La felicità 😁

“Sei felice?”

“Felice?”


“Sì, felice...”


“Mah... non saprei....”


“Come non saprei? O sì o no!”


“E allora ti rispondo perché”


“Cosa perché?!”


“Perché felice”


“Ma che risposta è perché felice?”


“Niente, è così, perché felice! 

Dovrei? Lo sono? Lo sei? Lo sarò? Lo fui? Lo sarei stata? Avrei dovuto esserlo? Potrei esserlo ancora? Ne sarei stata capace? Felice da sola o felici in due? E in tre? Magari in quattro? E in sei? Potevo essere felice in sei? Se non sai perché inutile interrogarsi oltre”


“Io lo so”


“Perché allora? Dimmi..”


“Perché sì!”


“Eh non vale così”


“Oh si che vale... perché felice è la vera domanda, e pure la vera risposta, l’hai detto tu e hai ragione!”


“Allora rispondimi cazzarola!”


“Si. 

Sono perché felice! 

Lo sono perché lo sono stato, una volta e forse anche due, lo sono perché ho sorriso e se ci ripenso sorrido di nuovo. 

Lo sono perché ha avuto senso e ne è valsa la pena.

Lo sono perché lei sa quello che nemmeno io so.

Lo sono perché sono stato insonne pensando a lei.

Lo sono perché sono stato inappetente per colpa di lei.

Lo sono perché ho goduto di lei, ho goduto con lei, ho goduto per lei.

Lo sono perché noi lo eravamo.

Lo sono perché faceva caldo, e poi freddo, e poi autunno, inverno, primavera e pure estate, prima afa e poi gianetta.

Lo sono perché diversamente sarebbe mancato un pezzo.

Lo sono perché fanculo bilanci e bilancini, dove sono finito e dover andrò, cosa farò e cosa farà, ero giovane e incosciente, era giovane e intensa,  bella e disarmante, vera e non verosimile, emozionata ed emozionante, col naso all’insù e gli occhi profondi, capiva senza bisogno di spiegare, dava senza bisogno di chiedere.

Lo sono perché un attimo a volte è sufficiente.

Lo sono perché sono diventato grande con lei.

Lo sono perché sono rimasto piccolo con lei.

Lo sono perché la felicità arriva, resta un po’ e se ne va, e non perché sia cattiva, matrigna o chissà cos’altro, ma solo perché è così che funziona, le cose succedono e passano, un po’ come fare all’amore, questione di coito... prima o poi s’interrompe.

Vedi che ho capito il perché?!”


“Non ti chiederò mai più nulla!”


“E perché mai?!”


“Perché sì”


“Eh... così non vale!”


“Oh si che vale, sì sì... vale proprio un bel po’...”







Olga

Olga sapeva di libertà, Luì se ne accorse nell'istante stesso in cui la vide entrare negli uffici della sua azienda, alta... irrequieta... felice... sprezzante... dolce... determinata... semplicemente intensa... sì... intensa, credo che intensa sia l'aggettivo che nascosto tra i tanti possa permettersi di raccontare questa giovane donna.
Luì non le disse nulla, semplicemente la osservò, si limitò a questo, quella prima volta lasciò che altri si occupassero di lei e delle sue faccende, ne rimase però estremamente colpito, direi intrappolato se non fosse azzardato, intrappolato in qualcosa che non saprebbe nemmeno compiutamente descrivere ne son certo. 
Fascino? Troppo banale.
Personalità? Troppo riduttivo.
Allure? Troppo francese.
Carattere? Troppo generico.
Bellezza? Troppo scontato.
Gambe? Troppo evidente.
Sguardo? Troppo abusato.
Culo? Troppo volgare per quanto fantastico.
Sensazioni? Eh, sensazioni si avvicina, Olga sapeva trasmettere sensazioni.

Ed ora voi direte: "Sensazioni?! Ma sensazioni de ché?!"
Proviamo a spiegare.
Sensazione è tutto ciò che è capace di lasciare un segno, sensazione è il pensiero che persiste, è il profumo immaginato, è la pelle che vorresti accarezzare, son le parole che vorresti sentire, il viso che continui a vedere tra i tanti, le storie che vorresti farti raccontare.
Sensazione è il "non si può" che vorresti sfidare, oh sì se lo vorresti sfidare, sensazione è la battaglia campale da combattere contro il "non si può"! 
Combattere per vincere? Per perdere? Non importa, non sono importantu il perché, il quando e il come, importa solo che lo vorresti.
   
