Siamo tutti Amilcare Rossi... almeno un po’.

Lei stava seduta alla sua scrivania, tutto un ticchettare di tastiera, concentrata sul video ma con un occhio al display del fisso, se Amilcare Rossi avesse chiamato che cosa avrebbe potuto raccontargli? La pratica non era finita, anzi non era nemmeno stata iniziata, era tutta ancora nella testa dell’Amilcare e nelle due pagine di appunti gualciti (fogli a quadretti) che aveva preso durante il primo incontro in azienda, ormai tre settimane prima.

Ritardo imperdonabile, tre settimane tre senza metterci mano, ma quell’abitino nero, sexyserioso tuttoattaccato, la rendeva davvero e comunque irresistibile e faceva un pendant che mai con quelle gambe che uau!!

Lui sfidava la sabbia, crudo e squacquerone, panchina e battigia, Moretti e vento di tramontana, il mare a fare da cornice. Amilcare Rossi non lo conosceva, con quel nome gli stava pure un po’ sulle balle, della sua pratica non sapeva nulla, fosse per lui avrebbe declinato a prescindere, ma lei aveva un sorriso davvero entusiasmante, anzi coinvolgente, anzi impertinente, anzi distraente (distraente sta a significare che se tu la guardi sorridere mentre un altro ti parla tu non capisci cosa dice l’altro ma fai comunque di sì con la testa ed aggiungi “eh già” ad intervalli semiregolari - tutto senza virgole che rende di più l’idea) che non riuscì a pensare ad altro nei settantacinque minuti successivi.

Lei era bella, ma di quel bello che fatichi a descriverlo perché troppo singolare per essere banalizzato in quattro righe.

Lui aveva la pancia pronunciata, pronunciata da chi no si sa ma obiettivamente eccessiva per quella stagione della sua vita, avrebbe dovuto fare qualcosa.

Lei andava verso il domani di corsa, occhiale e savoir faire.

Lui cercava di aggrapparsi ad un ieri più affascinante che  bello, jeans e laissez faire.

Lei ostriche e gazzosa.

Lui champagne e piadina.

Il bagnino del bagno due nell’ottobre scorso aveva abbandonato un moscone lungo la riva, la mega ruspa che spianava la spiaggia doveva zigzagare per non travolgerlo, poteva farlo ma ne aveva rispetto, il quasi natante s’era fatto tutto l’inverno a sfidare le onde, aveva ospitato nelle rare giornate di sole due gabbiani, una coppia di amanti infoiati, un barbone calvo, il direttore commerciale della Case Stratosferic Bank in trasferta in riviera, una farfalla, settemiliardinovecentottanovemilioni di granelli di sabbia, una bottiglia di Sangiovese esaurito (il vignaiolo era ricoverato in una clinica psichiatrica), e ancora lasciava che trovasse ristoro sulla panca a prua il ricordo di quell’unico bacio che lei e lui si diedero in quella fresca mattina di un giorno qualsiasi.

Vedete quante cose si scoprono osservando ciò che ci circonda? Ogni persona una storia, ogni sguardo una passione, ogni giorno un pezzetto di qualcosa che si accatasta da sé.

È divertente osservare ed immaginare, immaginare ciò che è e pure ciò che non è, in questo modo nascono i romanzi, la vita, le gioie, la felicità, le fughe, le coincidenze, le parole inventate, gli incontri, gli scontri, gli aggettivi e pure Amilcare Rossi (a cui - per inciso - il fido non lo concederà mai nessuno).

Dentro ad ogni fantasia c’è un tocco di realtà, in ogni realtà c’è un stilla di fantasia, scrivere è divertente per questo, si confondono le cose così... così che (quasi) tutto diventa possibile.

Firmato A.R.



Il mare d’inverno (titolo banale per schizzi di parole)

Un rappresentante di vini attende che il barista saluti quel cliente che gli parla del nonno novantenne di Riccione, pare sia stato uno forte, aspetta e indugia con lo sguardo sul cappuccino appena servito alla ragazza con le trecce, gambe lunghe e seno prosperoso, regge la sua borsa da lavoro con la sinistra, sono le 9.25 ma è già stanco, si percepisce, non è bello.
Il capo è da lui, passi che è senza biglietti da visita, passi che di lì a poco scriverà il listino prezzi “a mano” su di un blocco a quadretti, passi il tono di voce monocorde pre-tragedia e post-drammatico, passi che guardava il cappuccino e non le tette, ma che abbia rifiutato il caffè offerto dal titolare del Souvenir non si può vedere.
La sua vigna non ha futuro, può iniziare ad estirparla già oggi pomeriggio.

