Nessuno si salva da solo… soprattutto se il treno è in ritardo


Sai quando dici le giornate incastrate? Quelle che alle 8.00 sei qui, alle 10.00 vai là a cento kilometri di distanza (scritto per esteso che rende più l’idea), alle 12.20 parti per di lì ad altri cento, un pezzetto in auto, poi a piedi, poi il treno, poi di nuovo a piedi, poi non lo sai.

Beh un vantaggio c’è, non hai troppo tempo per pensare o almeno non dovresti averne, a meno di non essere un overthinker (che poi tu l’inglese lo hai sempre odiato ma ti rendi conto che a volte sintetizza meglio di qualsiasi altra lingua), e dato che lo sei… inizi appena sveglio a overthinkare, in bagno, prima sul wc e poi lavandoti i denti, poi mentre raggiungi il parcheggio, poi fermo al semaforo, poi di fronte ad un caffè troppo caldo osservando la tua nuova barista quasi preferita tanto è stronza, e ti chiedi: “ma le labbra sono botulinizzate o no? E anche fosse? In fondo le donano ugualmente, a lei e alla sua stronzaggine finemente trascurata…”, e non riesci a non chiederti se è fidanzata, quanti anni ha, quanti anni ha il suo fidanzato, se lo ha mai tradito, se lui ha mai tradito lei, se hanno un falso profilo su Tinder l’uno all’insaputa dell’altra, se vivono insieme, dove, “ce l’hanno il Bimbi?”, “si amano?”, “vorranno dei figli?”, “e il Folletto Virwerk senza fili?”, e chiosi immaginandoli a cena da “Silvano” il giovedì, cercando di immaginare pure i loro dialoghi, i loro temi di conversazione, dando per scontato (inopinatamente) che conversazione ci sia.

E prosegui in camera iperbarica dove la tipa che ti sta a fianco, la numero 3, troppo bassa e troppo piena di sé senza nessuna ragione, quando il tecnico di sala le dice-chiede: “signora l'orologio è subacqueo? Se non lo è rischia di danneggiarsi, dovrebbe toglierlo”, lei risponde “è un Rolex” , sotto-intendendo “ma non l’hai riconosciuto barbone di un povero?!”, e tu non puoi non pensare - osservando di sottocchi la numero 12 che ti sta seduta di fronte e che nel frattempo ha alzato il sopracciglio sinistro - “sticazzi, magari investi due spicci pure sul botulino e sistemati le labbra, che così scialbe col Rolex stonano parecchio”. E comunque se é subacqueo, il Rolex s’intende,  resta un mistero.

Chi ostenta ricchezza è spesso ricco davvero, e non è una scontatezza nel mondo della leva finanziaria spinta al massimo (leggasi debiti della madonna sottoscritti a nastro), e altrettanto spesso - soprattutto nel caso emblematico dei pidocchi rifatti - è pure arrogante e noioso e brutto e rumoroso, quasi una sorta di karma che spiega: “È la vita che ti parla, ti ho fatto nascere povero e brutto, ma ho deciso di farti ricco, sappi però che proseguirai rompicoglioni fino alla fine dei tuoi giorni, subendo e facendo subire a tutti le conseguenze”. 

I ricchi di nascita sono invece normalmente belli, patinati pure dal vivo, capello fluente pettinato e pelle delicata, nati ricchi vivono giustamente come tali, scivolando con grazia sulle cose del quotidiano con un disincanto che fugge la comprensione dei normo patrimonializzati, con una nonchalance che spesso viene scambiata per protervia quando in realtà è solo destino.

Le giornate incastrate e l’overthinker antecedente o conseguente,  ti fanno rendere conto che soli è più difficile che in compagnia, e questo è un fatto, non puoi e non vuoi  chiedere una mano a nessuno (che non è fondamentale s’intende,  ma potrebbe comunque farti sentire leggermente più appagato di Matteo Ricci dopo i risultati delle regionali nelle Marche), devi contare solo su te stesso, sui tuoi mezzi e un po’ anche sui mezzi di RFI (costantemente e ostinatamente in ritardo anche quando non è sciopero generale) o della Coop Trasporti se hai l’auto in officina.

