Chiamale se vuoi... relazioni...

Relazioni: condizione propria di due o più termini in quanto analoghi, interdipendenti o reciprocamente commisurabili; rapporto.

Ed ho trovato un altro post-it, sempre giallo, sempre appiccicato alla mia auto, questa volta sul finestrino laterale, lato guida, stessa modalità, diversa grafia, mille punti di domanda!


"Relazioni, relazioni, relazioni, mi racconti di questo?? Mi racconti cosa sono?? E mi racconti anche chi sono?? E mi racconti cosa fanno?? E mi racconti perché?? E magari anche quando?? Relazioni, dai scrivimi di questo! Entra dentro, cerca di andare oltre, non essere banale, sii sentimentale ma non troppo, cinico ma non troppo, divertente ma non troppo, sii non troppo e dimmi perché uomini e donne fanno così!"




Leggere quelle poche e intense righe mi ha lasciato basito, ho impiegato un po' a riprendere lucidità, e il primo istinto è stato quello di lasciare a mia volta un post-it giallo appiccicato all'albero di fianco al quale avevo parcheggiato (era un platano, molto bello… l'albero dico): 

"Ma per chi mi hai preso? E che ne so io?? Ho fatto ragioneria e pure l'indirizzo commerciale, quello facile, come dicono tutti quelli che non l'hanno fatto".

Il problema è che non avevo post-it con me, solo lo scontrino della colazione, pasta e caffè 2,20 euro (due/20 euro) pagato con Satispay, mi son trovato spiazzato considerando che stava anche per iniziare l'oroscopo di Paolo Fox su Lattemiele. 
E visto che erano le sette e quaranta di un lunedì qualsiasi, che il cielo era azzurro, l'umidità abbondante, ed un gruppo di ragazzini/studenti attraversava sulle strisce di fronte, l'alternativa al pensare (ché non c'avevo tempo) era un qualsiasi dizionario on line.

"condizione propria di due o più termini in quanto analoghi… rapporto"

Io l'ho sempre saputo che nei dizionari si nasconde la saggezza, anche in quelli on line.
Intanto abbiamo capito che "la condizione è propria", dei termini s'intende, e ognuno ha la sua, e i termini non sono necessariamente due, ma pure tre, o quattro, e a volte anche sette, e mica tutti contemporaneamente, o almeno non necessariamente, l'importante è che ci sia analogia.
Questo è il rapporto uomo/donna: un'orgia di analogie.

La scrittrice di post-it la risposta l'avrebbe potuta agevolmente trovare da sola, lì, sul primo dizionario disponibile, piuttosto che chiedere a me una cosa così difficile.
Ma se me la cavassi così sarebbe troppo banale, offenderei la mia fama di analista del niente, e allora…

Le relazioni sono "le donne" e sono "gli uomini", il resto non m'importa ora, non ho interesse ad analizzare in senso lato, troppa noia e inutilità, roba buona per l'Istat e i sociologi, le relazioni qui sono solo gli uomini e sono solo le donne.
Le relazioni ai nostri fini sono capire cosa succede e perché succede, perché …i termini analoghi (uno o più)… si incontrano e si sviluppano, si cercano e si perdono, si sfiorano e si sfuggono, o anche solo perché, pur essendo analoghi e pur essendo termini, può capitare che non abbiano mai la fortuna di incontrarsi per davvero.

La prima ragione sta nella natura, la natura sì, gli uomini e le donne sono fatti per stare, per stare dove decidetelo voi, principalmente per stare insieme dico io.
Per sempre, per un po', per mai, per qualche volta… son tutti dettagli.
Le cose del quotidiano decidono il colore dei particolari ma non la sostanza (anche se ho sempre sostenuto che siano i particolari a fare la differenza), perchè "sì lo so" che c'è quel caffè che preso una settimana prima o una settimana dopo può fare la differenza (tipo che una settimana prima lui è libero e lei no e una settimana dopo lei è libera e lui non più), o c'è quel messaggio inviato troppo presto e letto troppo tardi, o c'è il caso, e ci sono le stelle, la pioggia e il vento, e pure quel rompicoglioni con la Panda gialla a metano che non si schioda dall'incrocio e tu arrivi che lei si è già innamorata di un altro, ma... e dico ma... se un uomo e una donna sono fatti "naturalmente" per stare insieme un giorno s'incontreranno, lo staranno, si relazioneranno, si ameranno e magari pure si odieranno, dopo però, prima la natura farà il suo corso.

