Storia di lui e di lei, del loro primo appuntamento, del durante, del dopo.

Quella sera lui non sapeva che cosa sarebbe successo, forse niente o forse tutto, o più banalmente qualcosa poco più di niente, o poco meno di tutto se proprio vogliamo trovare delle alternative.

Sono le aspettative quelle che fregano, succede ogni volta che si programma, è inevitabile, di fianco ad ogni prima cresce l'attesa del dopo, prima di ogni "possibile" prende forma l'idea di quel che verrà.
Prende forma, si colora, nascono profumi e sensazioni attese, la fantasia diventa ieri-oggi-adesso-questa notte-domani mattina, è facile perdere il contatto con la realtà e abbandonarsi ad un crescere confuso di  "sarà, sarà, lo so che sarà". 

E' così che va la vita, ed proprio per questo che quella sera, prima di ogni altra cosa, lui fece un bidè. 
Sì lo so, questo dettaglio a questo punto rompe la poesia e incrina l'atmosfera, ma ogni futuro che si rispetti nasce da un bidè precauzionale, non fate finta di non averlo mai fatto che non siete credibili, ci siamo passati tutti.

Ma ora ritorniamo sul pezzo, dicevo si fece un bidè e si versò un bicchiere di sangiovese, riserva ma non troppo, quello che aveva a portata di mano, una bottiglia aperta due giorni prima, comprata al Conad Filanda di ritorno dall'ufficio, 7 euro e 50 centesimi in offerta, prezzo onesto per un 13 gradi e mezzo del 2018.
Perché un sangiovese dopo il bidè? Perché il sangiovese a piccole dosi scioglie senza sconvolgere, un calice da 0,40cl ha un effetto rilassante, attenzione non bisogna esagerare ché altrimenti l'effetto diventa depotenziante, e non è bello, soprattutto a una certa età.

Quella sera lei non sapeva che cosa sarebbe successo, forse tutto o forse niente, o più banalmente qualcosa poco meno di tutto o poco più di niente se proprio vogliamo trovare delle alternative.

Rileggendo dall'inizio vi accorgerete come oltre alle aspettative sono i punti di vista a fregare, tutto e niente vivono ai confini dello stesso attimo, si confondono, si sovrappongono, l'uno o l'altro per dire in fondo la stessa cosa.
E comunque anche lei, visto che il tempo tiranneggiava, decise di fare un bidè, avrebbe preferito la doccia s'intende, signora anche in questo, ma avrebbe fatto tardi oltre il tollerabile e scese quindi a compromessi.

Ma chi erano lui e lei? 
Erano due ragazzi, o due adulti se preferite, quaranta-quarantacinquesei anni più o meno, meno di novanta in totale, secondo me ragazzi, secondo altri di più, ma non importa, erano un lui e una lei come potreste incontrarne a bizzeffe (non in questo periodo che non c'è un'anima in giro, ma normalmente a bizzeffe).
Erano due ragazzi che un giorno decisero di darsi un appuntamento, uno di quelli così, nati per caso, dopo una vita di:
"Dai si potrebbe fare" 
"Prima o poi" 
"Un caffè, un aperitivo, una cena, quello che ti va" 
"Mi va! Ok! Ma non in quest'ordine"
"Cosa? In che senso in quest'ordine"
"Un aperitivo, una cena e un caffè. Questo è l'ordine giusto"
"Ah perfetto, allora facciamo questa sera?"
"Va bene, alle venti parcheggio del Cinedream"
"Ok"
"Ok"

Erano le cinque e quarantacinque del pomeriggio, per quello non ci fu tempo per la doccia.

Lei mentre si preparava sorrideva, lui mentre si preparava si agitava.
Lei chiudendosi la porta alle spalle: "ma farò bene?", lui chiudendosi la porta alle spalle: "ma perché ho aspettato fino ad ora?".
Lei salita in macchina controllò il rossetto, lui salito in macchina controllò l'alito.
Lei guidando cercava di immaginarlo più bello di come lo ricordava, lui guidando cercava di immaginarla più nuda del solito.
Lei prima di scendere dall'auto nel parcheggio del Cinedream ricontrollò il rossetto e chiuse la borsa, lui prima di scendere dall'auto nel parcheggio del Cinedream ricontrollò l'alito e "tirò indietro" la pancia.

"Ciao, scusa il ritardo!!"
"Figurati, sono arrivato ora anch'io"
...smack... smack... (rumore di baci di saluto sulle guance - nda)

Si guardarono, si guardarono forse per la prima volta davvero, un secondo più del dovuto, indugiarono l'una negli occhi dell'altro, un lieve rossore riscaldò il viso di lei, una punta di malcelato imbarazzo rese la voce di lui meno ferma del solito.