Alcuni ci riescono, altri no. I primi non sono migliori dei secondi, sono solo diversi, necessitano, anzi bramano, anzi anelano, di stare in compagnia. Ma in compagnia di chi? “Di un uomo, di una donna o di un cane” direbbe Zucchero, in realtà in compagnia della qualunque.

So di certo che ci sono matrimoni che reggono sull’effetto treno: “ma se divorzio chi mi porta in stazione?”; altri sull’effetto venerdì: “ma se divorzio chi tiene Luigino il venerdì sera?”; altri sull’effetto Ikea: “ma se divorzio chi viene con me all’Ikea”. Il matrimonio di Anna, pantera social acchiappa like,  regge sull’effetto moltitudine: “se divorzio chi scelgo dopo, sono troppi”. Conosco uno che resta sposato perché non sa piegarsi i pantaloni e sa cucinare solo polpette surgelate, ama spesso dire: “in fondo che cos’è l’amore se non una bella piega sul panta appena ti alzi, e una bella bottarella dopo cena, il mercoledì, a settimane alterne, nei mesi pari, negli anni bisestili!?”.

So di certo che quello che ho scritto è vero.

So di certo che ci sono relazioni clandestine che reggono sulla scia dei matrimoni che non saltano per le ragioni appena descritte. Nà garanzia!

“Nessuno si salva da solo” ha scritto Margaret qualche tempo fa, il libro non l’ho letto, almeno non ancora, ma il titolo preso nella sua sinteticità credo sia un po’ ingannevole, manca il sottotitolo, si salva da cosa? O da chi? O da chi e che cosa? Forse ha ragione, da soli non ci si salva, da soli si consuma e ci si consuma, da soli si va al mare, al cinema, a teatro, a mangiare la pizza, in bagno, al lavoro, a Merano, a comprare TV Sorrisi e Canzoni, si guarda Uomini e Donne su Mediaset Extra, da soli si installano botole in camera da letto, si offrono cene a nastro a sconosciute che ti raccontano della loro vita e tu a loro della tua (omettendo tutte le cose significative) e a nessuno dei due frega un’emerita minchia di niente perché l’unica cosa che conta è consumare il tempo e fuggire (da qualcosa o più spesso da qualcuno) o al massimo trombare dopo cena senza sognarsi di fermarsi a dormire (tutto volutamente scritto senza punteggiatura per dare il senso).

Da soli si assapora la libertà. E’ vero? Forse sì, ma la domanda da porsi dovrebbe essere un’altra: “è così importante la libertà?!”. Se lo chiedi ad un ergastolano ti direbbe di sì va da sé, se lo chiedi ad un nordcoreano probabilmente non ti risponderebbe per paura di essere cannoneggiato, se lo chiedi a Totti ti direbbe “il Rolex alla signora dell’iperbarico gliel’ho regalato io”, se lo chiedi a me risponderei:  “Sì è importante la libertà, molto importante, le hanno dedicato pure una statua mica a cazzo, ed è importante la libertà di essere liberi, di amare davvero (è rarissimoooo), di andare, di stare, di sognare, di dormire la notte, di essere sè stessi, di non impazzire se il treno è in ritardo, ma anche di farlo se ci va. È importante la libertà di essere e pure un po’  di avere, è importante la libertà di dire la verità in questo mondo di ipocriti e ipocrite, e perciò quindi sì, è importante la libertà, ma é importante pure il bello.