La seconda ragione sta nelle analogie, "gli analoghi" sono fatti per stare, per stare dove decidetelo voi, principalmente per stare insieme dico io.
E' una puttanata quella che i simili si respingono e gli opposti si attraggono, una puttanata buona per le calamite…. gli uomini e le donne stanno se sono uguali.
Uguali dentro, uguali oltre le apparenze, uguali nella visione, nel piacere, nelle aspettative, nella voglia di avere voglia.
Gli amplessi epocali sono quelli dove lui e lei cercano lo stesso piacere nello stesso modo con la stessa intensità; le gioie sublimi sono quelle dove lei e lui sorridono nello stesso modo e nello stesso tempo e con la stessa voglia di farlo; l'intesa profonda è quella dove lui e lei pensano la stessa cosa nello stesso momento senza il bisogno di dirselo.
Gli uguali un giorno s'incontreranno, staranno, si relazioneranno, si ameranno e magari pure si odieranno, dopo però, prima l'ugualità farà il suo corso.

La terza ragione sta nella fortuna, il culo aiuta chi vuole stare, stare dove decidetelo voi, principalmente stare insieme dico io.
Sì ok l'impegno, ok la volontà, ok la pazienza, e ok anche il carma e il destino e ok anche Paolo Fox, ma il culo serve, e ne serve parecchio.
Conosco innamorati sfortunati che si sono amati molto ma che insieme non lo sono stati mai, o lo sono stati poco, o lo sono stati male, perché la vita ha deciso per loro, senza una ragione apparente, togliendo senza motivo, per il solo gusto di dimostrare che l'ineluttabile è dietro l'angolo travestito da gatto nero, da specchio rotto, da coccinella che si è spappolata sul vetro di un Suv rosso prima che potesse posarsi sulle vite di quei due.
I fortunati un giorno s'incontreranno, staranno, si relazioneranno, si ameranno e magari pure si odieranno, dopo però, prima la fortuna farà il suo corso (così come la sfiga).

La quarta ragione (e qui penso mi fermerò) sta nell'emozione, l'emozione aiuta chi vuole stare, stare dove decidetelo voi, principalmente stare insieme dico io.
Personalmente son convinto che l'emozione sia il collante più potente di una relazione, l'emozione è l'Attak di coppia, è il bicomponente chimico che appiccica per quasi sempre, è il pomodoro che limona con la mozzarella, è il carburante ed è pure l'innesco e anche l'ossigeno e certamente il fuoco… senza tralasciare il fumo.
L'emozione è vita, emozionarsi insieme è coppia, è godersi, è avere paura in due, è potenza, è mente e cuore e anche fegato (qualcuno si è spinto ad affermare che sia anche pancreas e milza), è futuro e anche passato, è oggi.
L'emozione è tachicardia, è odore, è la Nutella, sono i baci che non finiscono, gli sguardi che si cercano, sono le attenzioni tanto dolci da far cariare anche il fluoro.
Chi non si emoziona non si ama, chi non si emoziona più non lo ha mai fatto davvero neanche prima.
L'emozionata fa l'amore con l'emozionante, gli emozionati si trasgrediscono, l'emozione uccide la noia, brucia gli attimi, gli emozionati si ascoltano, si capiscono, si cercano, si pensano.
L'emozione deve fare paura.
L'emozione, quella vera, è rara, mooolto rara.
Gli emozionati un giorno s'incontreranno, staranno, si relazioneranno, si ameranno e non si odieranno mai per davvero, faranno solo finta, perché l'emozione a due non "farà il suo corso", l'emozione a due è il corso.

E' così... queste sono "le relazioni" amici miei che scrivete post-it, questo è il perché e un po' anche il per come, e se leggerete bene troverete anche il per quando, altrimenti fa niente, c'è sempre uno Zingarelli pronto ad ascoltarvi, che ne sa certamente più di me e non si lascia affascinare da voci ostinate che disturbano pensieri già di per sé confusi.

Ma è l’occasione che fa l’uomo ladro o è l’uomo ladro che fa l’occasione?!



Ma poi è davvero “l’occasione che fa l’uomo ladro” o è “l’uomo ladro che fa  l’occasione”?!

