Era seduta al tavolo con quel gruppo di tipi strani, di fianco a quello con la camicia bianca, le bretelle rosse, i pantaloni verdi, le scarpe bianche, la cintura marrone, gli occhiali neri e pelato come la palla n 8 della carambola del Clan (dico la 8 perché comunque ai lati insisteva un’ombra nera ricordo di un capello che fu). Aveva pure i baffetti oltre alle bretelle.
Ai loro piedi tutta una roba di chitarre imbustate in grandi custodie nere, “mona ®️” il logo stampato su quella “più enorme” (sì lo so, è un errore e pure gravissimo ma ho voglia di scrivere “più enorme” quindi lo faccio) sembrava quasi un violoncello, chissà se esistono i violoncelli elettrici?!
Parlavano tra di loro, un ricciolone con la barba folta aveva una voce cavernosa, impostata per essere intelligente se solo avesse taciuto, “sono a dieta finché non mangio… ahahahahaj”, sono riuscito a capire. Forse non era un “ahahaha” la sua risata insistente, ma un “eheheheheh”.
Tutti parlavano tranne lei, lei taceva. Taceva e fumava un sigaro aromatizzato al caffè, che strideva con i lunghi capelli neri, le unghie smaltate rosso scarlatto, gli occhialoni da sole stile BB, il jeans attillato e le sneaker Premiata.
Non si atteggiava, era così, sportivamente ricercata, anche nello spolverino nero come i capelli e il simbolo Premiata, era cosi… silente e assorta, decisamente triste, ma di una tristezza profonda, prolungata, quasi cronica, che nemmeno il rossetto rosso come lo smalto riusciva ad alleggerire, anzi le donava ancora più profondità. Nessuno pareva fare caso a lei, eppure era quella che in quel verminaio urlante e multicolore, spiccava tra tutti, un cameo, l’eccezione che non confermava nessuna regola ma era semplicemente diversa.
Ai suoi piedi, accovacciata quasi arrotolata, una palla di pelo, brutta come pochi altri cani al mondo, ingarbugliata, soffice, nera, ma silenziosa come la sua padrona, anche se non portava il rossetto. Un collarino di strass. Se ne stava e se ne stette immobile fino a quando la donna misteriosa e apparentemente invisibile a quasi tutti si alzò di scatto, spense il sigaro e si avviò verso il bagno, la cagnolina alzò il musetto, aveva gli occhi verdi che non si staccavano un istante dallo spolverino che ondeggiava sotto i colpi d’anca naturalmente sapienti.
Ho dimenticato di raccontare dove si stava svolgendo il tutto, è importante, perché credo aiuti a rendere l’atmosfera, si stava nel dehors di un bar di passaggio, un qualcosa a metà strada tra un parcheggio per scambisti con tettoia e un locale per la pausa pranzo di impiegati simil manager dal lunedì al venerdì. Uscita autostrada, perfetto per fermarsi a prendere un caffè dopo una domenica a pranzo non si sa bene dove ma comunque lì vicino,
Dopo pochi minuti uscì dal bagno, il rossetto ripassato, sempre gli occhiali calati, una lacrima vistosa che le scendeva lungo la guancia destra, nessun tentativo di asciugarla. Batuffolo (ho deciso che il cane si chiama così anche se è un cane femmina) sempre fissa su di lei. Si avvicinò rapidamente ai tavolini occupati dai suoi improbabili compagni di viaggio: “”Io vado” - “Come vai? Ma non vieni con noi?” disse arlecchino n. 8 - “Scusate, un imprevisto”.
Nessuno aggiunse altro, Batuffolo si alzò in piedi ad una velocità che solo due minuti prima sarebbe sembrata una follia, le saltò in braccio, si diressero verso l’auto.
Ora l’autore vero, quello che scrive i romanzi, quelli con un inizio e una fine e una storia che non è pezzetti di niente, chioserebbe così: “salutati gli amici si voltò lentamente, i loro sguardi si incrociarono per un attimo, un brivido li attraversò, lei si accorse di lui, lui si accorse di lei, era quello il segno da cui partì il tutto”.
Io invece vi dico che lei, il suo cane e il suo carico di irreversibile amarezza salirono in auto, mentre io me ne restai ancora un po’ lì sul trespolo, a sorseggiare le ultime gocce di un caffè americano e a chiedermi perché il signore con i capelli bianchi affacciato alla finestra poco prima mi avesse guardato così con sospetto? Non ho la faccia da delinquente, solo due passi dopo pranzo, e la foto? No, non volevo preparare un piano per svaligiare l’appartamento notte tempo, giuro, solo così, la voglia di catturare un attimo.
Ma che è andata a fare in bagno? E perché quella lacrima, e perché quel rossetto ravvivato? E perché lì in quel parcheggio? Ma dov’è che doveva andare dove?
Tira vento ora, una brezza leggera ma rompe un pò il cazzo perché l’occhio è ancora dolorante da ieri, e l’antibiotico oftalmico ha fatto effetto al cinquanta per cento, e le storie di tutti si sommano per strada, per ricordare a noi illusi che siamo convinti di essere portatori di unicità che non siamo altro che un pezzetto di tanto.
Anche bretelle rosse ha la sua storia, diversa da tutte le altre o simile a tutte le altre; e anche voce più cavernosa che intelligente sarà stato triste e pure felice un giorno che così solo lui; e anche la chitarra convinta di essere un violoncello elettrico avrebbe qualcosa da dire se potesse parlare. Insomma di unico ed irripetibile non c’è proprio niente, ci sono solo momenti vissuti più intensamente di altri che hanno la pretesa errata di essere diversi.
Ad un tratto un rumore, una frenata brusca sull’asfalto, di nuovo la ragazza col cane, è ritornata, scende dall’auto, viene verso di me, alza gli occhiali BB, mi guarda: “Non dire cazzate, l’unicità esiste, e non la cancelli né col rossetto, né con le unghie laccate, né con una lacrima, né con quegli stupidì anelli, né con ste storie della minchia che scrivi senza essere uno scrittore…. sappilo”.
Batuffolo dall’auto abbaiò due volte, la chitarra strimpellò da sola nella custodia (sarà stato il vento), la ragazza ripartì. “Oh me lo paghi l’americano, mi serve il trespolo…stai lì seduto da un’ora”.
Non ci sono più i baristi di una volta.

Io però voglio sapere
RispondiEliminaDove va così all’improvviso
Il perché della lacrima
Come si chiama veramente il cane
(perdonami ma “batuffolo” non si può sentire)
………..
Avanti tutta con il seguito quindi!