Sta imbrunendo, mentre sorseggio un Refosco riserva al tavolino di un bar-bistrot vista tangenziale, arriva una bellissima ragazza, si siede poco distante da me, altre amiche già l’aspettavano, è arrabbiata al limite dell’incazzo, la giacca sulle spalle vibra tanto è nervosa, prende un vino bianco “secchissimo, il più secco che c’è” chiede al barista, prima uno e poi due, infama l’ex compagno per una cosa di figli che essendo sordo in parte mi sfugge, nei suoi occhi il fiele, l’amore perduto, l’azzurro, la rabbia, la gelosia, le bollette dell’Enel che si accumulano, e lì in un angolino, giusto giusto di fianco al condotto lacrimale sinistro, una stilla: la voglia di essere felice ancora una volta. Qualcosa di nuovo e mai provato, che probabilmente morirà nella culla del piuttosto, ma ora è lì che cerca di uscire, come un bimbo al nono mese e due giorni compiuti.

La guardo, lei mi guarda e pensa: “e questo che cazzo vuole?!”, mi avvicino e le dico, “e falla uscire quella roba dai, molla, sii coraggiosa, liberati, bevi pure il terzo calice se ti va, ma liberati, sorridi, incazzati, urla, mandalo a fare in culo, ma vai!!”

Lei mi guarda e mi fa: “tutto qui?!”. “No” dico io, “nella tua solitudine maledetta o salvifica che sia ricordati solo di una cosa, non ti innamorare mai più, non lasciare agli altri la libertà di prenderti per il culo… perché nessuno si salva da solo, ma da solo ti salvi dagli altri…”.


Questa di Alissa è la storia vera…

Era forse la terza volta che andava a trovarla in ufficio, secondo piano del condominio delle Cicogne, giusto sopra il magazzino del Conad, stanza d’angolo, vista invidiabile su pallet carichi di Levissima, Sant’Anna e San Benedetto da 1,5 e 2 litri.
Orario sempre lo stesso, 19.45, quando anche Gisto, il geometra dello studio affianco, aveva mollato Autocad per rientrare da Gina che lo aspettava con il petto di pollo diggià adagiato nella Ballarini fondo acciaio 18/10.
Si erano incontrati inaspettatamente un paio di settimane prima, un lunedì tardo pomeriggio al supermercato lì di sotto per l’appunto, lei lo notò alla cassa, aveva comprato crocchette di merluzzo Findus, due tomini avvolti nello speack e una busta di valeriana pre-lavata marchiata “Fresco della madonna” (una roba nuova fatta apposta per Conad pare), una spesa da single indomito insomma. 
È inutile indugiare sul gioco di sguardi, il “ti è caduto lo scontrino”,  quindi “oh grazie, sei molto gentile”, il “prima tu” a cui ha fatto seguito l’immancabile “no, assolutamente no, prima tu”, possiamo passare direttamente alla scrivania due piani sopra, i fascicoli gettati a terra, le biro blu e rosse scaraventate due metri avanti, le Tiger una all’ingresso e l’altra sotto la poltroncina di fianco al PC, la tenuta del filer labbra messo a dura prova da una passione agitata parecchio, il cellulare di lei che vibrava ininterrottamente “Antonio🤍”.., è inutile indugiare perché tutto questo fa parte del cliché, così come scontato è l'amplesso furtivo sul desk, sette minuti sette di passione travolgente. 
Oddio travolgente, diciamo intensa, e più che passione diciamo "scontatezza".
La terza volta sarebbe stata anche l'ultima, lo sapevano entrambi, Antonio🤍 si stava innervosendo perché aveva intuito che qualcosa di strano stava accadendo e non era improbabile trovarselo sul pianerottolo, a lui invece stava capitando ciò  succedeva sempre da quattro anni a quella parte: "non ce la faccio, devo andare, fuggire, scappare, evaporare, nascondermi, ghostarmi, entrare in convento".
E fu così che si salutarono, "ciao, è stato bello ma non é il momento giusto", "in un'altra vita chissà avrebbe potuto pure funzionare", " a me piace il gelato alla nocciola", "io adoro le scarpe rosse", "ci si vede in giro eh?", "grazie", "prego", "domenica mi sposo", "io no". 
Non è importante chi ha detto cosa, nessuno dei due ascoltava l'altro, si dovevano solo rivestire ed uscire senza dare nell'occhio, perché è così che funzionano queste cose qua, il dialogo finale serviva solo per rompere un silenzio che sarebbe stato altrimenti imbarazzante.