Sono domande queste che ad un certo punto della vita bisognerebbe porsi.

Trascorriamo il tempo immersi nei luoghi comuni, senza approfondire mai, ci fermiamo alla superficie, al pensare banale, allo spot, al tweet, al post acchiappa like.

Fosse vera la prima l’uomo sarebbe un santo a prescindere fino a quando le occasioni non lo trasformano in uno sporco approfittatore, lui li buono buono a fare niente e tutto ad un tratto zaac... l’occasione maledetta.
E allora eccolo a rubare cuori, denaro, mele, carrelli della spesa abbandonati nel parcheggio della Coop, sorrisi, le cialde già pagate del caffè, posti in fila alla posta, parcheggi, baci con la lingua, amplessi, sguardi, appuntamenti lasciati da altri.

Fosse vera la seconda il ladro che è dentro ciascuno di noi creerebbe occasioni a nastro, sborantamila occasioni, si farebbe cardiologo per trovare cuori, portavalori per trovare denaro, contadino per le mele, mendicante per i carrelli, pagliaccio per un sorriso, venditore di granì d’Arabica per le cialde, pensionato per le file, pilota per il parcheggio, piacione per limonare, superdotato per trombare, oculista per sguardi da vicino, inopportuno opportunista per farsi trovare pronto a sostituire.

Ma non è così, non è vera la prima e non è vera nemmeno la seconda, almeno non completamente.
L’uomo è “dipende”, dipende dall’occasione, dal tempo, dalla voglia, dallo spazio, dal parcheggio, dal carrello, dalla lingua, dalla scorta di profilattici e dalle gambe di lei, dalla voglia di stare svegli, dall’impiegata allo sportello, dall’intensità di uno sguardo all’improvviso.

Per ogni ladro la sua occasione.

Ma onesti non ce n’è allora? Oh si, ma sono noiosi, e spesso sono onesti per necessità, per incapacità, per paura, per pigrizia o per convenienza o perché c’hanno la pancia grassa e puzzano.
Gli onesti costretti non sanno cogliere né l’attimo né l’occasione, perdono il tempo e muoiono tristi.
Lo sguardo si spegne, i movimenti rallentano, i sorrisi ingialliscono, i capelli cadono, la Coop chiude, il caffè si raffredda, resta solo il reddito di cittadinanza, il generico del viagra e il rimpianto.

Analisi spettrale ed elogio del delinquente?
No, no! Solo istantanea della realtà.

Le occasioni capitano, a quasi tutti, certamente con diversa intensità e frequenza... ad alcuni rovinano addosso, altri ne sono letteralmente preda, certuni le rincorrono, molti le perdono, tanti non le vedono, molti le schivano (sono stanchi), pochi le riconoscono davvero per quello che sono.

E quindi?

Quindi niente, non c’è quindi, ci sono solo quelli che decidono di non rischiare per non farsi beccare dalle guardie del tempo, e quelli che decidono di rubare gli attimi e tutto quello che gli sta attorno.
La vita è data, spesso breve, i lenti e i confusi perdono, i lesti e decisi arrivano, arrivano dove non è sempre e subito chiaro, ma da qualche parte arrivano.

Conosco uno che conosceva un altro che aveva un amico che gli aveva detto che suo cugino una volta, da giovane, sapeva annusare l’aria e diceva sempre si e vinceva ogni sfida, a volte arrivava secondo, ma sempre podio era.

Era un giovane ladro di emozioni.

Ora è diventato adulto e passa il tempo a pensare, ma il tempo che passa non pensa a lui.
È un guaio questo, l’anticamera dell’inconcludenza.

La soluzione? Nessuna soluzione, se non quella di rubare come non ci fosse un domani, che se un domani c’è davvero nessuno la sa con certezza.






Augusto e Amanda, e Giulia, e Alessia, e Samantha, e l’Amministratore di Condominio, e le cioccolatine Kinder, e Lei.

La verità è che Augusto non si era mai dimenticato di lei.

Sposato con Amanda, tre figli, forse quattro (sì perché quella volta che incontrò Giulia lui mica è sicuro di come sia andata veramente a finire…),  quasi benestante, un cane, un gatto e un inseparabile, che Lucilla, la più piccola dei tre, aveva vinto alla pesca di beneficenza della “Sagra del Tortello Burro e Salvia di Abiategrasso”, quell’altra volta che andarono a fare una gita fuori porta.