"Andiamo"
"Ok"

Ora potrei raccontarvi l'aperitivo, la cena, il caffè, le chiacchiere, il vino, la storia della vita di lui, la storia della vita di lei, gli ammiccamenti, i sorrisi, i non detti e gli stradetti, i telefoni in silenzioso e i messaggi ignorati, lui che la osserva mentre va in bagno, lei che lo osserva mentre va a pagare, i due passi uscendo, il mare, il profumo della primavera, le mani che inavvertitamente si sfiorano, una battuta sulle scarpe rosse di lei, un commento sulla sciarpina un po' da checca di lui, le testa di lei che civettuola si abbandona sulla spalla di lui, lui che ha mollato definitivamente la pancia raccontando che a una certa età il muscolo fa cafone, gli sguardi che si incrociano di nuovo, il cuore che batte, quello di lei o quello di lui? Bah, non so, non si capisce da qua.
Potrei raccontarvi tutto questo ma non lo farò, non c'è spazio, non c'è tempo e poi lo sapete già come funzionano queste cose, siete grandi ed espertissimi, no?!
Però vi racconterò che cosa successe in quel preciso istante che separa il niente dal tutto, che poi succede in buona parte degli istanti come quelli, successe chee... che la brezza, il mare... le aspettative, i punti di vista... lui, lei, loro, la cena, il sangiovese... beh.. successe che si trovarono di fronte all'auto e... e salirono e lui mise in moto e partirono.

Brutto eh? Delusi vero? Eh ma troppo facile il lieto intermezzo tutto cuori e perfetto, ormoni e passione, luna e stelle, baci e carezze e amplessi sulla sabbia come non ci fosse un domani.
"C'han" quaranta-quarantacinqeseisette anni più o meno, quasi novanta in due, e un sacco di vissuto alle spalle, le emozioni a questo punto spaventano e quindi la prospettiva non poteva che essere il parcheggio del Cinedream.

Viaggio di rientro.
Lei non pensò, parlò poco, ma sorrise dolcemente guardandolo.
Lui non pensò, parlò poco inanellando frasi confuse, ma sorrise dolcemente guardandola.

Momento dei saluti:
"Ciao..."
"Ciao... è stato bello sai?"
"Sì, voglio rivederti"
"Anch'io"
"Quando?"
"Presto"
"Ok"
"Ok"
"Grazie"
"No, grazie a te"
...smack ...smack (rumure di baci di commiato sulle guance - nda)
"Notte..."
"Notte a te..."

E ognuno ripartì verso il proprio dove.

"Driiiin... " o "Dlin dlon..." se vi piace di più, comunque è il rumore del campanello della casa di lei
Lei guarda dallo spioncino, sorride, apre.
Lui entra.

"Ma che ci fai qui?! Sei matto?"
"No perchè? Hai detto presto!"
"Mah... veramente"
"Ora è presto, domani è tardi...."

E potrei raccontarvi di nuovo del rumore di cuori (quello c’è sempre), dei vestiti sul pavimento, delle scarpe sul tappeto, le autoreggenti una sì e una no, la saliva, le mani, il letto, i cuscini, l'ansia da prestazione, la voglia di volersi, le coccole, la passione tribolata, il "mi sono dimenticato i profilattici", "sei un cretino però baciami", il bello di tutto quello che è bello da qualunque punto di vista lo si guardi, i capelli spettinati, l'ancora, "l'adesso vado che sono le cinque", i "sei scemo", i sorrisi, gli odori, gli umori, i silenzi, i leccotti, i "pensavo peggio", i "fantastico", il sapore che persiste tra le lenzuola, i baci senza smack, e tutto quello che di solito si racconta in questi frangenti, ma non lo farò.
Chiuderò qui il racconto e lascerò a voi che avete avuto la pazienza di arrivare fino a qua il gusto di immaginarvi che cosa sarà del dopo, ammesso che un dopo ci sia, perché spesso, ricordatelo, un dopo non c'è e anche ci fosse non è detto che sia come voi lo vorreste, quindi per non deludervi lascio a voi la scelta, finitela un po' come vi pare!

Ciao, ciao e buona notte. 






Agata ti ricordi come ci siamo conosciuti?

C’è chi li chiama ricordi, altri  amano invece definirli “pezzetti di me”.

Luì appartiene a questa seconda categoria, un collezionista di “pezzetti di me”, un conservatore seriale di sensazioni andate, di profumi, di colori, di attimi, di espressioni, di situazioni, di sapori, di rumori e anche di silenzi... e di pezze giustificative s’intende...
Eh sì, Luì conserva a pacchi, conserva foto, biglietti e bigliettini, lettere colorate e lettere in bianco e nero, dediche,  oggetti apparentemente insignificanti, fredde mail e veri e propri ammassi di neuroni e loro connessioni. 
Luì è un accumulatore di sinapsi, indelebili banche dati di tutto il suo vivere... e credo anche (e soprattutto) di tutto il suo essere.
Scatole di  🍕 d’asporto, cappuccini, sms, vino rosso, il bip di un telepass, pasticcini, cravatte troppo strette, la bici, la giacca, Zattaglia, Bologna, Rimini, le terme, la spiaggia, il 17 e il 26, il 28 e il primo, il 6310, whatsapp tuttattaccato, sborantamila, la gianetta, le finestre aperte, i capelli bagnati,  sono tutte allegorie di un tempo immobile eppure così vivo.

Agata lo sa, sa che quel ragazzo convive da anni con tutto quel sempre piccolo ed ingombrante, profondo come un attimo interminabile e a volte superficiale come un lungo bacio senza passione, salato come il mare , dolce come una canzone smielosa, conturbante come uno sguardo che non si distoglie, potente come un brivido che non si riproduce.
Agata lo sa... ed è per questo che ha imparato fin da subito a capire i tanti non detto, ed è per questo che Luì non si è mai preoccupato di fingere... sarebbe stato completamente inutile.