Ma come mai lui è diventato così? Non si sa, o meglio non lo so io che sto raccontando questa storia, ma lo sapevano tutti quelli che mi hanno raccontato i vari pezzi, e l'hanno fatto affinché io che faccio il narratore per hobby, d'accatto tra l’altro, trasformassi gli spezzoni dei loro racconti in una storiella strampalata ma con un minimo di costrutto.
 
Di certo sono riuscito a capire che il colpo di grazia è arrivato lo scorso Natale, faceva “non troppo freddo”, un “non troppo freddo” umido e fastidioso, lei (Alissa, questo è il nome) lo aveva chiamato in pausa pranzo, "sono incazzata come una bestia, sai che ha fatto la merda (la merda è Gustavo, l'ex marito - nda)?? Se ne va a vivere con lei, anzi la porta a vivere da lui, ha comprato casa, si conoscono da due mesi... ma vaffanculo. Sono innamorato mi ha detto, dovresti conoscerla questa, piacerebbe anche a te. Ma vaffanculo".

Lui non le chiese "e a te che cazzo te ne frega, vi siete mollati ventisette anni fa?", no.. le disse: "dai, stai tranquilla, stasera mi racconti, ne parliamo e vedrai che sistemiamo tutto".
Sistemiamo tutto? Ne parliamo? Ma vi rendete conto?

La sera non si videro, lei lo messaggiò accampando la più scontata delle scuse: "mia figlia non esce, ha un ascesso e anche il raffreddore, forse è malaria".
Lui intuì che molto probabilmente si trattava di una scusa buttata lì alla bell'e meglio, "la malaria in questo periodo? Mah, mi fa strano..." ma finse di crederle e iniziò a preoccuparsi per lei.
Lei che dietro quella faccia da stronza nascondeva un cuore d'oro, un cuore d'oro che regalava solo a chi voleva s'intende, e a lui "non voleva", questo era chiaro da mo' ma lui fingeva di non saperlo. 
"Diamole tempo" si ripeteva, che io poi mi chiedo "diamole chi?", ma essendo chiaro che quella non era una coppia ma un incidente di percorso in cui si affacciavano in altri sette, il plurale era decisamente adeguato.

Quella sera Alissa non restò a casa con la figlia, probabilmente era riuscita a trovare l'artemisinina concentrata (un antimalarico mica da ridere) e prima delle 18.45 ascesso, raffreddore e febbre africana erano passati, e decise quindi di uscire, la figlia non era più in pericolo di vita e il pensiero di Gustavo la tormentava come neanche Antonio Di Pietro con Pillitteri ai tempi di mani pulite.
Uscì di casa senza una meta, vagava di qua e di là, e dopo aver percorso ottocento metri assolutamente guidata dal caso, si ritrovò sotto caso di Fausto.
Chi è Fausto. Fausto è uno, uno di cui non era stata mai innamorata ma che non riusciva a dimenticare, che prendeva e lasciava a suo piacimento da un paio d'anni, con cui non avrebbe mai passato la vita nonostante gli avesse chiesto un paio di volte di trasferirsi da lei, uno che davvero non la capiva e manco la desiderava (così amava raccontare a chi glielo chiedeva) ma a cui confessava anche i pensieri più reconditi e con cui trombava almeno ventisette volte a settimana, sabato pomeriggio compreso.
Forse questo lo faceva solo per tenersi in forma o perché trombare fa bene alla pelle. 
Fausto faceva il ballerino, anche un po' il cantante, l’elettricista e se necessario anche il barista, il DJ e il facchino, frequentavano insieme i locali più trasgressivi del bolognese (fu lì che successe la prima volta), gin e rock & roll, fumo e perdita di sensi, un divertente con la bocca larga e un sacco di amici.
Lui (lui quello che stava a casa a preoccuparsi della disperazione di Alissa) non lo conosceva, ne aveva sentito parlare da lei, dalle amiche di lei, dagli amici di lui, e dalle amiche degli amici, non lo conosceva ma conosceva la storia, la sua fama di bello e maledetto, sapeva che si erano frequentati a lungo, che si vedevano quando ancora lei vedeva lui, che si vedevano quando lui vedeva Luisa, Magda, Francesca e anche Sonia,
Sapeva ma fingeva di essersene dimenticato.