La seconda prima volta che Luì riuscì a passare un po' di tempo con lei ebbe semplicemente conferma di tutto ciò che ho raccontato poco fa, non ne fu sorpreso, lo aveva messo in conto, ne aveva immaginato financo il sapore e dimostrò il suo teorema: le sensazioni non tradiscono mai, soprattutto quando sono così intense ed improvvise.
E' invece il raziocinio a tradire, sono il troppo pensare, il progettare, il prevedere, l'elucubrare ed il promettere che tradiscono.
E' il verosimile dell'aver vissuto in "una storia qualsiasi purché sia storia" a distruggere stima e ricordi.
E' il voler dare “un volto-un nome-una casa-un colore” ad un sentimento generico per quanto voluto e cercato a tradire.

Le sensazioni invece no, le sensazioni (come le emozioni) non tradiscono, rendono probabilmente insoddisfatti ma non tradiscono, non mentono, non ingannano.
Le sensazioni (come le emozioni) partono dal "chi" e possono arrivare "al come-al dove-al quando" così come possono non arrivarci mai, ma prima di ogni cosa, prima di ogni credere, prima di ogni progettare, prima di ogni pensare, prima di ogni tempo (ieri-oggi-domani) c'è il "chi", solo e semplicemente "chi".

Chi? Lei.
Chi? Lui.
Chi? Loro.
Chi? Niente.
Chi? Nessuno, ma un nessuno d'un bello che lo ricorderai per un sacco di tanto tempo ancora.

Ecco che cosa affollò la testa di Luì negli attimi che seguirono il paio d'ore più corto della storia.

Caffè e sensazioni, alta, incredibilmente spontanea, affascinante più che fascinosa, lo sarebbe stata pure senza tacchi, ubriaca di "non si può" e "pezzi di vita" e "romanzo" buttati lì con una naturalezza devastante, inebriata da una romantica e sfuggente passione per il fare e per l'essere.
Travolgente nella sua semplicità ricercata ed attenta.
Elegantemente pericolosa.
Come pensare che l'uomo dell'impossibile, delle coincidenze, del racconto convulso, l'uomo dall'immaginazione contorta, dal gusto raffinato ed eccentrico, non ne uscisse irrimediabilmente colpito?
E sì badi, irrimediabilmente non è un male, è semplicemente un dato, un dato di fatto senza nessuna necessità di cura, anzi un dato di fatto che segna un tempo costruito da attimi sempre più rari.

"E com'è finita Luì?"
"Non è finita, e non è finita solo perché non è mai iniziata"
"Eh ma che stronzataa! Tutto sto casino per niente?"
"No no, niente è quando niente ti viene trasmesso, niente è quando niente resta, niente è quando ti trovi in mezzo al sostituibile, niente è quando non ti accorgi di chi ti passa a fianco. Quello che ti ho raccontato io è tanto, sì sì, tanto tanto, son sensazioni cariche di scintille ed emozioni... vere anche se a senso unico, buone come il caffè."
                                                                    
 

  

Regolamentamente

Quando una struttura inizia ad alimentarsi esclusivamente di regole, prescindendo dalle persone che la compongono, prescindendo dai territori in cui opera, massificando non le procedure ma le specificità, favorendo la conoscenza formale ed organica e limitando gli spunti particolari d’innovazione, la struttura apre la porta al proprio declino.


La regola diventa la scusa dietro cui nascondersi.

Quando Luca, Mario e Giuseppe non sono più ciò che sono diventati grazie a ciò che hanno dimostrato di saper fare, ma diventano punti di raccolta di direttive col paraocchi, la struttura perde il contatto con la realtà.

L’eccellenza nasce dalla valorizzazione delle individualità, che non significa individualismo come troppi credono, ma competenza ad personam.

Vedo organizzazioni perdere posizioni per mancanza di visione, vedo persone confondere il fare con il delegare a prescindere, sempre verso il basso, in modo acritico e senza leve d’azione.

Quando i compiti sono dati a compartimenti stagni senza perché, senza condividere sogni strategici, l’uomo non esce dalla propria area di confort e non produce surplus ma consuma status, e cerca il modo più rapido e indolore per uscire dalla mischia, annientandosi nel quotidiano.

Le battaglie si vincono con cuore e con ragione, è per questo che servono uomini e non masse compiacenti.
È per questo che servono individui liberi che pensano all’interno di organizzazioni eccellenti, che non temono la concorrenza d’idee ma si arricchiscono di competenze in competizione.
Il resto è sconfitta o tutto al più rapido parassitismo.