Ma Augusto non si era mai dimenticato di lei.

Amanda era bella, quarant’anni di corsa, alta, magra, capello lungo e ramato, un lavoro interessante, amiche interessanti, accondiscendente a tratti, spacca balle ad altri tratti, elegante alle volte, disinvolta quasi sempre, con un’innata propensione al corteggiamento passivo, era convinta di essere perfetta, non piena di sé o saccente … no questo no, semplicemente era certa di essere quanto di meglio si potesse desiderare, naturalmente certa, “... non è colpa mia se sono un po’ di più..”.
Non so se avete presente il tipo, sono quelle fatte così per l’appunto, parlano quasi sempre per prime e anche per ultime, usano un linguaggio ricercato, inglesismi nei momenti clou della conversazione, hanno lo sguardo altero della predestinata, sono simpatiche, battuta pronta, sempre pettinate, vagamente ammiccanti, grande sicurezza sessuale, anche se in realtà in un’ideale classifica di “scopaggine” le trovi fisse al terzo posto perenne.

Ma Augusto non si era mai dimenticato di lei.

Augusto era relativamente semplice, come quasi tutti gli uomini, trentacinque istinti di base più o meno evoluti (tranquilli non li elenco tutti), eccentrico con naturalezza tanto da non rendersene nemmeno conto, una vita divisa a metà dal tempo: Augusto prima dei quaranta, Augusto dopo i quarantacinque (il lustro di mezzo non è degno di nota, solo transizione e noia).

Augusto dopo i quarantacinque è quello che noi oggi conosciamo: un “ragazzo” disilluso, dallo sguardo spento, mattiniero, con un sacco di interessi, infedele alla coppia ma fedele a sé stesso, relativamente magro (come molti over quarantacinque – nda), uno splendido padre, un sognatore silenzioso (traduzione: uno che i sogni se li tiene per sé), eloquio fluente, Samantha lo definiva “banalmente affascinante con quel suo misto di mistero e imbambitezza”, un buon lavoro che gli piaceva molto ma non lo divertiva più.

Ma Augusto non si era mai dimenticato di lei.

Perché abbiamo fissato a quarantacinque lo spartiacque? Perché fu più o meno allora, un martedì pomeriggio che pioveva forte, che Augusto decise che si era rotto le balle.
Non lo disse a nessuno se non a sé stesso, fu uno sbrocco silente,  era lì di fronte al PC che stava rimestando un file di Excel ed ebbe questa agitata illuminazione.
La sera prima aveva cenato a base di pesce e bevuto vino, aveva sognato molto, aveva sognato lei, si era svegliato ed era andato in cucina a mangiare una cioccolatina Kinder e due tocchi di grana (era uno che amava i contrasti).
Forse pensate che sia questo, questo nel senso del sogno-della Kinder-del pesce-del grana-di lei, ad aver favorito la svolta, ma in realtà non c’entra nulla, l’ho raccontato solo perché mi sembrava una cosa simpatica, la verità è che capita a molti uomini il martedì pomeriggio quando piove di ripensare alla propria vita, e Augusto anche in questo non ha fatto eccezione.

La propria vita … la propria vita il martedì pomeriggio … non fu niente di trascendentale, semplicemente si ricordò di non essere felice, dico ricordò perché in realtà  già lo sapeva di non essere felice ma lo aveva dimenticato, capita a molti uomini di essere smemorati (uno su tre dicono le statistiche) e lui iniziò a pensarci solo perché “felice” era l’etichetta di una delle colonne del file Excel, evidenziata in giallo fluo quella cella portava un nome così importante e manco se ne rendeva conto, Excel non sa come vanno le cose tra gli uomini, si limita a mettere tutto in tabella in maniera logaritmica e ingegneristica, ma non sa come vanno le cose tra gli uomini, no, no, non lo sa proprio.

Ora voi crederete che lui non fosse felice perché non riusciva a smettere di pensare a lei, ma non è così, che lei “non fosse” lo aveva metabolizzato da tempo, continuava a pensarla certo, quasi tutti i giorni ogni volta che succedeva qualcosa, qualcosa tutto, qualcosa come aprire lo sportello dell’auto, mangiare una fragola, salutare un cliente, fare un disegno al capo, addormentarsi, svegliarsi e lavarsi i denti.
Una presenza invisibile e costante, pure un po’ invadente, ma lei invadente lo era sempre stata, occupava spazio, non perché fosse grassa – tutt’altro – ma perché sapeva dov’era lo spazio di lui e amava incunear visi  dolcemente occupando tutto l’occupabile.