Entrano due ragazze, una bionda e l’altra pure, mascherina e tuta, scarpe da ginnastica e k-way, una ha i fianchi larghi l’altra no, si siedono, non si vedono da tanto tempo, tolgono l’FFP1 e ordinano cappuccino e briosche, poi all’improvviso si alzano e si abbracciano, dicono “daiii” e “finalmenteeee” trascinando all’infinito le “i” e le “e” come fanno abitualmente le ragazze.
Quella più alta e dai fianchi stretti ha conosciuto da poco un ragazzo, lo ha visto per la prima volta tre o quattro mesi fa sulla storia Instagram di un amico mentre faceva yoga, se ne è innamorata, è felice, non so se per merito dello yoga o del ragazzo.
Sono entrambi di Marebello, credo sia importante dirlo, io avrei scommesso su Rivazzurra.
“Siiii”, “daiiiii”, dice l’altra strasorridendo e trascinando all’infinito le “i” come fanno abitualmente le ragazze. 
A me piacerebbe sapere cosa pensa davvero quella con i fianchi larghi di questa neo storia d’amore, mi piacerebbe sapere se pure lei è fidanzataaaaa (e lo scrivo trascinando all’infinito la “a” per calarmi di più nella parte), ma non mi è dato.

Dentro l’atmosfera  è retrò come piace a me, la veranda è retrò come piace a me, la barista (moglie del barista di prima) è retrò come piace a me, il caffè è buono come piace a me, fuori il mare si agita parecchio come piace a me e dodici piccioni goffi cercano riparo dietro una duna, uno di loro guarda i gabbiani, sono certo provi una leggera invidia per tutto quel volare incuranti del freddo.

Il mare fuori stagione è fatto per gli amanti, i muratori, i sognatori e i mafiosi al confino.

I primi lì trovi a metà mattina nei divanetti laterali di Pascucci, defilati ma non troppo... lui con un occhio all’entrata e l’altro sulle labbra di lei, labbra che lo hanno sempre fatto impazzire fin dalla prima volta in cui si sono incontrati in sala riunioni, l’espressione è un misto tra il “non è come sembra, posso spiegarti” e il “andiamo in hotel, abbiamo solo due ore ancora” - già pronto in sostanza per ogni evenienza. 
Lei invece è proiettata verso l’uscita, tranquilla ma non troppo, sicura di sé e del suo rossetto rosso semipermanente che fa pendant con l’intimo d’assalto che indossa sotto un jeans attillato abbinato ad una camicia in seta nera, tacco nove ottimo anche per l’ufficio. 
L’espressione è quella di “quando ti ho conosciuto eri diverso, proprio come mio marito, dai andiamo in albergo che questa storia deve finire prima di giovedì prossimo”.
Se lui fosse un po’ meno annebbiato dall’ormone si accorgerebbe della fine imminente, ma è un cazzone, non c’è niente da fare.

I muratori invece li vedi caricare macerie su van ammaccati fuori da alberghi in ristrutturazione, sigaretta stropicciata d’ordinanza obliqua sul labbro lato destro, sguardo incazzato e pantaloni carichi di calce. 
Sbadilano e guardano i due amanti uscire dal bar, poi li osservano mentre scrutano guardinghi i parcheggi intorno per dirigersi lesti verso l’hotel, già sanno che per lui è finita, sarà l’ultima, i muratori hanno una spiccata sensibilità per queste cose, vedono oltre!

I mafiosi ci sono, lo sai ma non li vedi, te li immagini ma distogli subito il pensiero, in fondo meglio lasciarli perdere, non è importante interessarsene e soprattutto non fa bene.

Infine i sognatori... li vedi passeggiare sulla battigia, poi sul molo, poi tra le dune dell’Hakuna Matata, poi mangiare piadina formaggio e alici accompagnandola con un Sangiovese riserva ma non troppo. 
L’espressione è quella tipica del “cazzarola non mi ricordo più il sogno che stavo facendo, adesso ci penso meglio ma non mi devo far accorgere” e questo da loro quell’aria da cliché ambulante che tanto li aggrada.
Sono lenti e ondivaghi nel loro incedere, come fossero alla ricerca di qualcosa, di qualcuno, di qualchè.
Amano il vento, odiano i rumori, stimano il sole, si commuovono raramente, si rammaricano spesso.
Sono impazienti di diventare un giorno pazienti ma non capiterà mai.
Amano l’amore ma soprattutto la passione e le emozioni struggenti, si rifugiano nella noia, aiuterebbero volentieri a caricar macerie sul van ammaccato.