Sessantottopercento sensazioni

“Ciao”
“Ciao”

“Com’è?”
“Cosa?”

“Come cosa? Lei!”
“Ah! Allora Chi!!!”

“Sì, lei insomma... dai”
“Bella”

“Solo?”
“Perché Bella ti sembra poco?”

“No, ma un tempo mi avresti sommerso con un profluvio di aggettivi per descriverla”
“Vado sintetizzando questa sera, Bella con la B maiuscola spiega già molto da sè”

“Maiuscola?”
“Sì, la B”
“Ah”

“Vedi... quando incontri una donna mai vista prima  il sessantotto per cento è sensazione, il dodici per cento è pregiudizio e il venti per cento è caso. 
La sensazione la fa sempre da padrona perché è lei a  trasmettere...”

“Trasmettere cosa?”
“Trasmettere il senso”

“Il senso?”
“Oh ma qual è il problema, perché mi fai ripetere continuamente?”

“Dai vai avanti”

“Il senso di sé. 
Semplicemente il senso di sé.
La sensazione cattura i particolari e i particolari danno il senso al tutto.
Particolare è ciò che dice e come lo dice, il tono, lo sguardo mentre ascolta, la voglia di raccontarsi ma anche no, i colori, l’impazienza, la nochalance con cui si sfila il giubbotto, il modo di ordinare e bere il caffè, un’antica timidezza nascosta da un’altera e splendente ritrosia. 
Un intuito fuori dal comune malcelato da educati silenzi.
Le gambe.
Le mani.
La cura del dettaglio.
La capacità di nascondere pensieri che vorresti indovinare.
La diffidenza.
I sorrisi in crescendo.
Il rossetto.
La perspicacia.
La complessità, l’evidente complessità.
La forza.”

“E tutto questo tu lo capisci così, al primo fugace incontro per caso?!”
“Sì, esatto così”

“E il dodici per cento di pregiudizio?”
“Si chiama esperienza”

“E il venti per cento di caso?”
“Si chiama culo, ci vuole un gran culo a incontrare per caso una donna così”

“Ed è solo Bella?”
“Con la B maiuscola”

“E quindi che farai ora?”
“Niente, niente più di quello che ho già fatto, le cose che vogliono succedere succedono, tu chiedi una volta, due volte, due volte e mezzo, e poi tocca a loro, alle cose che han voglia di essere, al tempo, al culo e alle sensazioni.
Inutile inseguire oltre il dovuto”

“Dici?”
“Dico”
“Bene....”
“Dai”

“Ciao Luì”
“Ciao Doc”



Emozioni e pipponi

Emozioni - def.

“Le emozioni sono un processo multicomponenziale, articolato in più componenti, hanno un decorso temporale e sono attivate da stimoli interni o esterni” 


Multicomponenziale, la parola più brutta del mondo.

Emozioni, la parola più bella del mondo.


Dicevo ieri: “sono dannato d’emozioni”, mi han detto: “sei libero grazie alle emozioni”.


Ho pensato.


Libertà e dannazione in fondo sono contigue, si sfiorano, s’incrociano, si osservano.


La continua ricerca della libertà non è già di per se una dannazione?

Accarezzare la solitudine per godere contemporaneamente dell’amore - ad esempio - non è forse il modo migliore per essere liberi?

Quando i fatti della vita hanno deciso molto per noi, quando il tempo ha accatastato situazioni e ricordi, quando ci s’incontra condizionati dal proprio passato, dal proprio presente, dal proprio futuro, non è forse l’emozione l’unica via d’uscita?


I cacciatori di emozioni vengono spesso tacciati d’egoismo, d’incapacità d’amore, quando in realtà in ogni gesto, in ogni silenzio, in ogni fuga, in ogni sussulto, in ogni sguardo, in ogni goccia di saliva, in ogni non detto, c’è solo l’intensità di un pensiero complicato ma Vero.


C’è bisogno di vibrare, di godere, di piangere, c’è bisogno di spregiudicatezza, di vento, di attese e impazienza, c’è bisogno di vita, di parole sincere per quanto impossibili.


Troppi figli del piuttosto affollano le vie, il piuttosto a volte lo subisci a volte lo spacci, il piuttosto è la morte dell’anima.

Tra il vero ed il piuttosto c’è la stessa correlazione che c’è tra un Luigi XVI e un’Ikea Kungsbacka, tra l’Esselunga e l’Aldi, tra l’oro e lo stagno.