Augusto non era felice perché aveva perso.

Cosa aveva perso dite? Nella vita aveva perso di tutto, aveva perso tempo, aveva perso le occasioni, aveva perso al Superenalotto e anche al Lotto, aveva perso le chiavi di casa, aveva perso il portafogli, la speranza, la voglia, aveva perso persone a cui voleva bene, aveva perso tre gradi all’occhio sinistro, aveva perso l’amore, sì sì l'aveva perso, aveva perso un cane, aveva perso a calcetto, ma soprattutto aveva perso il sorriso.

Eh già …  aveva perso il sorriso.
Questa era la cosa che gli spiaceva di più, anzi questa era la cosa punto.
Augusto non riusciva più a sorridere, si sforzava di farlo, ma niente, non riusciva, zero, nada, nulla.
Augusto non era felice perché non sapeva più sorridere.
Farselo venire in mente il martedì pomeriggio quando fuori pioveva non fu un bene, ma non fu nemmeno colpa sua, ed è per questo che decise di invitare Alessia per un caffè, per distogliere la mente dai propri pensieri, poteva cancellare “felicità” dall’etichetta di Excel, ma il format non era suo e sarebbe stato irriguardoso..
Il caffè fu piacevole, Alessia fu piacevole, lui continuò a pensare a lei ma Alessia la rivide ugualmente, la volta dopo per un aperitivo e poi a cena, ed infine anche dopo cena, una sera che Amanda aveva la riunione di condominio e Luca gli prestò l'appartamento chè tanto lui era fuori per lavoro. 
E anche questa volta non possiamo dire che la colpa fosse di Augusto se Luca lavorava molto, è il destino a dettare le regole.
Un cliché direte voi, ma in fondo Augusto è un uomo (e Alessia è una donna) e si sa che gli uomini, quando non sono felici, cercano di non pensarci.  

Ah, ancora un attimo soltanto, dimenticavo di dirvi che l’Amministratore di Condominio è nuovo, Amanda ha detto che è meglio se va lei anche alla prossima, perché quel signore trentottenne con le spalle larghe ha un caratteraccio e Augusto finirebbe con il litigarci dopo tre minuti.
Anche Amanda non è felice ... ....  non è felice e non è certo colpa sua se è cambiato l'amministratore di condominio, ha scelto l'Assemblea, e quella sera a votare c’era Augusto mica lei….

Oibò l'attesa...

Oibò la noia.

Sono qui … qui in sala d’attesa … qui ad aspettare il mio turno … qui di fianco la finestra ... , e spero che i puntini di sospensione di cui ho abusato insieme ai "qui" trasmettano il senso profondo del tempo che scorre, lo spero davvero di cuore.

La sala non è troppo diversa da tutte quelle che ho frequentato fino ad oggi: quel qualcosa di azzurro a fare da sottofondo, riviste di tre anni prima, opuscoli inutili, battiscopa rovinato, sedie in finta formica, leggero velo di polvere agli angoli, chiacchiericcio biascicato di sottofondo, la scosciata con la longuette senza calze con lo spacco spaccato che scavalla e riaccavalla ogni sette minuti, poi la tipa col tono di voce sette ottave sopra la media che dice cose scontate-inutili e fastidiose, ha gli occhiali, si ascolta quando parla ma non si capisce.

Il mio turno è quello dopo, e chissà perché il mio turno è sempre quello dopo, sono probabilmente troppo lento in partenza.

Di fianco a me una ragazzina/bambina, la conosco ma non so chi è, non ricordo “dove l’ho già vista”, forse è la figlia di un amico, non la saluto perché mi sembra triste ed assorta, o forse è solo annoiata ed incazzata, oppure ha sonno, comunque si capisce che non vuole essere disturbata e io l'accontento, sono rispettoso.