“E ora dici?”
“Ora sì! Che farai ora?”
“Niente, vivrò come sempre, il tempo in fondo passa...”
“Per gli altri sì...”
“Anche per me ti assicuro, guarda la barba!”
“No per te no, per te passano gli anni ma non il tempo, sei un adulto con la pancia di un bambino, un vecchio cucciolo di uomo, un vintage col PC portatile che non capisce che le cose attorno a te succedono e portano fatti e conseguenze,  non si può ricominciare da capo ogni volta!”
“E chi lo dice?!?”
“Luì! Lo dice la vita!”
“Agata! Ma che ne sa la vita?!”
“... ....”
“Agata?”
“Sì, dimmi, anche se non ho voglia di ascoltarti”
“Agata ti ricordi come ci siamo conosciuti?”
“... sei incorreggibile...”
“Vieni, prendiamoci un caffè, te lo racconto...”

La convivenza ai tempi del coronavirus

Toccare questo argomento di questi tempi rischia di aggiungere noia a banalità, già detto a scontato, e sarebbe pertanto meglio evitare, però cosa volete, sono le diciotto e zero cinque e qualcosa bisognerà pur fare prima di cena….

La convivenza a parer mio è difficile già di suo, molto difficile, difficilissima direi, e questo è vero a prescindere, anche quando viene intervallata dal lavoro, dalle uscite con gli amici, dai corsi di Yoga, dalla piscina, dall'aperitivo con Edgardo, dall'uscita dei figli da scuola, dalla spesa, dalle gare al circolo bocce di Villa Inferno, dalle cene di lavoro, dai pigiama party che costringono uno dei due a dormire in garage e altre cosucce del genere.
Ma in una situazione come questa, in isolamento Covid intendo, lo stare insieme in otto vani (bagno compreso) e centotré metri quadrati calpestabili (garage escluso), diventa se non altro impegnativo, anzi direi... bello impegnativo.
Figli con o figli senza, non è determinante.
Non è colpa di nessuno, vorrei sottolinearlo, è banalmente una questione di geni, geni nel senso di genetica, i geni della coppia costretti nello stesso spazio e per periodi prolungati (più di 72 ore consecutive) perdono la naturale elasticità.
Direte voi che l'elasticità del gene non è qualcosa di scientificamente fondato, non esiste in sostanza, è una fake news come va di moda dire oggi, beh vi dico io che non è vero.
Il gene elastico esiste, ne è prova la capacità di adattamento di una coppia media in periodi normali, l'elasticità del gene consente ai due coesistenti di evolvere nell'insieme, di gestire il quotidiano, di stare l'uno con l'altra pur in assenza di amorosi sensi, perché se è vero che l'amore è chimica la convivenza è elasticità.
Gli effetti dell'elastico sono diversi a seconda si tratti di uomo o di donna.

Il primo effetto dell'elasticità si dispiega sull'udito del maschio, la capacità di ascolto dell'uomo convivente è inversamente proporzionale al tono di voce della donna, più questo si alza più il timpano di lui rimbalza dolcemente, sfuma le asperità, attutisce gli acuti, si fa spugna: immagazzina le onde acustiche per poi rilasciarle gradualmente quando il volume in entrata scende.
E' questo il fenomeno che fa apparire lui vagamente disinteressato alle discussioni, che conferisce all'uomo quell'espressione vaga, di qualcuno che pensa ad altro... ad altro tipo "dai, otto minuti ed esco a gettare la busta dell'umido dall'altra parte di Corso Garibaldi, così chiamo Eros e organizziamo la birra di giovedì".
Il timpano elastico è lo stesso che si attiva in caso di discussioni silenziose o di basso tono, dove lei quasi bisbiglia, in quel caso i neurotrasmettitori si invertono e lanciano tutti lo stesso segnale: "PERICOLO, PERICOLO, PERICOLO", qui l'elastico si tira e la soglia di attenzione sale ai massimi in meno di tre decimi di secondo.

Dopo aver agito adeguatamente sull'udito, l'elasticità (e siamo sempre in ambito uomo) si propaga a quella parte del cervello che custodisce le frasi fatte ed accomodanti, non so dove si trova esattamente, nel frontespizio occipitale credo (esiste? Non lo so e non verificatelo per favore, ché altrimenti mi fate fare brutta figura) ma indipendentemente dal dove, a questo punto, si attivano le sinapsi che fanno partire le frasi ad hoc: "hai ragione, sono stato disattento, scusami, non volevo, non capiterà più, amoruccio uccio uccio, vieni qua...".
Già al primo "hai ragione" il tutto potrebbe rientrare con lui che può ritornare in bagno a chattare con Luisa e lei a pensare "stronzo, lo so che ho ragione".

Il movimento di ritorno dell'elastico, quello sconclusionato prima della ritrovata quiete, quello che è tanto più forte quanto più l'elastico è nuovo, potrebbe poi agire sulla libido, l'uomo dopo essersi sublimato "nell'hai ragione" risolutivo, obnubilato incautamente dagli afrori della vittoria, nove volte su dieci si lancia in un approccio soave e carico di romanticismo, si avvicina delicatamente e sussurra un voluttuoso "sei così bella quando ti arrabbi… è in questi momenti che mi ricordo del perchè ti amo, luce dei miei occhi, senso della mia vita, cosa dici, trombiamo?".