E il tutto nella consapevolezza postuma che ognuno di noi, almeno una volta ma più spesso due, è stato il piuttosto di qualcun altro.


L’emozione rende liberi sì, liberi di essere veri, liberi di vivere gli attimi, liberi di essere irripetibili, liberi di ricordare.


L’emozione e gli “stimoli interni od esterni”, un po’ come dire sangue ed ossigeno, motore e carburante, sesso e amore, felicità e incompiuto, soli e insieme, caffè e brioche, luce e tenebra, baci e sguardi, pensieri e parole, pensieri e carezze, parole e abbracci (dati e trattenuti), fuori e dentro, mare e vento, unicità e paura, sorrisi e batticuore.


Chiamiamoli cacciatori di emozioni nelle riserve del vivere vero, saranno felici di sentirselo dire.



Vedi papà...

Ciao papà!
Ma che ore sono?
Ah son quasi le otto di sera... ah ma di che giorno papà?
Ma non è possibile?!
Oggi? 
Giugno ventiventi? 
Venerdì? 
Non scrivo mai di venerdì papà e tantomeno di venerdì alle otto.
Ma no dai, è mercoledì, lo ricordo perfettamente, é verde, bianco, c'è il sole... eh no... il sole non c'è più.

E poi perchè non si sente quando mi rispondi?

Ah è vero... ora ricordo...

Vedi papà, lo dicevo io che sarebbe venuto un giorno che avrei avuto un sacco di cose da dirti.
Cose tipo che si diventa grandi lo stesso, che il sole tramonta, che la barba imbianca anche se dentro si resta un po' bambini, che dopo di noi ci sarà  un dopo anche senza un noi, che sorridere è bello... e mi li ricordo i tuoi sorrisi... li ricordo io e li ricordano tutti quelli che ti hanno gravitato attorno.
Dici che "gravitato" è brutto? 
Beh io dico di no.
E sappi che anche se si diventa grandi, a domande del tipo  "ora che faccio?", non è sempre bello rispondere da soli.
E lo sai che non ricordo il tono della tua voce (d'altro canto sei così silenzioso e da così tanto tempo...) ma ricordo il tuo profumo? 
Oh sì se lo ricordo, era buono, sapeva di papà.  
E sappi che ricordo la brillantina... anche se fidati, il gel è meglio, se avessi fatto in tempo a fartelo provare... ma tu niente... tutta quella fretta di andare!

Vedi papà che le cose a volte succedono davvero? L'ho imparato bene in tutto questo tempo.
Dici che è banale come concetto? Guarda no, detta così, digitando tasti alla rinfusa su di una tastiera nera può sembrare un'ovvietà, ma in verità le cose succedono e noi manco ce ne rendiamo conto. 
E come te ne accorgi allora?
Te ne accorgi dopo, dopo sì, dopo che sono successe, perchè dopo non c'è più niente come prima, oh sì... dopo non c'è proprio più niente come prima, dopo è dopo e punto e basta... dopo è mai più.

Dopo cambiano i sogni, sogni già consumati che finiscono con l’incenerire inseguiti dalla foga di un fuoco che brucia troppo in fretta, la fretta di andare e di arrivare prima, prima che ci sfugga anche "quella cosa lì”, come tutto il resto che ci è scappato dalle mani e dalla vita.

Dopo cambiano i modi, cambiano i sorrisi, cambiano gli abbracci, i baci, le carezze, gli sguardi e il modo di osservare, i pensieri e le voglie.

Dopo si diventa incapaci di trattenere la felicità.

Cambia anche il modo di amare.

Dopo si alzano muri, volano silenzi, svaniscono le certezze, si annidano fantasmi, nascono mancanze.

Dopo riesci a toccare la paura.

Prima sei sicuro di essere indistruttibile e alto, lo dici a tutti, poi la verità diventa un’altra... la verità è che resterai sempre e soltanto un bambino vestito da uomo con la faccia da buffone impegnato e gli occhiali da sole.

Hai visto papà quante cose sono successe dopo? 
Eh sì... tante tante, e una proprio bella, bella come te!!

Ma il tramonto? 
Te lo ricordi il tramonto papà? 
E te lo ricordi il tuo orologio?
Io sì, quando lo indosso a me pare che il tempo scorra un po' meno in fretta, a me pare che il sole cali un po' più lentamente, a me pare che lì attorno sia tutto un po' più bello, un po' meno triste... solo un po' però... non troppo... e soprattutto mai per troppo tempo.