Passare tempo in sala d’attesa non sarebbe nemmeno male, certo c’è sala e sala, e ci sono con-salini più o meno piacevoli, e sedie più o meno comode, ma di norma riesci a farti gli affari tuoi e a pensare.
A pensare a cosa? Bah … a tante cose … all’amore ad esempio (dai tutti ci pensano all’amore – al proprio o a quello degli altri – e non dite che sono monotono ché lo sapete anche voi che è così), ma anche sulla bolletta dell’Hera si può riflettere, ché è sempre stampata su dieci pagine in carta riciclata, di cui nove sono illeggibili ed una minacciosa ti guarda incazzata in quel suo grigio a bordi gialli: “la bolletta scade il 24 agosto, pagala altrimenti muori”.

Conoscevo uno che in sala d’attesa era abituato a tagliarsi le unghie, a casa non lo faceva perché la moglie lo sgridava, la megera non sopportava quei pezzi di cheratina indurita sparsi sui mobili del bagno, s’innervosiva parecchio.
Oggi non so dove sia finito, il tipo delle unghie intendo, sicuramente sarà invecchiato, so che non è importante ai fini del racconto ma poveretto, a me stava simpatico e la moglie era davvero una scassa minchia.

Poi ci sono quelli che s’interrogano sul perché pure tu sei lì: “Che farà?” – “Che avrà?” – “Che sarà?” - “E’ tranquillo, ma dovrebbe?”.
Proprio si logorano, ti guardano, anzi no: ti squadrano. 
Cercano segni di pallore, di stanchezza, di tristezza, di disperazione, sorridono a labbra socchiuse, vorrebbero attaccare discorso, ci provano pure: “fa caldo eh??” – “ma sì è agosto cosa vuole…”.
Allora sospirano… e lo fanno a sospiri sempre più profondi, dei veri e propri sospironi, sì perché il sospiro a loro avviso genererà in te curiosità, vogliono che tu gli chieda “che succede?”, non perché gli interessi raccontartelo ma solo per ribaltarti la domanda : “Perché sei qui? Perché cazzarola sei qui? Dimmelo per Dio!”.

Poi ci sei tu, nel senso di “tu che leggi” ma anche di “io che scrivo”, noi insomma, non noi insieme, uno per volta, tu ed io, prima io e poi tu, o viceversa, e mi sono dilungato oltremodo per farvi capire il senso, sia chiaro.

E noi aspettiamo… e aspettiamo… e aspettiamo… tutti e due aspettiamo… (sta cosa dei puntini mi sta prendendo la mano).

La sala d’attesa è un po’ la metafora che racconta le nostre vite, perché in fondo noi si passa il tempo ad aspettare di poter entrare da qualche parte, così, quasi a caso, anche quando si è convinti ci sia una ragione.

Prima aspettiamo di nascere, nove mesi, qualcuno anche nove e mezzo, altri sette e un po’.
Poi aspettiamo di mangiare, poi di giocare, poi aspettiamo di crescere, poi aspettiamo di iniziare la scuola, poi aspettiamo di finirla, poi ti “aspetto fuori”, poi l’università, poi aspettiamo un lavoro, poi aspettiamo l’amore, poi il sesso, poi aspettiamo di sotto, poi i figli, poi aspettiamo la scuola dei figli, poi aspettiamo la mamma castana della compagna bionda di nostro figlio, poi aspettiamo la giustizia, poi aspettiamo la pensione, poi aspettiamo di ammalarci e anche di guarire
Poi aspettiamo che cosa non ce lo ricordiamo più, ma ci siamo abituati e quindi continuiamo ad aspettare.

Poi aspettiamo la felicità, sempre l’aspettiamo la felicità, è un’attesa trasversale questa, trasversale al tempo, anzi… aspettare la felicità è “il Tempo”, perché la felicità la si aspetta in continua, l’aspettiamo ieri-oggi-domani, futuro-presente-passato, prima-adesso-dopo, e non importa se spesso lo facciamo nei posti sbagliati, nei modi sbagliati e con le persone sbagliate, con o senza vestiti, prima o dopo cena, fuori e dentro il tempo massimo, lo facciamo e basta.
Siamo dei condannati all'attesa, dei potenzialmente felici in ritardo, dei cercatori, degli impazienti costretti, degli infelici ottimisti, dei sognatori … eh sì … per fortuna siamo così: dei sognatori che cercano di addormentarsi velocemente per poter sognare più forte di prima.

Oibò che noi quest’attesa, voglio entrare, è il turno mio …  “scusi signore … tocca a me, grazie”.