L'elasticità dei geni femminili è pressoché speculare a quella del partner, all'udito elastico dell'uomo risponde la voglia elastica della donna di scaraventargli sulla faccia la moka ancora bollente, ma dopo il picco di tensione l'effetto rientra e si trasforma in un salvifico "stroonzo, tornaa da tuua maadre".
Alle frasi fatte le sinapsi della donna rispondono con i pensieri in anticipo: "ecco adesso la dice, adesso crede di risolvere tutto con il suo hai ragione di merda, ecco lo dice, lo diCE, lo DICE…", se non ci fosse elasticità a questo punto sarebbe la catastrofe e invece il tutto rientra… "facciamo finire questa sceneggiata il prima possibile che poi se ne esce a gettare l'umido e chiamo Ernesto..".
Al movimento di ritorno, quello della libido, la donna risponde in maniera differente a seconda dei momenti che lei sta vivendo, solo e soltanto lei ne ha il controllo sia chiaro, potrebbe essere quindi un "sì, togliamocelo dalle balle velocemente" - "sì, che quando ricapita altrimenti" - "si che Ernesto pure ieri è uscito con la moglie" - "no" - "valà che se la vuoi devi insistere almeno fino alle quattro di domani pomeriggio".

Quando invece tutto è costretto oltre le 72 ore, quando l'elastico non ha spazio sufficiente per dispiegare il suo movimento tipico, quando la coppia è travolta dal bagno occupato, dalla tv sempre sul programma sbagliato, dalla mancata libertà di chat, dal pigiama sdrucito di lei e dalla tuta macchiata di lui, dalla moka pericolosamente sul fornello, dall'alito pesante, dai capelli nel lavello, dal russare assordante sul divano, dalla peluria inguinale incipiente, dalla routine, dalle canzoni sul balcone, dalla frase sbagliata al momento sbagliato, dai silenzi prolungati, dal "devo fare tutto io", dalle domande cadute nel vuoto, dalla connessione che rallenta e Porno Hub che conseguentemente procede a tentoni, beh in questa grave situazione la coppia è a rischio, in una scala da uno a dieci siamo a otto e mezzo quasi nove.

Quindi, non c'è davvero via d'uscita?
Beh sì, due possono essere i freni alla tragedia in assenza di elasticità:
a) Il mutuo cointestato con una durata residua superiore al 50% della durata iniziale e con le fidejussioni incrociate dei rispettivi suoceri
b) L'amore. Ma qui siamo nell'ambito del "se non altro è raro" e non c'è sufficiente casistica per fare un'analisi incontrovertibile...

Saluti.










Una volta un bambino mi raccontò una favola proprio il giorno della festa del papà

La neve aveva smesso di cadere già da qualche giorno, il cielo era limpido che manco una nuvoletta aveva il coraggio di affacciarsi e fuori faceva ancora un sacco di freddo... un sacco di freddo freddo... un freddo freddissimo a voler essere precisi, così freddo che congelarono persino le ali di quattro passerotti che vivevano sotto la seconda traversa del ponte di ferro, sul lato destro, spalle alla salita del bosco di sopra.
Ma il problema vero era che i poveretti non riuscivano più a volare con le ali congelate, solo camminare e salterellare, e per un passerotto non è certo una bella cosa, non si era mai vista, i passeri volano, sono i conigli che saltano, lo sanno tutti!  

Sembrava proprio che in tutto questo ghiaccio e in tutta questa neve solo Gigi "testa storta" si trovasse a proprio agio, se ne stava fuori casa tutto il giorno, saliva e scendeva dalla bicicletta bianca con la sella nera a cui aveva montato catene antislittamento fatte con le graffette numero 6 da ufficio, che in realtà non servivano a nulla e la bici slittava a manetta, ma Gigi era convinto facessero figo.

Peccato che "testa storta" non avesse uno slittino, sarebbe stato certamente il re della pista del Gualdo di sopra, magro com'era avrebbe cavalcato i fiocchi di neve prima ancora che cadessero, ma niente, ne era proprio sprovvisto, solo la bici e un sacco di graffette numero 6 da ufficio.

Quella sera Gigi ritornò a casa più tardi del solito, passato di fianco al ponte di ferro provò a scongelare le ali del passerotto più piccolo, l'ultimo nato della famiglia, gli faceva pena vederlo così.
Ci riuscì a metà, nel senso che riuscì a scongelare solo l'ala di destra, non fu un gran lavoro in realtà, sì.. meglio di niente direte voi, ma ora il passerotto piccolo non solo continuava a non volare ma quando si muoveva faceva due passi, un salto, un salto più lungo, si piegava di lato (dalla parte congelata), traballava e si ribaltava, e poi ancora due passi, un salto, un salto più lungo, si piegava di lato, traballava e si ribaltava... e così senza sosta...un salto e un traballo dopo l'altro.
Non era una bella cosa, non si era mai vista, i passeri volano non traballano, lo sanno tutti!

Il povero Gigi "testa storta", deluso ed affranto, si avviò sulla strada del ritorno e in poco più  che quasi niente si ritrovò di fronte al cancello di casa propria, scalvalcò (aveva dimenticato le chiavi) ed entrò poi dalla porta che dava sul garage.
Quattro passi veloci e in meno di Amen fu ai piedi della scala a chiocciola che portava al piano di sopra, anzi più che veloci direi saettanti, sì perchè Gigi aveva una paura fottutta di quel posto, era convinto che nel suo garage dopo le sei di sera vivessero i fantasmi, e lui dei fantasmi aveva paura e credeva che le uniche soluzioni per vincerli fossero stare lontano dal garage o correre più forte di loro.

