Al momento si riflette, la più vanesia delle stelle lì a bruciare tutto il giorno finisce con il coricarsi esausta, l’ho sempre sostenuto io, il troppo bruciare stufa.


E gli ulivi? 

Poco più di qualche settimana ancora e saranno pronti, pronti per lasciarsi scuotere da signori avidi di olio e bruschette, perché è la bruschetta la vera ragione che spinge l’uomo alla spremitura, ad ognuno la sua, ad ogni uliveto la propria compagnia festante, poi ad ogni giara la propria casa e ad ogni casa la propria famiglia o quasi tale.


Una brezzolina speziata sta accarezzando i cipressi, poi quella pianta curiosa che non conosco, alta, slanciata, un po’ strafottente, le foglie rigogliose e i fiori bianchi, fosse una donna la paragonerei ad un’aristocratica inconsapevole con le infradito, i  pantaloncini di jeans sdruciti e stracciati e i capelli spettinati. 

Splendida… da innamorarsene all’istante, così com’è capitato all’oleandro di fianco, ha perso le foglie dietro a quel sentimento sconosciuto. 

Devo chiedere alla signora dell’albergo come si chiama, così da non portarne mai una nel mio giardino, nemmeno per errore.


Ora è il momento di scendere, attraversare questo pezzetto d’incredibile passato incastonato nel silenzio e nel sapore di buono.


Fa fresco, il Lugana compensa,  ho deciso di farlo sposare con la tagliata di tonno e la misticanza, con assaggi a margine di pizza margherita.


Stavolta non siamo andati a caso, un minimo di piano lo abbiamo elaborato, ma giusto un minimo… domani invece come sempre faremo caso al caso!




Storie finte di donne vere

Un quartino di Sangiovese caldo della casa, che poi dici quale casa? 

Riflessioni sbilenche e stanche sui fatti della vita, che poi dici quale vita? 

Aspetta un attimo va che mi appoggio qui, proprio qui, qui all’angolo di questo tavolo che sa di briscola e osteria e storie finte di donne vere.

Eh sì, storie finte di donne vere, perché è così che succede alle volte, ci si ubriaca di un quartino di storie finte, storie mai tue, inventate, sconosciute, immaginate, scellerate, fotografate, cancellate, disegnate, colorate, mal vissute, perculate, svaporate, sol pensate, ingannate, raccontate. Che poi dici, raccontate da chi?

E il contorno? Che fanno quei signori fuori fuoco sullo sfondo? Che guardano? Chi guardano? Che vogliono? Che pensano? Aspettano? Chi aspettano? E soprattutto chi sono? Si chi sono loro ed in fondo chi sono io davvero?

Aspetta un attimo va che mi appoggio qui… proprio qui… qui all’angolo di questo tavolo che sa di briscola e osteria.



Tre bianchi, uno blu, tre bianchi. Il vento spazzolava la battigia e spettinava le menti e i ciuffi

La verità è che non riuscirà mai a perdonarsi, non riuscirà mai a perdonarsi per essersi lasciato usare in quel modo, ne era consapevole, molto consapevole, era tutto così evidente, ora come allora, ma lui ha lasciato fare, si è inzerbinato, ha traghettato, ha lasciato che dignità e orgoglio fossero sopraffatti dalla vacuità di un sentimento mono-direzionale.
No l’errore è stato ed è imperdonabile.

Il vento spazzolava teso la battigia, Aziz spegneva gli ombrelloni uno ad uno, un blu, tre bianchi, un blu, quelle stupide gocce di pioggia cadevano a tratti, a volte insistenti a volte evanescenti, solo pochi irriducibili si ostinavano comunque  sugli sdrai, avvolti in teli colorati che venivano utilizzati come impermeabili poco abili. 

I DJ dei ciringuito continuavano a sparare musica a caso, un afro cubano al 26, un pop-rock al 27, Raffaella Carrà che arrivava non era chiaro da dove, un caos melodico mica da ridere, a cui facevano da contorno pantaloncini, felpe, canotte, infradito e snickers, tutto insieme, conseguenza di questo meteo che confondeva temperature ed idee.

Ad un tratto la scena fu occupata da un gruppo di amici che festeggiava l’addio al celibato di uno di loro, 23 settembre la data fissata, sabato, il promesso sposo (lo sposando) aveva una parrucca viola, occhiali da sole scuri, una maglietta personalizzata e grandi manette in plastica. Si sedette con loro, iniziò a parlare chiedendo spiegazioni sull’assenza della madre nell’ambito di quello che per lui doveva essere naturalmente un terzetto, ma soprattutto voleva essere rassicurato per la scelta: “Dai dimmi se faccio bene? Posso ancora scappare!” - “Fai benissimo, tranquillo, sono certo, e te lo dico io che di queste cose ci capisco!” - “Allora grazie, sono più tranquillo adesso e giuro, normalmente non sono così!” - “Ma non preoccuparti vai bene anche così, sei un simpatico naturale!”.

In fondo era tutto vagamente surreale, pensieri serissimi viaggiavano in mezzo a situazioni al limite dell’assurdo, spacciatori sull’autobus che lasciavano il posto a sedere ad anziani e bambini, gruppetti di tatuatori indiani che sfanculeggiavano controllori che non controllavano, un bimbotto napoletano di 136 kg con un finto cappello di Gucci, una finta tracolla di Gucci, finte scarpe di Gucci, finti pantaloncini di Gucci, una t-shirt della Coop.

Il mondo è bello perché è avariato.

In mezzo a questo variegato zoo umano Luì rifletteva su ciò che gli era successo negli ultimi mesi, su ciò che aveva perso, anzi su ciò che non aveva mai avuto per essere precisi, ed inghiottito dal vuoto non potè non soffermarsi almeno per un attimo su quello che aveva lasciato andare perché sempre e chiaramente troppo uguale a tutte le ragioni che ne decretarono la fine qualche anno prima. L’errore questa volta è stato pensare (anche solo per un istante) che potesse essere diverso, ma le persone non cambiano, e incontri fugaci in periodi tormentati, confusi e già occupati dal niente non portano nulla di buono, per nessuno. Quindi assolutamente meglio così. 

Mancava ancora una mezz’oretta all’ora di cena, sta cosa dei due turni non era proprio l’ottimo, soprattutto il non poter cambiare in corsa li infastidiva, in questo modo non potevano né liberarsi dei molesti vicini di “tavolo” drogati di Coca Cola né conoscere meglio i fratelli col ciuffo, sedicenni spettinati che incuriosirono molto Giulia fin dal loro arrivo e che ormai era certo frequentassero lo slot 19.15-19.45. Giulia e Luì decisero che la prossima volta, a Parigi, avrebbero studiato meglio la situazione prima di prendere decisioni strategiche: “papà dobbiamo seguire il piano, non andare a caso”.

Era una vita che Luì faceva piani a caso, o per caso, o a cazzo che forse è più appropriato per descrivere la realtà, ed una volta fatti manco li seguiva, e se capitava era comunque contro la sua volontà, per causa di forza maggiore diciamo. Difficilmente avrebbe cambiato modo di essere alla sua età, e aggiungerei purtroppo.