Ai Suma, Barbera d’Asti 2016 e le occasioni speciali

“Accendiamo le candele?”

“Mah così? Tutte? Non l’ho mai fatto sai? Anzi una volta da solo, volevo vedere l’effetto che faceva cenare a lume di candela, ma le ho spente subito”

“Dai accendiamole, ecco i fiammiferi”

I fiammiferi. Bastoncini legnosi con la capocchia in trisolfuro di antimonio e zolfo, un pezzo di post modernariato per cultori, praticamente introvabili negli ultimi anni, qualche scatolina ancora resiste nei tabacchi di campagna, in qualche bar della stazione e da “Oscar il paradiso della piada. Squacquerone, Prosciutto, Sigarette e Accessori” all’uscita di Cattolica, nella rotonda principale subito fuori dal casello, Oscar li tiene perché il padre in gioventù aveva una fabbrica di prodotti per il fuoco, tra cui i minerva, le zollette accendi tutto al cherosene e i posacenere personalizzati, Oscar è affezionato ai fiammiferi, li trova molto più romantici degli accendini.

E romantiche erano pure le candele, in due facevano davvero atmosfera, peccato non averlo fatto prima. 

La cosa strana era che la cera non si accumulava scendendo, Luì avrebbe voluto vederla crescere  alla base delle aste del candelabro, come nei film, avrebbe voluto vedere le montagnole di goccioline di cera fusa prendere forma, tipo stalagmiti, tipo le storie degli innamorati che partono piano piano, goccia dopo goccia, e finiscono (alle volte) per formare delle vere e proprie colline, strati di vita incastrati e fusi gli uni sugli altri.

Invece le candele bruciavano lasciando tutto bello pulito, ordinato, senza sbavature. Solo un filo di fumo grigio e molecole di CO2 in libertà, residuo di quella lenta combustione. Pure quello muoveva dentro i binari della perfezione, una vera condanna penso Luì, “anche le candele bruciano a cazzo”, nessuna sorpresa, nessun imprevisto, la fiamma si ostinava tra il giallo intenso, il rosso e qualche debole scintilla solitaria. Poteva chessó virare al verde prugna?! E perché non al nero petrolio? O al blu cobalto? Così per confondere le acque, dare un segno, invece niente, tutto da manuale, come al solito.

La Ribolla era gialla, il baccalà mantecato faceva la sua sporca figura, i sushini romagnoli al tonno saziavano quanto necessario, la serata filò via liscia, tra una risata, una massima di vita, un brindisi, i calzini sotto al letto di fianco ai boxer neri e ad un reggiseno mezza coppa in pizzo damascato di pregiata fattura (come lo descriveva la pubblicità della Victoria Secret, non l’originale, ma una tipa di Ozzano di nome Vittoria e cognome Segreto, ma con la passione per l’inglese e un negozio di merceria vicino la stazione).

Fu l’ultima volta che si videro. Il marito di lei fu molto contrariato quando la beccò che usciva dal portone di quel palazzo bianco alle 2.35 di notte, e sostenere che lì ci viveva la Romina non fu semplicissimo e ancor meno semplice fu fargli credere che doveva consolarla perché le era morto un pesce rosso, suicida, saltato fuori dall’acquario per protesta contro quella vita costretta tra quattro vetri. Ma si sa, quando si vuol credere lo si fa, anche all’impossibile, e il marito alla fine credette, tanto che fece pure le condoglianze alla Romina per la dipartita di Rosso (il pesce - nda). Luì nel frattempo aveva spento le candele per dare l’idea dell’assenza, “se non puoi batterlo nasconditi”.

Non doveva accenderle, doveva fare come con la bottiglia di vino che giace sigillata nel mobiletto d’angolo, la bottiglia che Fiammetta gli regalò sei anni prima, un rosso importante, un Barbera d’Asti del 2016, cantina Braida. “Ai Suma”. “Aprilo in un’occasione davvero speciale, lascialo decantare e fallo assaggiare solo a chi sa apprezzarlo”. Fiammetta era una sua cara amica, saggia, bellissima e un po’ somellier. 