Salendo la chiocciola, gli piaceva chiamarla così, si accorse che il suo papà se ne stava seduto a guardare la tv al solito posto, si fermò un attimo ad osservarlo senza essere visto, portava gli occhiali quella sera, aveva i capelli un po' più lunghi del solito, la brillantina, il pullover grigio con il collo alto, lo sguardo triste, il braccio sul bracciolo. 
Gigi lo raggiunse in silenzio, lo abbracciò da dietro e "Ciao papà!! C'è ancora un sacco di neve fuori!".
Il suo papà sorrise, lo rimproverò bonariamente per essere rientrato troppo tardi, gli chiese dei fantasmi del garage (voleva sapere come stavano, ci teneva che la casa fosse abitata da fantasmi in forma!) e disse "dai, vai a lavare le mani che dobbiamo mangiare!".

Il bagno era proprio di fianco la camera di Gigi, "testa storta" accese la luce della sua stanza, lasciò cadere il giubbotto sul letto, guardò lo slittino sul pavimento, disse "bene", spense la luce, e poi: "lo slittino????".
Riaccese la luce e riguardò di nuovo sul pavimento, lì di fianco la scrivania faceva bella mostra di sè un bob rosso fiammante col lunotto e i seggiolini blu imbottiti, un bob a due posti, un bob con i freni, un bob con la cordicella per tirarlo in risalita, un bob vero di quelli veri che proprio più veri non si può.

"Papà, papà, il bob, il bob!" e urlava e saltava, e saltava e urlava, e.. e... come... tipo... sì come un bambino a cui era stato appena regalato un bob nuovo, ecco così.
Suo padre lo raggiunse ridendo, si appoggiò allo stipite della porta della stanza a godersi la scena, Gigi era salito sulla slitta, mimava già la discesa (che sembra facile ma provate voi a mimare una discesa!!), immaginava la neve che si alzava sui lati, fischiava, frenava sul pavimento, sorrideva come quasi mai prima, anzi rideva proprio, di gusto, una risata vera, che partiva dalle labbra e raggiungeva gli occhi, rideva come suo papà, si perchè Gigi e il suo papà ridevano proprio nello stesso modo.

Era tardi, fuori faceva freddo e Gigi che non era più testa storta, stava rientrando dall'ufficio.. "basta, promesso, domani esco prima", lo diceva ogni volta, se lo diceva da solo e lo diceva ai fantasmi che viveno in garage mentre parcheggiava l'auto, non gli facevano più paura quei buffi, lui sapeva che loro c'erano e li lasciava vivere (oddio, vivere, lì lasciava in pace ecco, li lasciava scorazzare in pace nel suo garage, nulla più!).
Era tardi, Gigi non aveva troppa fame, aveva pranzato con una cliente, bevuto un sacco di caffè nel pomeriggio e fumato sigarette amare (questo non è vero ma a questo punto della storia mi pare stia bene scrivere una cosa così), si spogliò degli abiti da lavoro e si infilò jeans vecchi senza calzini e quel maglioncino nero a V attillato e sdrucito, accese la tv, infilò gli occhiali, il braccio sul bracciolo, un calice di vino rosso, lo sguardo triste.

Triste? Perchè lo sguardo triste? 
Perchè come ogni sera d'inverno, Gigi prima di cena passava dalla sua vecchia stanza, accendeva la luce, lasciava cadere il cappotto sul letto, spegneva la luce, la riaccendeva... ... ma il bob rosso fiammante, con il lunotto e i sedili imbottiti, non c'era più, svampato, niente, vuoto, freddo, nemmeno la cordicella per trascinarlo lungo la risalita.
E allora prendeva, cenava, si lavava le mani, i piedi, le ascelle e i denti, e andava a sedersi su quella sedia da cui si guarda la tv, sempre quella, quella dove stanno di solito i papà la sera prima di andare a dormire.

Ecco la storia di Gigi, che perchè da piccolo lo chiamassero "testa storta" non s'è mai saputo, ed ecco la storia del suo bob e del suo papà che glielo regalò, ed ecco la storia di tutti i bambini che credono ai fantasmi (e ci credo anch'io sapete?), ed ecco la storia dei sorrisi che si tramandano da padre in figlio, e poi ancora e ancora e ancora, perchè c'è sempre qualcosa che travalica il tempo, che passa dal più grande al più piccolo che dopo diventa lui il più grande.

Le favole a volte hanno un inizio e hanno anche una fine, altre volte semplicemente raccontano un pezzetto senza capo nè coda, al solo scopo di far vivere un'emozione che si nasconde tra i pensieri di chi legge e incuriosita esce fuori a dare un'occhiata.
Sì perchè le emozioni hanno vita propria, nascono e si nascono tra i ricordi, si alimentano di fantasia, pasteggiano col vino rosso, cenano col bianco, si addormentano, si svegliano all'improvviso, prendono forma, tra le pagine di un blog, tra le righe di una mail, tra le onde di un mare amico, ritornano da dove sono venute, vivono sole o anche in coppia, hanno il sapore dolce di quella volta che ti sei emozionato raccontando, a chi ti sapeva ascoltare, di te e di quando eri bambino... ecco caro il mio Gigi qual'è la ragione del tuo sguardo che sembra triste ma che invece è solo assorbito da tutto questo...