Pure i muratori sognano, lo so, e anche gli amanti si dice, soprattutto all’inizio, i mafiosi non credo, anche se non ne ho mai conosciuto uno (almeno penso), li faccio tipi soprattutto pratici.






Conobbi un giorno una ragazza... era la più bella, l'aveva dimenticato...

Premetto che ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale, lo scrivo perché ho sempre sognato farlo, aggiungo anche che ogni volta che l'ho letto ho sempre pensato il contrario, sono diffidente dentro.

Conobbi un giorno una ragazza, io ero abbastanza giovane, lei di più, io ero lento, lei veloce, quel giorno (quello non un altro) lei mi disse: "Descrivimi".

Io risposi: "tu sei... tu sei canzoni, sorrisi, capelli bagnati, intensità, follia, baci rubati, felicità, struggimento, lingua, passione, ma anche ricordo, futuro, tutto, nulla, quintessenza dell'inafferrabile".

Poco dopo aggiunsi: "E ancora profumo, sapore, un poco stronza, tua e di nessun altro, indimenticabile, acuta, persa, profonda,  insoddisfatta, orgasmo e fragilità, irrequietezza, sorpresa".

Lei ascoltò perplessa girovagando tra pensieri confusi.

Era bello osservarla nuda tra lenzuola gualcite... le nostre voci, le sue risa e refoli di passione uscivano dalla stanza, la finestra era spesso aperta, le grate non riuscivano a trattenere tutto quel tanto, attraversavano il cortiletto interno, si perdevano nel vicolo semicieco, credo siano ancora lì incastrate in qualche pertugio, tra mattoni sgarrupati e ricordi di comari inacidite.

Il tempo passò, i sogni intiepidirono, le vite dei due semplicemente si sconvolsero nella quasi imprevedibilità del quotidiano, nuovi attimi presero il posto di vecchie abitudini, sonni agitati, notti spesso incapaci di raggiungere il giorno.

Altri letti, altri abbracci, altri altrui.

Bello? A tratti.

Brutto? Spesso

Meglio? No.

E allora? Allora succede così, capita di svegliarsi soli ripensando a quell'unica volta che ci si era addormentati insieme... sembrava vero.

Mi capitò dopo tanto tempo di incontrarla di nuovo, io ero grande, lei era giovane, mi chiese di nuovo: "descrivimi".

Le risposi: "ancora? Tu sei tu!"

E lei: "solo?"

La ripresi doverosamente: "Eh no signorina, non ho detto - tu sei solo tu - ho detto - Tu sei Solo Tu - non è la stessa cosa, non dimenticarlo mai".

Lei cantò ancora una volta, io non restai ad ascoltarla ma sorrisi senza farmi accorgere e andai con passi rapidi e laterali indugiando in quell'ultimo sguardo... bella, era ancora la più bella di tutte, peccato l'avesse dimenticato.



Amor che nulla amato

C’era una volta, tanto tempo fa, un uomo che cercava l’amore, non il sesso, non la coppia, non una donna, non una famiglia-dei figli-una casa, cercava proprio l’amore.

Cercava quello che Dante un giorno definì “l’amore che non è altro che unimento spirituale de l’anima e de la cosa amata..” , al di là del fatto che sparare all’inizio (o alla fine) di un racconto una citazione dotta fingendo di conoscere a menadito anche il resto del pensiero del pensatore fa sempre un certo effetto sul lettore, a volte anche solo effetto coglione, quello che quell’uomo cercava era proprio questo: l’amplesso tra un’anima e la cosa amata.

Lo cercava da anni, e lo cercava ancora oggi che giovanissimo non lo era più da un po’, lo cercava in ogni dove e in ogni quando, lo cercava la sera, la mattina, e qualche volta pure il pomeriggio; lo cercava al lavoro, durante il tempo libero, in bagno appena sveglio mentre lavandosi i denti si osservava riflesso allo specchio con un’aria di compatimento per quegli occhi gonfi ed ogni giorno un po’ più spenti.