Ma al di là di questa digressione sulla vita e lo stile di Fausto, abbiamo detto che lei vagando vagando si trovò per caso sotto casa sua, e sempre per caso suonò, e ancora per caso salì, e chiaramente per caso lui apri.
Quando si dice il destino!!
Alissa piangeva disperata e non appena lo vide gli saltò al collo, gli raccontò di Gustavo e della sua nuova fiamma, non si capacitava, malediceva tutti gli dei dell’Olimpo, “lo dico non per me sia chiaro, ma per Ginevra (la figlioletta con la malaria), che sarà di lei ora? Fausto che faccio?!”
E Fausto chiaramente la consolò. Comprensivo e adorabile come solo lui sapeva essere, la consolò più e più volte, e gli suggerì cosa sarebbe stato giusto fare.

Alissa si sentì subito meglio, e fu in quel momento che decise che era giunta l’ora di liquidare definitivamente lui (lui l’altro, quello di prima, quello del Conad, quello del “ne parliamo e si sistema tutto”), non era difficile, lo aveva già fatto altre nove volte, la tecnica era affinata ed efficace, praticamente indolore. 
Successe di sera, successa a primavera, “sei troppo per me, ti lascio libero di vivere”.
Lui tacque, disse solo “di nuovo” ed aprì la porta per farla uscire  (in realtà fu tutto molto più lungo, tortuoso e patetico… ma sto racconto ha da finire ed è necessario arrivare al punto), lei sgattaiolò via velocemente, senza voltarsi. 
Non andò da Fausto però, non subito, poteva aspettare ancora un paio di mesetti si disse, aveva ancora una roba in sospeso con Ughetto, un compagno di bisboccia e pilates conosciuto da poco: “basta, ho bisogno di novità nella mia vita, sto soffocando”.

E’ giovedì oggi, le campane si abbandonano ai loro rintocchi, la bruma avvolge ancora l’eremo quella mattina, un giovanotto passeggia leggero lungo il crinale per raggiungere la fontanella che sta sotto la quercia, ha un lungo saio, una Bibbia tra le mani e un segnalibro colorato di rosso con un paio di righe scritte fitte fitte:  “dai tranquilla, stasera mi racconti, ne parliamo e si sistema tutto”. 

Ecco così è andata la storia…. e voi mi chiederete qual è la morale, e io vi risponderò che la morale non c’è ma c’è comunque un insegnamento: se incontrate Alissa per caso, fate ben una cosa…. scappate immediatamente, vi conviene, perché nulla è come sembra.













 

Sant’allegria… (Ornella Vanoni)


E sale e sale e risale più a fior di pelle
In cima a una montagna piena, piena di stelleScende e scende la sera, ma è così breve staseraNera, nera riviera, c'è chi spera e chi va
Una preghiera, due preghiere pregheròNel dubbio della seraUn'altra frase, mezza frase aspetteròSperando chе sia vera
E sole, sole chе sale, rosso che brillaIn mezzo a un desiderio cade, cade una stellaStella, stella che cade fra le cose e le stradeQuesto è quello che accade per chi viene e chi va
Sant'allegria, sant'amore che vai viaAscoltami staseraUn'altra frase, mezza frase aspetteròSperando che sia vera
E sale, sale e risale l'ombra d'un fioreSereno arcobaleno, dà dolore al doloreScende, scende la sera, ma è così breve staseraNera, nera riviera, c'è chi spera e chi va
Una preghiera, due preghiere pregheròNel dubbio della seraUn'altra frase, mezza frase aspetteròSperando che sia vera
Sant'allegria, sant'amore che vai viaAscoltami staseraUn'altra frase, mezza frase aspetteròSperando che sia vera
Un'altra frase, mezza frase aspetteròSperando che  sia vera