Buonanotte caro Gigi, buonanotte a te e al tuo papà....




L'amore ai tempi del coronavirus

Son giorni difficili per chi si ama… e in fondo anche per chi non si ama.
Giorni di baci sterilizzati dal Tantum Verde, giorni di Amuchina e di soluzione alcolica al 90% etanolo, amplessi con profilattici al cloro, carezze con i guanti di lattice - quelli neri - da cameriere pop.

"Sei raffreddato? Voglio il divorzio!"
"Hai la tosse? La nostra storia non ha futuro"
"Mi ami? Voglio vedere il tampone"
"Il naso ti cola? Esci da questa casa maledetto"
"Me la dai?" - "Ce l'hai la Tachipirina 1000?" - "No!" - "Allora scordatela!"

Il corona ha preso il sopravvento sui sentimenti, il sesso è diventato una pericolosa complicazione da farsi solo fuori dalla zona rossa, gli inviti al ristorante si accettano solo dopo adeguato periodo di quattordicena.

"Luca ci vediamo domani sera alle otto al solito posto?"
"Va bene Clara, però porta anche tuo marito, prima voglio vedere come sta!"

Gli over quarantacinque non si scambiano più i messaggi su WhatsApp: "Usiamo Telegram, ho letto su Twitter che è impermeabile ai virus!".

"Sky tg24" consiglia di dormire in letti separati, il "TG COM" consiglia camere separate, a "Porta a Porta" il capo delegazione all'ONU della regione Molise (il cui cugino ha sposato in seconde nozze la sorella del primario del reparto di odontostomatologia dell'ospedale di Pizzo Calabro) ha dichiarato che per limitare il contagio "la lei" dovrebbe cenare al piano terra e "il lui" al primo rialzato, a pranzo va bene la mansarda per entrambi: "me l'ha detto mio cugino!".

Ma l'amore, dico quello vero, non ascolta le raccomandazioni si sa, non accetta imposizioni, se ne frega di Amadeus, fugge le dieci indicazioni utili della Presidenza del Consiglio dei Ministri, e si lascia vivere senza mascherina, perché gli innamorati si vogliono, si cercano, si rincorrono, fanno abbondante uso di saliva e di altri liquidi corporei, osano persino abbracciarsi quei negazionisti del contagio facile..

Ho visto amanti darsi appuntamento al supermercato, reparto penne lisce in semola di grano duro, quelle che non essendo state oggetto di razzia danno ancora riparo, li ho visti nascondersi dietro scaffali stracolmi, li ho visti limonare con inusitata foga: "me ne frego di morire... baciami... bacia tutta la mia pelle, ti farò arrivare fino alle stelle… parola di Julio!".
Ho visto Ezio e la Maria fare l'amore nel frigorifero vuoto del reparto frutta e verdura della Coop Estense di via Montecucco 23, quella dietro la stazione, e mentre lo facevano la commessa del reparto pesce nebulizzava candeggina come non ci fosse un domani.
Ho visto un virologo neolaureato di Borgo Rivola (in provincia di Ravenna) chiedere la mano della paziente zero di Villa Vezzano (frazione di Brisighella): "ti starò vicino, ti amerò e ti studierò per sempre... come non ho mai studiato nessuno prima, finchè Covit non ci separi".

La categoria che sentimentalmente meno soffre quest'agitata epidemia è il medico di base specializzato in infettivologia: ho visto pazienti picchiarsi nelle sale d'aspetto del poli-ambulatorio per consegnare per primi una proposta di matrimonio alla dottoressa di turno, proposta scritta su ricetta rossa prioritaria s'intende.

Amarsi è difficile di suo, l'ho già detto più di una volta, in tempi di epidemia e di accaparramenti alimentari stile Iraq alla vigilia della prima guerra nel Golfo, lo è ancora di più, e sarà ancora peggio quando tutto sarà finito.
Sì perché sarà allora che scatteranno le accuse, quando l'emergenza sarà al temine e l'adrenalina che unisce sarà un vago ricordo, verrà il tempo di:
- "Ma che cosa cazzarola ci facevi a Codogno il 22 pomeriggio che mi avevi detto che saresti stato impegnato in una riunione fiume con quella merdaccia del tuo capo nella sala azzurra del motel Romolo vicino all'uscita Firenze Scandicci??"
- "Ma perché hai fatto un selfie con l'infermiera del reparto geriatria che era pure spettinata e con il rossetto sbavato?"
- "Perché tu e la Luisa siete gli unici di tutta Palermo ad aver contratto il Covit 19 e tu dici di averla incontrata per l'ultima volta alla gita di terza media il 23 maggio del 1987??"
- "Lo sapevo, tu non mi ami, se tu mi avessi amata non mi avresti rinchiusa nel box doccia sigillando le fughe con il silicone trasparente!"

Non è vero che i virus uniscono la coppia, almeno non il coronavirus, forse il morbillo un po' ma non ne sono completamente certo, i virus sono l'anticamera della fine del rapporto, come il secondo figlio che arriva quale estremo tentativo di riaccendere la motivazione di un amore che fu: superata la convalescenza, così come superato lo svezzamento bis, scatta immancabile la voglia di mandare l'altro (o l'altra) a quel beneamato paese.
L'unica differenza sta nei tempi: quattordici/ventuno giorni per la quarantena, due/tre anni per il secondo figlio.