Lo cercava in auto mentre cambiava stazioni alla radio, lo cercava in Autogrill, lo cercava tra le pagine di un quotidiano, poi tra le pagine di un libro, poi tra le pagine della Settimana Enigmistica, poi tra le pagine di una collezione anni ottanta del periodico “Le Ore” (molto corpo e un po’ meno anima), poi tra le pagine di un’agenda del 2003; lo cercava mentre passeggiava la sera dopo cena.. così... due passi per digerire.

Lo cercava a pranzo la domenica, a merenda il mercoledì, a colazione il venerdì.

Insomma, la ricerca era diventata una delle sue ragioni di vita, non l’unica ma certamente una delle più assillanti.

Era curioso di capire come far accoppiare l’anima dell’uno con il corpo dell’altra, o anche viceversa, poiché l’accoppiamento anima/corpo - dice sempre il Dante (o almeno credo lo dica) - gode della proprietà commutativa: cambiando l’ordine delle posizioni il risultato non muta (si insomma, un po’ cambia, ma non molto).

Lo cercava perché ne sentiva la mancanza, un suo amico gli aveva assicurato di averlo trovato, non gli aveva detto esattamente né dove, né come, nè quante, ma c’era riuscito. 

Suo cugino poi gli disse di averlo trovato in Lucia, lui Lucia non l'ha mai vista nemmeno al matrimonio di suo cugino, quel giorno era febbricitante e non si presentò ma suo cugino si sposò ugualmente.

Una sua amica poi gli aveva raccontato di esserci andata molto vicina un giorno che aveva incontrato un tipo e dopo un anno se l’era portato a convivere e avevano fatto tanti bambini e avevano comprato un cane, una cyclette, un body di pizzo col perizoma, un sex toys, una borsa di Luis Vuitton e una 500 Elettrica, acquisto quest’ultimo che le aveva fatto conoscere Giulio (il venditore della concessionaria Fiat di via Fate Bene Fratelli) con cui aveva da tre mesi una storia clandestina alla luce del sole (eco-love-sex).

Lo cercava perché credeva che l’orgasmo intellettuale (quello dell’anima) mixato con l’orgasmo classico (quello del corpo) è cosa rara che merita di essere voluta e pure vissuta.

Lo cercava perché voleva dimostrare a Paolo Fox che Saturno contro a lui gli faceva una pippa.

Lo cercava perché senza amore si sentiva a metà, e considerando che non era neanche Dante, non era un bel sentirsi.

Lo cercava perché nella vita qualcosa bisognerà pur fare oltre che lavorare e lavarsi i piedi.

Lo cercava perché voleva essere libero, libero soprattutto di essere libero di vivere, e credeva che amando davvero ci sarebbe riuscito.

Lo cercava perché in lui c’era la stoffa dell’esploratore.

Lo cercava perché lo voleva.

Lo voleva sì, lo voleva e punto, perché l’amore è parte di ciascuno di noi, e anche se quale parte esattamente non so è normale ricercare la completezza dell’essere, servono tutti i pezzi per essere felici.

Il suo modo di cercare subì una profonda evoluzione con il tempo, iniziò con il costruire storie d’amore a tavolino, le progettava e le realizzava, ne progettò tre o quattro, ne realizzò altrettante, peccato non sia mai stato un granché a disegnare, il risultato fu uno schifo.

Proseguì allora con relazioni d’istinto, brevi-caotiche-brucianti e senza progetto, una successione di insensatezze, sudate-goderecce-lascive, ma non sembrava proprio amore quando la sera rientrava a casa finalmente solo.

Si lanciò anche in storie da manuale, fatte per bene, seguendo le regole scritte da altri, gli architetti del sentimento, quelli bravi che sapevano come fare, il risultato non cambiò, dell’amore nemmeno l’ombra.

Poi si diede alla toccata e fuga, nel senso che toccava in superficie, osservava la reazione, aspettava un sussulto dell’anima (la sua) prima di togliersi i jeans e i calzini, ed in assenza di sussulto fuggiva senza lasciare traccia. Questo è stato il periodo più in bianco della sua strampalata esistenza, e non mi riferisco alla dieta s’intende.

Poi scrisse a Uomini e Donne, ma Maria De Filippi lo scartò perché all’incontro in redazione le chiese se poteva fare cambio con il Maurizio Costanzo Show.