Ci sono robe a cui si dà un sacco di significato, senza un vero motivo e spesso senza nemmeno ricordarsi il perché, “questo lo faccio solo se…”, “questa la userò solo quando…”, “di là non passo più…”. Un po' come il cellophane sulla scala in arredo, quella scala che salvò la vita di Luì tanti anni prima, il ritardo nella consegna impedì che andasse fino in fondo nell’errore che aveva e stava compiendo, e pertanto da allora decise di lasciarla protetta e non la spacchettò, cellophane e cartoncino numerato, un numero per ogni gradino, quindici per l’esattezza. Gli sembrava una forma di rispetto, una delicatezza verso quell’oggetto salvifico.

“Toglierò quell’ambaradan dai gradini quando darò un senso a questa casa” andava raccontando a tutti quelli che gli chiedevano “… e sta roba???”. Lo ha fatto questa sera, dopo quindici anni, non perché abbia trovato il senso, quell’appartamento costruito a sua immagine e somiglianza non lo avrà mai “un senso”, o non lo avrà più, che in fondo è la stessa cosa, ma lo ha fatto ugualmente contravvenendo al proprio proposito che resisteva da tre lustri giusti giusti. La ragione non la sappiamo, forse mercurio retrogrado in acquario, o forse no, ma vi garantisco che è successo.

Ora resta solo la bottiglia, l’occasione speciale non è capitata, o se è capitata è sfumata prima che ci fosse il tempo di organizzare l’apertura, o probabilmente non c’è stato chi avrebbe saputo apprezzare (come gli aveva prescritto Fiammetta), “il rosso infiamma, molto meglio la birra” avrebbe dichiarato per declinare l’invito l’ospite che forse si sarebbe potuta avvicinare allo speciale.

Le occasioni speciali? Ma esistono davvero? E che cosa è davvero speciale? Credo che la specialità dell’attimo sia spesso  sopravvalutata e caricata di significati eccessivi, o spesso utopici, ecco sì utopici, e Luì é un maestro di utopia e pure di attimi. Attimi che sfuggono, che ritornano, che risfuggono, “l’attimo fingente” o s-carpe diem, gli attimi impossibili, impossibili da prendere, da trattenere e pure da baciare. Il problema è che gli attimi si riaffacciano, o si rinfacciano, come i peperoni, li assaggi e ti si ripropongono per l’eternità, che lo so che non è poetica come metafora, ma credo renda l’idea.

Suonarono alla porta, prima di aprire volle sincerarsi che non fosse il marito agitato della sera prima, controllò dallo spioncino, nulla; poi il videocitofono, nulla; poi un’occhiata dalla finestra fronte strada ma ancora zero; e fu per questo che decise di andare direttamente al portone e aprire, immaginava si trattasse di uno scherzo a quel punto ma non voleva correre il rischio: “magari é l’attimo che ha deciso di ripassare di qua”. “No! Niente nemmeno stavolta”, ma fu quando stava per richiudere che si accorse di quei tre fiori adagiati sulla soglia, due rose e un girasole, e un piccolo biglietto anonimo carta avorio: “per Te!”.

Luì li raccolse, si guardò attorno diverse volte… il deserto. Non capitava mai che facessero sorprese a lui, o capitava molto raramente, era spesso vero il contrario, ne fu lusingato e un po’ stordito, come succede spesso di fronte alle piacevoli novità. Decise pertanto di rientrare, “dove li metto ora?!”, vasi non ce n’erano…. poi si ricordò del decanter, ne aveva ben due nel cantonale in noce, pure quelli mai usati, li prese entrambi, il primo lo riempì d’acqua e gli cacciò dentro le due rose e il girasole, nel secondo adagiò invece un rosso importante appena sbocciato… un Barbera d’Asti 2016 direte voi… no, un sangiovese riserva della Coop del Borgo, 14 gradi di vera passione, i fiori l’avevano messo di buon umore, pure se erano anonimi e destinati a restarlo, pure se erano fuori stagione, pure se il giallo tra i due rossi era davvero lucente, ma l’utopico Luì il Barbera non lo stappò, perché lo farà  solo e soltanto se sarà “vera occasione vera”…. Quind magari la prossima volta, e lo farà anche se sarà solo “un attimo di vera occasione vera”… sì promesso, anche solo un attimo, ché poi tutto passa e restano solo gli avanzi, si sa.