Idiosincrasie e altre storie di vita vera (o quasi)


E poi ci sono quelli che si sdraiano sul bancone per pagare la colazione, stravaccati sulla cassa, oltre alle loro membra stanche appoggiano di fianco al “piattino” del resto le chiavi di casa, il cellulare, il portafoglio, il portachiavi di Trudi, le sigarette, il badge della palestra, una bottiglietta di naturale, gli auricolari senza filo, un Tampax, la foto della comunione di Enrichetta e a volte i Kleenex aromatizzati al mughetto. E che cosa pagano? Un bombolone cotto non fritto, con zucchero a velo non granulato, ed il cappuccino con latte di soia mandorlato, allo zenzero secco della piana di Timbuktu.

E poi ci sono quelli che guardano i real arabi in treno, a volume venticinque, senza auricolari, gettati a corpo morto sulle poltroncine lerce del Regionale Veloce TTPER 17627 delle 17.18, e ridono con quei cappellini indossati al contrario, gli occhiali tarocchi di Gucci, i capelli double livello rasati sotto e riccioluti sopra, modello maranza 2.0 made in Albania, che guardano se li guardi, forzatamente distratti, indolenti, strafottenti ed arroganti fissano te, il controllore, il bambino con la girella salata e la bolla al naso e le mani unte, Suor Maria salita a Varignana, la tipa bionda con il girellino e sei trolley e la faccia sconvolta dopo una settimana di ferie a Bellaria-Igea Marina.

E poi ci sono quelli che camminano in centro con quei cuffioni giganti modello DJ Paella, e parlano con non si sa chi, alle 7.45 del mattino, il K-Way color oro sbiadito, la barba, il Rolex, le New Balance rosa modello Running di sta minchia, e te li ritrovi poco dopo da Gamberini a salutare il barista con un “ciao caro, che fatica il lunedì”.
Che poi “ciao caro” nella medio-quasi alta borghesia radical-chic, non è un saluto, è uno status, lo devi dire, gli altri porelli devono essere “cari”, non puoi esimerti, 
E c’è un problema, che si può superare certo, il lunedì ok è faticoso, ma oggi è mercoledi.

E poi ci sono quelli con le elettriche fat bike, le bici extra large modello Glovo o Deliveroo, che non vengono usate solo dai rider ma anche da tutti coloro che vogliono occupare spazio, in mezzo alla strada, sotto ai portici, in treno, in stazione, nei sottopassaggi, in fila alla posta, davanti alla Coop, sulle strisce pedonali, nel parcheggio del cinema, dal veterinario, all’uscita dalla Sala del Regno, al mercato, di fronte a Slego Shoop, insomma ovunque tranne che nelle ciclabili. Le cavalcano con quegli occhiali scuri, le catene al collo, le canottiere di pelle, i jeans Amiri, le Nike superboolspaceXjordan3400 da 1.500 euro l’una originali, 25 euro tarocche (25 euro entrambe, lacci compresi eh!).
Non chiedono mai permesso, loro passano, travolgono, accelerano, pedalano con una forza proporzionale al numero di pedoni in circolazione, più ce ne sono più ci danno, una progressione esponenziale. 
E masticano il chewing gum, alla fragola.