Poi non fece più a nulla, si mise ad aspettare che fosse l’amore a trovare lui -  “ah va che se l’unimento ha da essere l’unimento sarà senza che io cerchi più niente”  - ma non aveva fatto i conti con il Covid, l’unimento era in lock down, non poteva uscire dalla zona rossa, solo asporto, e l’amore… si sa… non si asporta.

 


Le formiche 🐜

Hai presente un formicaio?
Ma un formicaio strano, una roba tipo dove le formiche formicano a dieci centimetri l’una dall’altra? 

So che si fatica a immaginarlo, non s’e mai visto qualcosa di simile, distanziamento insetto sociale, indaffarate come al solito ma lontane come mai, tutte a fare qualcosa ma diffidenti e distaccate.

Contro natura.


Anche le formiche asociali si trovavano a disagio, abituate a cullarsi nella solitudine faticavano pure loro a vedere tutti quei congiunti disgiunti.


Le formiche innamorate erano le più disorientate, le ho viste baciarsi senza lingua, abbracciarsi senza toccarsi, parlarsi senza ascoltarsi.


L’amante della formica regina, un formicone tutto muscoli e sguardo tenebroso era il più triste, non sapeva che fare, non aveva notizie, la regina se ne stava rintanata nel suo rifugio, manco un messaggino via telegram gli ha mandato da tre giorni, “il formico Re sarà con lei?!” sì struggeva il malvissuto.

E non si poteva nemmeno sbronzare poveretto, tutte le rivendite di alcolici gestite dal clan delle cicale erano chiuse, “Chiuso, forse riapriremo forse no”, era il cartello appeso al portone sbarrato.


I bimbo formica giocavano in silenzio, lo sguardo triste mentre disegnavano margherite e chicchi di grano sul loro album Fabriano A4, i compiti li avevano già finiti, nessuno però li aveva corretti.


La formica 🐜 escort era senza clienti, aveva abbassato pure le tariffe, venticinque euro per un têt à têt post romantico, “ambiente ozonizzato” garantiva, ma niente... manco un cliente a schiantare. 

E pensare che voleva solo vendere amore.


Alle cinque e venticinque sempre meno movimento, sembrava fosse scattato il copriformica come ai tempi della grande guerra contro i papatacci invasori.


Il portiere di notte del Grand Formica Hotel, 5 stelle extra lusso, guardava desolato il salone delle feste, due ospiti soltanto, un calabrone senza tetto ma ricco a bestia e una libellula sciantosa con tacco dodici, pelliccia di visone bianco con la martingala e rossetto rosso d’ordinanza.


Tutto era molto surreale, i più vecchi raccontavano che qualcosa di simile era accaduto centina di anni fa, la formicastrage bubbonica, una pestilenza devastante che per le vie di sabbia solo i bagarozzi monatti potevano andare, avevano il pass.


Il presidente del consiglio delle formiche, l’avvocato del popolo degli insetti, spandeva dpcdf a nastro, uno peggio dell’altro, astrusi, ottusi, desolatamente inutili.


Davvero dura la vita nel formicaio, nessuno più sorrideva, nessuno più formicava, tutti a lavarsi zampe e antenne ogni tre per due.


Sul molo, di fianco la ruota panoramica spenta, una formica trap contava una canzone triste mentre un grillo col monopattino elettrico faceva avanti indietro.


E stava per arrivare il Natale, babbo formico non sapeva ancora se avrebbe potuto consegnare i regali, nel dubbio aveva chiesto due mesi di cassa integrazione per i folletti e il reddito di formicanza per le renne.


Tutti aspettavano il formicavacino, i formicologi ci lavoravano da mesi, Astra Formica Zeneca (multiformicanazionale farmaceutica) era pronta, tra metà novembre e fine luglio del 2021 avrebbe sparato le prime dosi, “siamo alla fase tre o quattro tranquilli”.


I negaformiche non ci credevano però, “è un complotto delle cicale per farci morire tutti”.


Il portiere (quello del Grand Formica Hotel) si ruppe le balle di star lì a guardare il salone delle feste con le zampe nelle zampe, decise allora di suonare qualcosa al pianoforte, il calabrone e la libellula sentita la musica si avvicinarono, si guardarono e iniziarono a ballare, tutta la notte ballarono, poi si guardarono ancora, intensamente, libidinosamente, appassionatamente:

“Andiamo?”

“Andiamo!”

Salirono nella suite di lui, lei si sfilò la pelliccia e lasció cadere il tacco dodici ai piedi del letto, iniziarono a fare l’amore mentre fuori il sole stava sorgendo.