Sono tempi difficili sì, la globalizzazione ha abbattuto i muri, i social favoriscono un fluido sentimentalismo, i rapporti stabili hanno lasciato spazio ai rapporti precari, i precari stanno soppiantando i "posto fisso", Greta Thunberg si è fidanzata con un NoVax (si sposeranno ad ottobre pare!), le banche si fondono e i dipendenti esuberano, Conte è diventato Presidente del Consiglio dei Ministri per ben due volte, e in tutto questo non si riesce nemmeno più ad innamorarsi ché arriva un coronavirus bastardo a far impazzire la chimica che dava il là alla principessa dei sentimenti.
Bha…. siamo davvero una generazione sfortunata!!!


Il mare e le genti

La luna, il mare, l’uomo.
Quando il giorno che si spegne fa posto alla sera, lo sciabordio si confonde e ci confonde, i ricordi camminano sulla sabbia, le conchiglie, l’ormeggio, la barca e la vela, e pensare che il Mare quella volta non mi piaceva.
A due passi da te un cane rincorre il gabbiano che se ne frega bellamente di quel quattro zampe senza le ali, “che cosa rincorri cosa?? Io volo!”, metafora perfetta che racconta la condanna di ogni sognatore.
La ragazza e il ragazzo si tengono per mano, aggrappati all’amore adolescente, quello che un giorno crescerà facendosi disillusione, o illusione... come vi piace di più.
La chiatta fa da sfondo a selfie improbabili, romanticismo che sa di cherosene direi.
La salsedine combatte con il Fahrenheit 32 della giovane con i tacchi a spillo.
Il tramonto nasconde storie di vite diverse che attraversano lo sguardo di chi si diverte ad osservare raccontando.
Succede cosi, per caso.


Epilogo di una breve storia triste - il fumo fa male. Ribadisco che ogni riferimento a persone o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

E comunque (e lo so che non si inizia così), di chi è uscito a comprare le sigarette non si preoccupa più nessuno.
E' un fatto, succede sempre, tutti sono concentrati sul “cosa succede prima”, sul perché, sul quando, sui figli, sulla casa, i bagagli, le bollette, il piove, il c’è il sole, l’amante, il cugino, ma...  sul poveraccio che “esco a comprare le sigarette” cala l'oblio, e invece - dietro a quel pacchetto - c'è un mondo.

- “Un pacchetto di Super senza filtro.. grazie”
- “Eh?! Un pacchetto di cosa?”
- “Mhh.. di Super?”
- “Ma non esistono più! Uscite di produzione nel 1982, ma scusi lei da quando non fuma?”
- “Da sempre, ho deciso di iniziare questa sera!”
- “Ah! Bene. Allora le do le Marlboro light da dieci”
- "Grazie"
- "Prego"
- "Si figuri"
- "Arrivederci"
- "Sì, a presto"
- "Sì"

Fosse un film ora l’inquadratura si allargherebbe in esterna, la porta del tabacchi si apre, la T che sta sopra l'ingresso illumina il marciapiedi sconnesso di una fioca luce blu, lui che esce,  viale alberato buio e deserto, un autobus rosso che attraversa lo sfondo, l’umidità della sera, il giubbotto di pelle, le Marlboro Light nella tasca destra, un nero in bici che passa veloce, lui che digita il numero di un tale “Marino di Ravenna” sullo smartphone...

(Legenda: corsivo grassetto sta per tono di voce vicino a zero, quando lo incontrate leggete per favore pensando in silenzioso, il dialogo acquisirà tutto un altro sapore)
- “Pronto? Ma perché mi chiami a quest’ora?!
- “L’ho fatto!”
- “Dica... Cosa hai fatto, cosa cazzzzzo hai fatto?
- “Me ne sono andato. Di casa. Prima. Dieci minuti fa. Per sempre”
- “Guardi non m’interessa, ho già Sky Premium Infinito… ma sei scemo? E mi chiami pure??
- “E chi dovrei chiamare?”
- “Ora la saluto, grazie... domani scemo, ci vediamo domani razza di un cretino rimbambito

Domani, lei, lei nel senso di “Marino di Ravenna” che avrete notato non ha tra le sue caratteristiche caratteriali quella di essere comprensiva, al solito parcheggio dell’Esselunga di via Como, al solito orario, non c’è.

La spunta non solo non è blu, ma non è nemmeno doppia, il cellulare è proprio spento, il tempo passa, lui guarda le Marlboro, realizza di non avere un accendino.
Ad un certo punto arriva Anita, un’amica di Marino... di Ravenna pure lei.

- “Guarda hai fatto una cazzata, Lisa non verrà e mi dice di dirti che devi cancellare il suo numero, non la devi più cercare, lei non esiste più, anzi mi dice che non è mai esistita, ti ha già bloccato su Facebook, Instagram, Tinder, WhatsApp, Telegram,  Twitter, Messanger, WeChat, e ti avvisa anche che se proverai a cercarla di denuncerà per stalking, ma soprattutto vuol farti sapere che ce l'hai piccolo e se non te l'ha mai detto è perché non voleva ferire il tuo orgoglio di maschio beta, e dico beta perché ad Alpha non puoi neanche aspirare in sogno."
- "Ah, ha detto così"
- "Sì"
- "Capisco"
- "Ma posso chiederti una cosa?"
- "Dimmi.."
- "Ma che ti è saltato in mente di andartene di casa?"
- "... … … … volevo essere libero"
- "Bha.."
- "Comunque ciao, e ti chiedo un favore, portale un messaggio da parte mia, dille che non ce l'ho piccolo, è che sono alto… non risalta"