Attimi... (poesia in prosa)

Sauvignon, il gorgoglio dei leoni, il profumo di  pagina intrise d’inchiostro e atmosfera, lo scirocco che sta rinfrescando, la bici, le risa delicate di donne disilluse, amanti in panchina, ne sono certo, si capisce dall’ostentata nonchalance.
Ti muovi e mille mondi ti girano attorno, mille storie, mille sogni, mille insistenti riflessi.
Fermarsi un attimo ad accarezzare i dettagli è rilassante, ieri-oggi-domani, i ricordi.
Descrivere un attimo è difficile, è troppo veloce per lasciarsi catturare, servirebbe una reflex, servirebbero vent’anni appena compiuti per non farsi influenzare dalle incrostazioni del fu.


E' tutta una quesione di tempi.... breve racconto triste ma non troppo

Io me li ricordo quei due, erano innamorati, almeno un po’… almeno lei… ma anche lui… non fosse stato per quel  tempo e per quella situazione si sarebbero pure fidanzati, ne sono  quasi certo, almeno un po’… almeno credo.

Lei viveva al terzo piano, o forse pure al quarto, non lo so più, sono andato poche volte e spesso era buio, non accendevo quasi mai le luci salendo, anzi lui non accendeva quasi mai la luce, sì lui, non io, io sono il narratore, non c’entro nulla, almeno stavolta, almeno stavolta non ero io ad andare, era lui, almeno credo.

L’appartamento non era bello, era un tipo, un tipo molto affascinante stile fine anni ottanta con venature post duemila, l’aveva ristrutturato quasi tutto da sola e a tratti con l’aiuto del padre, lei pensava cosa fare e lui concretizzava, lei incipit e lui corpo.
Il padre era molto innamorato di lei, di quell’amore che sa di caramelle e cioccolato, quaderni a quadretti grandi, notti insonni, sorrisi dolci, baci al latte, Babbo Natale e pure un po’ di Befana.
Il risultato finale fatto da due camere da letto, cucina semi abitabile, soggiorno con terrazza, divano e poltrone country sexy, bagno con vasca, cantina al piano terra, senza posto auto ma con parcheggio ad uso molto pubblico, era tutt’altro che banale, un’abitazione così poteva tranquillamente far perdere la testa a chi si fosse trovato a passare di lì.
Preciso che se la situazione fosse ambientata a Milano, zona periferia riqualificata, capannone monospaziale, progetto archistar, avrei scritto Loft, e Dio solo sa quanto mi sarebbe piaciuto scrivere Loft, ma siamo in Romagna...
Lei era bella, non travolgente stile puttanone rifatto e nemmeno ricercata modello figa di legno griffato, ma semplicemente bella.

Lui invece era soprattutto simpatico, con un fisico asciutto e longilineo,  ma con il colesterolo che sforava di poco i duecentocinque ed un principio di varicocele destro.
La loro storia è la storia di tanti: lui che non aveva il coraggio di chiederle il numero di telefono al quale arrivò grazie ad un amico, lei che si chiedeva “ma questo cosa aspetta a limonarmi?”; lui che parlava e parlava e parlava, lei che lo ascoltava e ascoltava e ascoltava, sinceramente interessata, a tratti rapita, incredula circa il fatto che un uomo potesse usare i congiuntivi in maniera perlomeno accettabile.
Lui che la guardava, lei che si lasciava guardare.
Lui che aveva voglia di fare  l’amore con lei, lei che aveva voglia di fare l’amore con lui.
Ma per arrivare a lì si doveva prima passare dal caffè, poi dall’aperitivo, quindi dalla cena, poi dal divano al letto senza soluzione di continuità.
Alcuni teorici del pensiero fluido sostengono che l’ordine possa non essere necessariamente questo, raccontano infatti di relazioni nate direttamente a letto, con un caffè a metà rapporto per tenere alto il livello di attenzione, un aperitivo per recuperare liquidi, cena e divano per chiudere la serata.
Son cose che succedono, ma a me non piacciono, credo si perda l’atmosfera, i percorsi vanno seguiti, prima ci vuole il caffè.