Vedi papà, sono cose così, cose che succedono... proprio come dicevo io... ricordalo.





L’allergia di Luì

Innamorarsi a giugno credo possa essere bello, innamorarsi al mare credo possa essere bello, innamorarsi al tramonto credo possa essere bello, innamorarsi e basta credo possa essere bello.

Ma Luì quel giorno non aveva voglia dell’amore, magari un due patatine fritte, una pinta di birra, una piadina con le sarde e lo scquaqquerone, ecco forse le avrebbe gradite di più.

Perché dite voi? Non lo so dico io, bisognerebbe chiederlo a lui, le sarde gli piacciono di questo son certo, ma perché l’amore no questo lo ignoro.

L’amore alla soglia dei cinquanta è raro, raro come lo era lo Swatch Scuba Happy Fish  alla fine degli anni 80.
Lui non aveva cinquant’anni, navigava nell’intorno dei quaranta virgola un lustro abbondante, e c’è una certa differenza ci tengo che si sappia, ma aveva sviluppato comunque una particolare allergia all’arte di Cyrano, il  Bergerac, quello dell’apostrofo.
Lo aveva scoperto un giorno facendo il test, glielo aveva consigliato il dottor Mantegazzi: “Si faccia analizzare signor Luì, lei è autoimmune, un autoimmune di gregge, una pecora del sentimento, faccia un prelievo così ci togliamo il dubbio”.
E così fece.
E così fu.
“Peccato” pensó.
“Peccato ma neanche tanto” aggiunse poi tre giorni dopo, “son cose che capitano”.

L’amore autoimmune evolve, trasmuta, diventa consapevole abbandono alla libertà.

Cerco di spiegare: l’auto immune normalmente si è troppo emozionato nel corso della propria vita, ha dato troppa enfasi al cuore che batte, ai profumi che persistono fuori e dentro, alle notti insonni, ai sogni e ai progetti scaduti, alla speranza di sperare ancora, agli amplessi vibranti, ai baci che colano, ai sorrisi in sincro, si è rotto le balle di tutte queste indigeste farfalle nello stomaco, non che tutta sta roba non fosse fantastica-mitica-mistica e pure eccitante come la marmellata di more, ma ha capito che se sbagli il tempo tutto si sfila e restano i cocci.
Come quando la chiusura di un braccialetto di perle si rompe mentre stai correndo sulla spiaggia, non ritroverai mai più tutte le perline. 

Alcune resteranno sepolte per sempre.

E allora l’autoimmune si rifugia nella libertà, nel calore temporaneo di storie a tratti: ad un tratto una storia c’è, un tratto dopo una storia non c’è più.

È questione di abitudine, di libidine cinica, di raccontarla e raccontarsela, di prendere il bello se e quando c’è così come di sopportare il brutto conseguente.

Credo fosse per questo che Luì quel giorno non aveva voglia di amare.

“Agata ma che ci fai pure tu qui?”
“Potrei chiederti la stessa cosa”
“Beh io sto passeggiando”
“Beh pure io allora”
“Ma quanto tempo è passato?”
“Sborantamila anni”
“Già”
“E perché non sei felice?”
“Ma che domanda è? E che ne sai se sono felice?”
“Ti conosco”
“Tu? Tu conosci me?”
“Sì, lo sai, ti conosco come nessun’altra”
“Lo so”
... 
“Bevi qualcosa?”
“Dove?”
“Che ti frega, dimmi se bevi e dove vediamo”
“Ok, bevo”
“Allora andiamo lì”

Lì c’erano un bar sulla spiaggia, i Ricchi e Poveri che cantavano, un barista grasso, due ragazzetti che limonavano (lui gli toccava il culo sopra a jeans troppo stretti), il sole che scendeva dalla parte opposta, una draga al largo.

“Luì”
“Sì?”
“Mi hai mai pensato in tutto questo tanto che ci è successo”
“Praticamente sempre”
“Ah”
“Non dovevo?”
“Bah, non avresti dovuto, ma tanto lo so che fai sempre le cose sbagliate”
“Hai visto la draga?”
“Si”
“Lavora per me”
🤔 per te?”
“Si, sta cercando una perla sepolta da qualche parte là sotto, la persì un giorno di quella volta che tu eri andata”
“E la cerchi oggi?”
“Sì”
“E perché?”
“Mi ha detto Mantegazzi che è l’unico modo per curare la mia allergia”