Fanculo la pandemia pensarono.

Il portiere sorrise.


Fu solo allora che la formica regina invió un messaggio al suo amante: “ti penso..”.


Ecco fu così che la vita nel formicaio in qualche modo riprese.







Le cabine

E i due ad un tratto fuggirono, si nascosero incoscienti dietro le cabine, avevano voglia di fare l’amore, consumati dalla passione e dal non si può, a proteggerli non c’era nemmeno la nebbia... ma a loro non importava. 

Troppo coinvolti dall’attimo, adrenalina e testosterone, cozze e salsedine, ampi calici da poco svuotati e risa sguaiatamente intense. 

Correvano abbracciati sulla spiaggia all’imbrunire, la sabbia li rallentava.

Erano giovani ma non lo sarebbero stati per sempre, nonostante lui troppe volte si comportasse come fosse convinto del contrario,  “allora bruciamoli questi istanti” si dissero, dimenticando per un dieci minuti la slavina di difficile che li inseguiva lontano da lì.

Il mare fuori stagione è perfetto per gli eterni insoddisfatti, terapeutico direi, lo sciabordio disordinato delle onde è “il sottofondo suo”, le grida stizzite dei gabbiani a scacciare pensieri.

E poi pensieri sempre in sincrono che, non si capisce il perché, finiscono troppo spesso con il prendere strade opposte.

“Da grandi ci perderemo e continueremo a sognarci” pensò lei senza dirlo, aveva jeans bianchi.


Lui la baciò con la lingua, lei sorrise affaticata da tutta quell’attesa, si amarono ancora una volta.


Fu semplicemente bello.










La felicità 😁

“Sei felice?”

“Felice?”


“Sì, felice...”


“Mah... non saprei....”


“Come non saprei? O sì o no!”


“E allora ti rispondo perché”


“Cosa perché?!”


“Perché felice”


“Ma che risposta è perché felice?”


“Niente, è così, perché felice! 

Dovrei? Lo sono? Lo sei? Lo sarò? Lo fui? Lo sarei stata? Avrei dovuto esserlo? Potrei esserlo ancora? Ne sarei stata capace? Felice da sola o felici in due? E in tre? Magari in quattro? E in sei? Potevo essere felice in sei? Se non sai perché inutile interrogarsi oltre”


“Io lo so”


“Perché allora? Dimmi..”


“Perché sì!”


“Eh non vale così”


“Oh si che vale... perché felice è la vera domanda, e pure la vera risposta, l’hai detto tu e hai ragione!”


“Allora rispondimi cazzarola!”


“Si. 

Sono perché felice! 

Lo sono perché lo sono stato, una volta e forse anche due, lo sono perché ho sorriso e se ci ripenso sorrido di nuovo. 

Lo sono perché ha avuto senso e ne è valsa la pena.

Lo sono perché lei sa quello che nemmeno io so.

Lo sono perché sono stato insonne pensando a lei.

Lo sono perché sono stato inappetente per colpa di lei.

Lo sono perché ho goduto di lei, ho goduto con lei, ho goduto per lei.

Lo sono perché noi lo eravamo.

Lo sono perché faceva caldo, e poi freddo, e poi autunno, inverno, primavera e pure estate, prima afa e poi gianetta.

Lo sono perché diversamente sarebbe mancato un pezzo.

Lo sono perché fanculo bilanci e bilancini, dove sono finito e dover andrò, cosa farò e cosa farà, ero giovane e incosciente, era giovane e intensa,  bella e disarmante, vera e non verosimile, emozionata ed emozionante, col naso all’insù e gli occhi profondi, capiva senza bisogno di spiegare, dava senza bisogno di chiedere.

Lo sono perché un attimo a volte è sufficiente.

Lo sono perché sono diventato grande con lei.

Lo sono perché sono rimasto piccolo con lei.

Lo sono perché la felicità arriva, resta un po’ e se ne va, e non perché sia cattiva, matrigna o chissà cos’altro, ma solo perché è così che funziona, le cose succedono e passano, un po’ come fare all’amore, questione di coito... prima o poi s’interrompe.

Vedi che ho capito il perché?!”


“Non ti chiederò mai più nulla!”


“E perché mai?!”


“Perché sì”


“Eh... così non vale!”


“Oh si che vale, sì sì... vale proprio un bel po’...”