E fecero l’amore, sì sì che lo fecero, "osta" se lo fecero.
Lo fecero un po’ dappertutto, e più d’una volta, e fu anche intenso, e caldo, a tratti travolgente, con e senza cravatta, fuori e dentro la vasca da bagno, fuori e dentro l’automobile, a volte con i preliminari che iniziavano sulle scale tra il secondo e il terzo piano oppure subito dopo aver chiuso la porta d’ingresso, in estate e pure in inverno, e io lo so perché lei lo raccontò ad un amica che era pure amica mia e sapendomi narratore  lo ri-raccontò a me perché io un giorno ne potessi scrivere.

Era amore, non era solo sesso, questo non me l’ha detto nessuno, ma un narratore queste cose le capisce da solo, come fa dite?
Lui andò persino a comprare le pizze d’asporto e le mangiarono insieme a casa di lei, che aveva già preparato la birra, a tarda ora, al rientro dal lavoro.
Se non è amore questo allora ditemi: cos’è?

Ma non si fidanzarono mai, la loro fu una storia in incognito, non lo dissero quasi a nessuno, credo che pure fra di loro a volte si parlassero in terza persona singolare per fare anonimato:

“Sai che credo si sia innamorato di lei?”
“Chi?”
“Lui”
“Dici?”
“Sì dico”
“Ecco perché!”
“Perché cosa?”
“Perché quando lei lo bacia lui sorride”

E qui consentitemi una digressione ma neanche troppo per dare uno spunto di riflessione generale che trae origine da questo breve dialogo: gli innamorati quando si baciano nel durante sorridono, quando si baciano lasciandosi piangono, quando smettono di baciarsi lui inizia a giocare a calcetto e lei a correre.
Son cose così.

E non si fidanzarono mai, già, e perché? Ci penso da quando ho iniziato ad immaginarmi questa storia, perché non si fidanzarono mai?
Mah, forse erano troppo giovani? O forse erano troppo vecchi? Qualcuno direbbe troppo egoisti, e altri son certo sentenzierebbero “lui è uno stronzo” (che chissà poi perché la stronza non può essere lei??).
Io perché non si fidanzarono mai in realtà non lo so, non me l’ha raccontato nessuno, né loro, né l’amica del mio amico che poi è anche amica mia, ma credo che sia dipeso dal tempo, quello non era per loro il tempo di fidanzarsi.
Sì perché c’è un tempo per ogni cosa, che come concetto banale della filosofia si colloca tra il primo ed il secondo posto assoluto, ma non so esprimerlo diversamente.
Siamo fatti di tempi, tempi di corsa che si scontrano con tempi lenti, tempi semplici che si sovrappongono a tempi difficili, tempi sconsiderati che fanno a botte con tempi razionali, tempo di andare che si confonde col tempo di restare, un solo tempo che lascia il posto ai troppi tempi, il tempo di amare e il tempo di ricordare, il tempo di impegnarsi contro il tempo di fottersene.

“Aspettiamo! No andiamo!”
“Andiamo! No aspettiamo!”
“Dopo! No ora!”
“Quando? Domani! E perché? Non lo so! Ahhh….”.

Eh sì, fu così che non si fidanzarono mai, ed è per questo che la loro storia ed il mio racconto finiscono qui, tra il tempo di dormire e quello di sognare.

Pensando

Quando una struttura inizia ad alimentarsi esclusivamente di regole, prescindendo dalle persone che la compongono, prescindendo dai territori in cui opera, massificando non le procedure ma le specificità, favorendo la conoscenza formale ed organica e limitando gli spunti particolari d’innovazione, la struttura apre la porta al proprio declino.
La regola diventa la scusa dietro cui nascondersi.
Quando Luca, Mario e Giuseppe non sono più ciò che sono diventati grazie a ciò che hanno dimostrato di saper fare, ma diventano punti di raccolta di direttive col paraocchi, la struttura perde il contatto con la realtà.
L’eccellenza nasce dalla valorizzazione delle individualità, che non significa individualismo come troppi credono, ma competenza ad personam.
Vedo organizzazioni perdere posizioni per mancanza di visione, vedo persone confondere il fare con il delegare a prescindere, sempre verso il basso, in modo acritico e senza leve d’azione.
Quando i compiti sono dati a compartimenti stagni senza perché, l’uomo non esce dalla propria area di confort e non produce surplus ma consuma status, e cerca il modo più rapido e indolore per uscire dalla mischia, annientato nel quotidiano.

Le battaglie si vincono con cuore e con ragione, è per questo che servono uomini e non masse compiacenti.