E poi ci sono quelli “sapessi io…”, che tu puoi raccontargli qualsiasi cosa ma loro “ah sapessi io…”. 
“Mi sono rotto un piede inciampando un una buca” - “Ah mi spiace, ma sapessi io, sono caduto in una scarpata alla Montagnola al mercato degli stracci, ho rischiato la vita, tre settimane di intensiva, il prete al capezzale, settantanove punti di sutura… solo sotto l’ascella sinistra, sei mesi di riabilitazione, il tutore, il collare, la flebo e anche l’holter cardiaco per ventiquattro mesi, sai dopo lo shock… il cuore…”.
“Mio figlio si è laureato a Forlì, economia aziendale…” - “Ah bene, ma sapessi il mio, ha preso la novennale alla Massachutes Business School di Boncellino, una succursale di Harvard in Italia, e ora è andato a fare il master e dopo farà il remaster, “perfezionamento delle tecniche di fusione dell’atomo applicate alle teorie neoclassiche di Trousot (che chi cazzo è non frega a nessun), implicazioni pratiche in campo economico e cinematografico e turistico”.
“Oggi sono stanco…” - “Tu stanco??? Ah sapessi io, non dormo da tre settimane, lavoro ininterrottamente, mia madre di centoventinove anni è ricoverata e io sono l’unica delle sedici sorelle che se ne occupa, mia figlia e i suoi sei nipoti sono a pranzo da me ogni giorno, faccio ventisette ore al giorno al lavoro, ieri ho portato l’auto per la revisione, sono andata a fare la spesa all’Ikea, ho portato Gianni dall’oculista, ho stirato sei tir di panni, mi sono un’attimo rilassata a pilates, due botte ad Alberto (il marito della Giusy nda), e per oggi non ho ancora finito eh!!”
“Sono morto…” - “Ah sapessi io…. Io sono resuscitato”.

E poi ci sono quelli che usano le creme corpo & varie. Due giorni fa in palestra, post allenamento, post doccia, ho assistito ad un fatto mai visto. 
Il nostro si è avvicinato allo specchio fronte panca con uno zaino extra, erano le 20.30, ha estratto una boccetta, una lozione magica da passare sul capello bagnato ed ha frizionato accuratamente per quindici minuti; quindi è passato al phone portato da casa (ce ne sono 654 disponibili lì) ed ha iniziato il pettinamento a  caldo, riga da una parte, ciuffo dall’altra, lisci dietro, riccioli dentro; fatto questo è stato il turno degli olii essenziali di timo-eucalipto-passiflora-salvia-cicoria, sempre sul capello ma stavolta asciutto. 
Poi è arrivato il momento delle creme, quella corpo, quella mani, quella viso, quella piedi, e giuro su quanto ho di più caro, quella per la pianta dei piedi (uno stick bianco con la scritta nera).
Inutile vi dica delle sopracciglia cesellate, la depilazione total body, e il necessaire per il manicure. 
Si era fatta mezzanotte, dovevo ancora cenare, non potevo fermarmi oltre.

Poi ci sono quelli che odiano tutti, guardano, anzi osservano, soffiano, si lamentano sboffonchiando, chiamano la questura per sapere cosa serve per il porto d’armi perché il vicino cammina con i tacchi, cercano posti isolati in cui sedersi al ristorante, vanno in vacanza da soli a novembre a Taranto zona Ilva, comprano l’ultimo libro di Fabio Volo solo per bruciarlo nel caminetto senza manco aprirlo, litigano con i call center della Tim perché non rispondono al secondo squillo, non parlano con la madre dal 1976 e con il padre dal 1973, la sorella è in carcere, l’hanno denunciata loro tre anni fa perché spacciava crack.
Comprano il cane per seviziarlo, si sposano per divorziare, si iscrivono ai corsi di nuoto per fare causa al Comune perché l’acqua è troppo fredda, stanno sui social per insultare e maledire tutti quelli che postano foto felici, fanno figli per abbandonarli in orfanotrofio.
Qualcuno di loro tiene un blog su blogspot, lo usa per raccontare storie, storielle e storiacce. 
È uno dei peggiori.