Lui ora è triste, ci pensa, è libero sì, ma è triste.
Ci ripensa... e si dice che in fondo era triste pure prima, prima di uscire intendo, e non era nemmeno libero.
Ora il lui triste e libero, uscito a comprare le sigarette e scaricato da quella che credeva la vera donna della sua vita conosciuta ben due settimane prima in Corso Mazzini angolo Via Rossini, si lancia nel più classico dei repertori da maschio beta ed in successione fa:

- Invia messaggi whats app fotocopia a tutti i contatti della rubrica che finiscono con la lettera A (Agata, Lucia, Franca, Susanna, Marina, Anna, Antonietta….), tanto che si sbaglia e scrive anche a Nonna e Mamma. Il messaggio è sempre lo stesso, "Hei ciao darling!!! Da quanto tempo, sai ti pensavo e allora ecco, ecco, ti scrivo ciaooooooo!"
Quattordici non rispondono, in sette chiedono "chi sei?", cinque "ti ha mollato?", due "fottiti", una "ciao bibin, come stai da quanto tempo non vieni a trovarmi?!" - questa era la nonna.

- Chiama tutti gli amici dalla prima elementare all'ultimo anno di Giurisprudenza passando per quelli dell'oratorio, li inviata a mangiare una pizza, al cinema, a vedere una partita di baseball, a fare un aperitivo, un caffè, con due si propone pure per aiutarli a fare i lavori socialmente utili.
Riesce a rimediare un solo appuntamento, è Franco, quello basso e con le ascelle che puzzavano già a quindici anni, non fuma e non ha nemmeno l'accendino.
Vanno a bere una birra, parla sempre Franco, che tocca e sputa come quando aveva quindici anni.
A mezzanotte, per carità divina, Franco si spegne come quando aveva quindici anni e va a casa.
Il nostro lui esce e va a dormire dalla nonna, in mano un pacchetto di Marlboro Light e ancora non ha comprato l'accendino.

- Si abbandona ad un uso smodato di tutti i social del mondo, chiede 2.548 nuove amicizie su Facebook a donne che vanno dai 18 ai 65 anni e per ogni conferma smolla un "Ciao, grazie per aver accettato la mia amicizia"; piaccia tutte le foto vecchie di almeno tre anni di tutti i profili femminili che visita, raggiunge i 5.000 follower su Instagram, il 98% sono hacker Russi tanto che Report gli dedicherà una puntata speciale accusandolo di essere uno sporco fascista che vuole rovesciare la stabilità democratica di Ortona.

Dopo tre giorni decide che forse iniziare a fumare non è stata una bella idea, lentamente si avvicina alla sua vecchia casa, prima passa in auto, poi in autobus, poi a piedi, poi in bici, poi decide di fermarsi, è l'ora di cena, Carla sarà certamente rientrata chè finisce alle cinque ogni pomeriggio, si è messo l'abito nuovo, quello che piace tanto a lei, quello con il lupetto e la giacca in tinta, si è pettinato, lavato i denti e le mani, ha fatto il bidet e si è cambiato i boxer.

- "Driin…"
- "Sì?"
- "Hei ci.. mha…eh… ma scusa tu? Tu chi sei? Sei l'idraulico?"
- "Io? Io sono Andrea, tu piuttosto chi sei?"
- "E che ci fai qui Andrea!"
- "Io qui ci vivo!^
- "Ma come Carla ha venduto casa senza dirmelo?"
- "No, io qui ci vivo con Carla!"
- "Ci vivi con Carla?!?!?!?!?"
- "Sì, cosa c'è che non ti è chiaro"
- "Ma, ma, ma!! Ma Carla è la mia donna!!"

Rumure di passi felpati si avvicinano allegri alla porta d'ingresso…

- "Andre chi è alla porta? Ah… questo… che vuoi??"
- "Ma Carla, ma come hai potuto? Ma dovevamo fare dei figli! E poi non ti ha spiegato Anita, non ce l'ho piccolo, sono solo alto.."
- "Andre per favore pensaci tu, mandalo via a calci in culo…"
- "No, no Andre, tranquillo vado da solo…"
- (Andre): "Ecco bravo, sciacquati di torno e non farti più vedere"

Rumore di passi strascicati si allontanano lungo il vialetto, è il nostro lui che si avvia mesto, libero e afflitto, poi un guizzo, un dietro front improvviso, di corsa verso la porta, l'impeto dei giorni migliori, gli occhi iniettati di sangue e di vita, vede il campanello e di nuovo:

- "Driiiiiiiin, driiiiiiiiiiin.."
- "Allora cerchi guai amico!"
- "No Andrea, no, nessun guaio, solo una domanda, fumi?"
- "Sì perché?
- "Hai da accendere???"



Tre anni dopo…

La storia di Carla e Andrea, anzi Carla e Andre, ha ispirato il nuovo libro di Fabio Volo dal titolo: “E quella volta che mi sono innamorarmi in tre giorni (anche se la frequentavo da due anni) e decisi di vivere felice per sempre a casa di lei".

La storia di lui, di cui nessuno ricorda nemmeno più il nome, ha dato il via ad una nuova cura per la disintossicazione dal fumo attivo, la stanno ancora sperimentando.